In Calabria la spesa familiare è tra le più basse d’Italia. E quasi il 29% del budget finisce nel carrello del supermercato
La regione al penultimo posto in Italia per uscite familiari e al primo posto nazionale per la quota destinata alla tavola
Mentre in Italia la spesa media mensile delle famiglie si attesta a 2.782 euro, la Calabria si conferma una delle realtà economicamente più fragili del Paese. Nel 2025, la spesa media mensile delle famiglie calabresi è pari a soli 2.042 euro, in ulteriore lieve calo rispetto ai 2.075 euro registrati nel 2024.
Nella graduatoria regionale italiana stilata da Istat, la Calabria si colloca così al penultimo posto nazionale, precedendo soltanto la Puglia (1.975 euro mensili).
Il divario rispetto ai contesti più ricchi appare abissale: in Trentino-Alto Adige la spesa media raggiunge i 3.444 euro al mese, un livello superiore di oltre il 68% rispetto a quello calabrese.
Il primato dei consumi alimentari
Quando la disponibilità economica complessiva è limitata, evidenzia Istat,la quota destinata al soddisfacimento dei bisogni primari cresce in modo sproporzionato.
Nel 2025, la Calabria conquista il record nazionale per l'incidenza della spesa alimentare: ben il 28,9% del budget familiare totale viene assorbito dall'acquisto di prodotti alimentari e bevande analcoliche.
La media nazionale d'incidenza della spesa alimentare si attesta al 19,8%. Nel Nord-Ovest la quota scende al 17,7%. In Trentino-Alto Adige tocca il minimo nazionale, fermandosi al 16,1%.
Questa compressione delle risorse lascia alla popolazione calabrese margini di manovra ridottissimi per tutte le altre voci di spesa non legate alla pura sussistenza.
Beni non alimentari al palo e rinunce diffuse
La necessità di coprire i costi dei beni primari - ulteriormente appesantiti dagli aumenti di prezzo che hanno colpito l'alimentare (+3,6% la spesa media nazionale per il cibo) - costringe le famiglie del Mezzogiorno a tagli drastici su altre categorie di consumo.
A livello di ripartizione, nel Sud la spesa media per beni e servizi non alimentari si ferma a soli 1.652 euro mensili (contro i 2.533 euro del Nord-Est). Tra le voci di spesa più penalizzate spiccano i servizi di ristorazione e alloggio, il divertimento, la cultura e lo sport, che al Sud e nelle regioni meridionali assorbono quote nettamente inferiori rispetto al Centro-Nord.
Inoltre, la spinta a contenere i costi si traduce in comportamenti di acquisto difensivi.
Nel Mezzogiorno, oltre la metà delle famiglie (52,1%) dichiara di aver ridotto la quantità o la qualità degli acquisti di abbigliamento e calzature.
Il 29,4% delle famiglie italiane ha dovuto limitare la stessa spesa alimentare, un fenomeno che, come attestano i dati Istat, impatta con forza ancora maggiore nelle aree a basso reddito e ad alta incidenza di beni essenziali come la Calabria.
La trappola della disuguaglianza territoriale
L'analisi per quinti di spesa equivalente conferma la profonda spaccatura strutturale che penalizza la Calabria e il Mezzogiorno. A livello nazionale, il 20% più ricco della popolazione sostiene il 39,2% della spesa totale, mentre il 20% più povero appena l'8,2%.
La distribuzione geografica mostra un forte sbilanciamento: ben il 36,9% delle famiglie appartenenti alla fascia di popolazione con la spesa più bassa risiede nel Sud. Al contrario, solo il 9,6% delle famiglie meridionali riesce ad accedere alla fascia più alta della distribuzione, a fronte del 35,1% delle famiglie residenti nel Nord-Ovest.
In questo scenario, la stasi dei consumi reale accentua la distanza tra le diverse aree del Paese: il gap di spesa tra le famiglie del Nord-Est e quelle del Sud è salito dal 37,9% del 2024 al 39,3% del 2025, confermando che per regioni come la Calabria la ripresa dei consumi e il recupero del potere d'acquisto rimangono sfide tuttora aperte.
Il quadro nazionale: rincari record per caffè e beni primari
A fare da traino alle uscite familiari è la componente alimentare: la spesa per prodotti alimentari e bevande analcoliche cresce del 3,6%, passando da 533 a 552 euro mensili. Di conseguenza, l'incidenza del cibo sul bilancio complessivo sale al 19,8% (dal 19,3% del 2024).
L'aumento della spesa alimentare è guidato sia dall'incremento generale dei prezzi su base annua (+3,0%) sia dai forti rincari registrati in specifiche categorie merceologiche. Il record spetta al caffè che segna un aumento pari al 14,6%. Seguono l’acqua minerale (+8,3%), pesce e frutti di mare (+7,8%), oli e grassi (+6,7%), tè e infusi (+6,7%), carne (+5,4%), latte, formaggi e uova (+4,2%).
Di fronte a questi rincari, le famiglie mettono in atto strategie di contenimento: il 29,4% dei nuclei dichiara di aver ridotto la quantità o la qualità dei beni alimentari acquistati. L'abbigliamento e le calzature rimangono il comparto più sacrificato, con il 43,8% delle famiglie che dichiara di averne limitato gli acquisti (quota che sale al 52,1% nel Mezzogiorno).
La mappa dei consumi: l'abisso tra Nord-Est e Mezzogiorno
L'analisi geografica evidenzia una profonda spaccatura nel Paese. Le famiglie residenti nel Nord-Est guidano la classifica della spesa con 3.087 euro mensili, seguite dal Centro con 3.052 euro e dal Nord-Ovest con 2.974 euro. All'estremità opposta si collocano le Isole con 2.338 euro e il Sud con 2.215 euro.
Il divario economico si allarga ulteriormente: nel 2025 una famiglia del Nord-Est spende in media 871 euro in più al mese rispetto a una famiglia del Sud (+39,3%), un gap in crescita rispetto al +37,9% osservato nel 2024. A livello regionale, il Trentino-Alto Adige si conferma al vertice con 3.444 euro mensili, oltre il 70% in più rispetto ai livelli minimi registrati in Calabria (2.042 euro) e Puglia (1.975 euro). Tra le dinamiche regionali più vive spiccano i forti incrementi registrati nelle Marche (+25,2%, a 3.084 euro) e in Sardegna (+10,7%, a 2.431 euro).
L’andamento della spesa tra composizione sociale e demografica
Dal punto di vista della composizione sociale e demografica, l'andamento della spesa riflette trend divergenti.
Le famiglie monocomponente sono l'unica tipologia che registra un incremento significativo della spesa totale: +7,2%, a 2.070 euro mensili.
La spesa cresce soprattutto tra i single con più di 65 anni (+8,4%, a 1.945 euro) e tra i giovani single tra 18 e 34 anni (+7,9%, a 2.042 euro).
Per contro, le coppie con due figli vedono contrarsi la propria spesa del 4,9% (a 3.618 euro).
Si allarga il divario tra le famiglie di soli italiani, che spendono mediamente 2.859 euro al mese, e le famiglie con almeno un componente straniero, ferme a 2.074 euro (un divario del +37,8%, pari a 785 euro mensili).
Per i nuclei di soli stranieri l'uscita media scende a 1.772 euro, con oltre il 41,3% del budget assorbito dalla casa e il 24,0% dai beni alimentari.
Il livello di spesa, poi, varia dai 3.714 euro mensili delle famiglie con persona di riferimento laureata ai 1.834 euro di chi possiede al massimo la licenza elementare.
Tra le categorie professionali, i liberi professionisti e imprenditori subiscono una forte contrazione della spesa non alimentare (-9,9%, scendendo a 3.914 euro), mentre i pensionati vedono salire le uscite a 2.602 euro (+3,2%), trainate dai rincari del carrello alimentare.
Casa, affitti e l'impatto reale dell'inflazione sul lungo periodo
L'abitazione continua a rappresentare la voce più gravosa del bilancio familiare, assorbendo il 36,0% delle uscite totali dei beni non alimentari.
Nel 2025, il 18,1% delle famiglie (circa 4,8 milioni) vive in affitto, sostenendo un canone medio mensile di 438 euro, in aumento del 3,6% sul 2024 (con picchi di 480 euro nei centri metropolitani).
Sul fronte delle proprietà, il 17,6% dei nuclei (3,4 milioni) paga un mutuo, con una rata media mensile di 565 euro (in calo del 2,7% rispetto ai 581 euro dell'anno precedente).
Ricchi e poveri
Infine, l'analisi sulla disuguaglianza indica che il 20% più ricco della popolazione sostiene il 39,2% della spesa totale nazionale, a fronte di appena l'8,2% destinato dal 20% più povero. Il rapporto tra il quinto più ricco e quello più povero si attesa a 4,8% in termini correnti e a 5,0% tenendo conto dell'effetto deflazionato dei prezzi. Ampliando l'orizzonte temporale dal 2018 al 2025, sebbene la spesa sia cresciuta in termini nominali (+14,0%), la spesa reale equivalente si è ridotta del 5,9%, testimoniando la progressiva erosione del potere d'acquisto provocata dall'inflazione degli ultimi anni.