Italiani più poveri di 20 anni fa: consumi in calo e redditi in flessione
Il conflitto in Iran rischia di portare l’inflazione al 2,9% cancellando 3,9 miliardi di spesa delle famiglie. L’allarme di Confesercenti
Gli italiani sono più poveri di 20 anni fa, i consumi reali sono diminuiti di 133 miliardi ed i redditi da lavoro sono calati di 4.400 euro a occupato. I redditi da lavoro autonomo sono crollati del 22%. I costi fissi si portano via il 42% dei bilanci familiari. Rispetto al 2005 la spesa è aumentata del 23% mentre il potere d’acquisto segna il 3,2% in meno. Oggi lo shock dovuto al conflitto in Iran potrebbe far salire l’inflazione al 2,9%, cancellando circa 3,9 miliardi di consumi. Lo dice l’analisi realizzata dal CER per Confesercenti, in un approfondimento sull’impatto della guerra in Medio Oriente sull’economia italiana. La crescita dell’occupazione non si è tradotta in un corrispondente miglioramento del benessere: si lavora di più, ma si guadagna meno. Si spende di più, ma si compra meno.
Più occupati, ma meno reddito
Tra il 2005 e il 2025, evidenzia l’analisi del CER, gli occupati sono aumentati di circa 1,4 milioni, passando da 22,7 a 24,1 milioni. Nello stesso periodo, però, il reddito unitario totale da lavoro è diminuito del 9,3%, con una perdita media di 4.400 euro ad occupato. Ancora più pesante, sostiene la ricerca, la flessione dei redditi da lavoro autonomo, crollati del 22,3%, 12.500 euro in meno. Per il lavoro dipendente la riduzione è stata più contenuta, pari a 532 euro in meno, ma comunque significativa se letta in termini di capacità reale di spesa. In generale, il potere d’acquisto delle famiglie nel 2025 risulta inferiore del 3,2% rispetto al 2005. Nello stesso arco di tempo si è ridotta drasticamente anche la propensione al risparmio, scesa dal 13,3% al 7,8% del reddito disponibile.
Si spende di più per acquistare di meno
In valore nominale, la spesa delle famiglie è aumentata di circa il 23% tra il 2005 e il 2025. Ma in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, i consumi si riducono del 15%, pari a 133 miliardi di euro in meno, circa 5mila euro di spesa in meno a famiglia. A pesare ulteriormente la crescita delle spese incomprimibili. Casa, energia, trasporti, assicurazioni, sanità, servizi finanziari e altre voci essenziali assorbono ormai il 42% del bilancio delle famiglie, in media circa 14.300 euro all’anno. La nuova fiammata di aumenti di petrolio e gas aggrava dunque una tendenza già in atto da anni, quella dell’espansione continua dei costi fissi, che riduce la possibilità di acquistare altri beni e servizi. Anche la pressione fiscale è su valori molto elevati (43,1% nel 2025), secondo braccio della morsa che comprime strutturalmente il benessere.
Produttività al palo
Sul fondo resta il grande problema irrisolto dell’economia italiana: la produttività. Quella per occupato conferma la debolezza strutturale del sistema: tra il 2005 e il 2025, a valori correnti, secondo il CER cresce del 35%, ma a valori costanti arretra del 2,4%. L’aumento dell’occupazione non si è tradotto in maggiore valore reale prodotto per lavoratore: una dinamica che pesa su salari, margini d’impresa, competitività e capacità di investimento.
«Il 2026 poteva e doveva essere l’anno della svolta per l’economia italiana. La guerra in Iran, che si aggiunge al dramma ucraino, ci obbliga invece a rivedere le prospettive dei prossimi mesi. Anche il turismo che negli ultimi anni ha sostenuto la crescita – commenta Nico Gronchi, presidente di Confesercenti - potrebbe entrare in una fase negativa. I costi incomprimibili pesano in modo ormai insostenibile su moltissime famiglie, e bisogna evitare che crescano ancora. Per invertire la tendenza - dice Gronchi - occorre intervenire sul nodo energia. È da lì che passa oggi una parte decisiva della difesa del potere d’acquisto delle famiglie e della competitività delle imprese».