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14/04/2026 ore 13.21
Economia e lavoro

La tabella shock del governo: diesel a 2,5 euro e aumento del 233% dei costi del gas per le famiglie

Il petrolio continuerà a salire se resta il blocco dello Stretto di Hormuz: numeri spaventosi nel documento che circola a Palazzo Chigi. Eni propone di riaprire le importazioni dalla Russia ma l’esecutivo è cauto e pensa ad alternative come Algeria e Azerbaijan

di Redazione

C’è una tabella che in queste ore passa di mano ai piani più alti del governo. Dentro ci sono numeri, proiezioni, scenari. E no, non sono rassicuranti. Anzi: raccontano cosa può succedere se la crisi energetica legata al blocco dello Stretto di Hormuz non si sblocca.

Tradotto: nei prossimi tre mesi, da aprile a luglio, prepariamoci a prezzi che corrono. E forte. Le stime sono europee — quindi già di per sé “ottimistiche” rispetto a quello che spesso accade in Italia. Repubblica riporta cifre preoccupanti. 

Partiamo dal diesel: tra 2,1 e 2,5 euro al litro, cioè +61% rispetto a gennaio.

La benzina? Tra 2,15 e 2,55 euro, con un +57%.

E non finisce qui. Il carburante per aerei potrebbe arrivare a 200-260 dollari al barile (+173%), mentre il gas naturale salirebbe tra 90 e 130 euro per megawattora, con un impressionante +271%.

Per le famiglie il colpo è diretto: il gas residenziale potrebbe toccare 110-150 euro, cioè +233% in sei mesi.

E il GNL asiatico? Fino a oltre 80 dollari, con un balzo monstre del +433%.

Numeri. Freddi. Ma dietro c’è una realtà molto concreta: si sta preparando uno scenario difficile.

A Palazzo Chigi lo sanno bene. E c’è più di una preoccupazione sul tavolo. Per esempio: il petrolio potrebbe continuare a salire. E ogni aumento di 10 dollari al barile significa circa 9 centesimi in più su benzina e diesel alla fine della filiera.

Poi c’è il jet fuel: il 90% dipende dalla qualità del greggio che passa proprio dal Golfo. Se lì si blocca tutto, i costi volano.

“Alternative?” Poche, e complicate. L’unica vera rotta sicura sarebbe quella del Capo di Buona Speranza. Ma vuol dire due settimane in più di viaggio e circa 3 dollari al barile di costi extra. E comunque non basta per sostenere i volumi globali.

Sul gas la situazione non migliora: anche senza blocchi totali, si parla di fino a 30 euro in più per megawattora.

E poi c’è un altro problema, grosso: il GNL dal Qatar. Ne arrivano 6,5 miliardi di metri cubi l’anno, e sostituirli non è affatto semplice. Si guarda a Nigeria, Congo e Angola, ma non basta.

E allora entrano in gioco anche gli Stati Uniti. Solo che qui la questione si fa politica: aumentare gli acquisti potrebbe sembrare un via libera alle mosse di Donald Trump. E in questo momento, a Roma, c’è chi preferisce mantenere una certa distanza.

Si valutano anche altre piste, come Algeria e Azerbaijan (via Tap). Ma intanto la competizione globale si fa feroce: i grandi Paesi industrializzati, soprattutto in Asia, stanno correndo per accaparrarsi energia. E l’Europa rischia di restare indietro.

In questo clima si inserisce la proposta dell’ad di Eni, Claudio Descalzi: sospendere il divieto di importare gas russo previsto dal 1° gennaio 2027.

Una linea che piace subito a Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti.

Ma la domanda vera è un’altra: parla a titolo personale o sta aprendo una strada per Giorgia Meloni?

Da Palazzo Chigi frenano. Il tema è delicato, anche perché significa muoversi rispetto a Unione Europea e alla guerra in Ucraina.

E intanto emergono altre crepe: alcuni Paesi europei — come Slovacchia, Austria e Ungheria — continuano a importare gas russo. Altri, secondo fonti di intelligence, lo farebbero indirettamente, con triangolazioni o petroliere dalle rotte opache. Sottovoce si cita anche la Spagna.

Insomma: il quadro è questo. Prezzi in salita, margini stretti, poche alternative vere.

E soprattutto una certezza: da qui in avanti, ogni scelta pesa. E niente, davvero niente, è scontato.