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23/07/2026 ore 06.30
Economia e lavoro

L'Italia lavora di più ma guadagna meno: salari reali in calo da 36 anni, il monito dell'Ufficio parlamentare di bilancio

Dal 1990 al 2026 le retribuzioni reali nel settore privato sono diminuite del 6,6%. L’analisi: gli sgravi Irpef hanno limitato le disuguaglianze, ma non bastano più

di Carmelo Idà

Tra il 1990 e il 2026, l'Italia ha assistito a un progressivo declino delle retribuzioni lorde reali nel settore privato. In un arco temporale di più di tre decenni, la retribuzione media dei lavoratori dipendenti si è ridotta del 6,6% in termini reali, con una contrazione che non ha colpito tutti allo stesso modo, ma si è concentrata soprattutto nella parte bassa della distribuzione. L’effetto è stato attenuato solo nelle fasce di reddito medio basso che hanno potuto beneficiare delle riforme dell'Irpef.

Lo dice l'Ufficio parlamentare di bilancio.

Questo fenomeno non è solo il risultato di una crescita economica asfittica, ma riflette profonde trasformazioni del tessuto occupazionale. L’Upb evidenzia come alla debole dinamica dei compensi si sia affiancata una diffusione massiccia del lavoro a tempo parziale e una crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica. Questi fattori hanno agito come moltiplicatori della disuguaglianza, aumentando sensibilmente la dispersione delle retribuzioni lorde.

L’Irpef come ammortizzatore sociale

In questo scenario di stagnazione e frammentazione, il ruolo dell'Imposta sul reddito delle persone fisiche è radicalmente mutato, trasformandosi da semplice strumento di gettito a pilastro della tenuta sociale. Secondo lo studio, l’Irpef ha inciso in modo determinante nel contenere le disuguaglianze generate dal mercato.

L’indice di redistribuzione, parametro chiave per misurare la capacità del fisco di riequilibrare le sorti economiche, è più che raddoppiato, passando da un valore di 0,028 a 0,065. Un balzo che non è avvenuto per caso: le riforme fiscali susseguitesi negli anni spiegano circa l’80% di questo incremento.

L’Upb ha analizzato i risultati nel lungo termine scomponendo l'effetto fiscale in quattro fattori: le riforme per i redditi bassi, quelle per i redditi alti, il drenaggio fiscale e i cambiamenti demografici. Per l’organismo indipendente presieduto da Lilia Cavallari in questi anni non hanno aiutato né la diffusione del lavoro a tempo parziale nè la crescente segmentazione del mercato del lavoro. Questi, dice l’Upb, hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde.

Si è messo mano all'Irpef (specialmente in due occasioni, nel 2014 e nel 2025) riducendo il prelievo sui redditi da lavoro dipendente bassi e medi. Tuttavia per i redditi più elevati il carico effettivo è aumentato, soprattutto per effetto del drenaggio fiscale legato alla mancata indicizzazione dei parametri dell'imposta.

Queste misure, sostiene l’Upb, spiegano da sole il 115,8% dell’incremento complessivo della capacità redistributiva.

Al contrario, gli interventi sui redditi più alti ne hanno ridotto la portata redistributiva relativa, -36,7%, ma il loro carico effettivo è aumentato a causa della mancata indicizzazione dei parametri all'inflazione.

L'aumento della pressione fiscale dovuto all'inflazione in assenza di adeguamenti degli scaglioni, ha contribuito alla redistribuzione per il 7,4%, colpendo i redditi che, pur non crescendo in termini reali, scalano aliquote nominali più alte.

I limiti di un modello da rinnovare

Nonostante il successo nel mitigare i divari, l'Upb solleva dubbi sulla sostenibilità di questo approccio nel lungo periodo. Esiste, innanzitutto, un'incognita sulla causalità: non si può escludere che la continua disponibilità di strumenti fiscali a sostegno dei salari bassi abbia in realtà disincentivato le contrattazioni salariali, spingendo le imprese a mantenere basse le paghe lorde sapendo che lo Stato sarebbe intervenuto sul netto.

Le criticità del modello 

Il sistema attuale presenta diverse criticità strutturali. Intanto la concentrazione del carico: la progressività è ormai quasi interamente focalizzata sul lavoro dipendente, creando disparità di trattamento rispetto ad altre categorie di contribuenti.

Poi la base imponibile ristretta: l'eccessiva proliferazione di regimi agevolati sottrae risorse preziose al sistema ordinario.

Infine l’inefficacia delle misure attuate contro la precarietà: le riforme fiscali, dice l’Ufficio parlamentare di bilancio, agiscono sui sintomi, ma non curano la malattia.

Pur attenuando la dispersione dei redditi, l’Irpef non può affrontare le cause profonde della precarizzazione del lavoro e della stagnazione dei salari. Nei mesi scorsi l'Upb in audizione al Parlamento era intervenuto con forza sull'introduzione di regimi sostitutivi per gli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali disposti dalla legge di bilancio per il 2026. Evidenziando che questa «rivela un'incoerenza del sistema». «Il prelievo sugli incrementi retributivi - ha sostenuto l’Upb in aula - è oggi sensibilmente superiore a quello che grava sul reddito già percepito, al punto che si è scelto di sottrarre tali incrementi al regime ordinario per non vanificare gli effetti dei rinnovi contrattuali».

Cosa serve all’Italia

Le conclusioni dell'Upb sono nette: il modello redistributivo basato quasi esclusivamente sugli sgravi Irpef per i redditi bassi ha raggiunto i propri limiti. Per proseguire nel cammino della riduzione delle disuguaglianze, la strada non passa più solo per il fisco, ma per una visione integrata delle politiche pubbliche. Dunque, occorre agire su tre fronti. Il primo è l’allargamento della base imponibile. È necessario, dice l’Upb, un contrasto più deciso all'evasione fiscale e una revisione dei regimi di favore. Il secondo riguarda le politiche di spesa. Piuttosto che ridurre ulteriormente l'Irpef (dove i margini sono ormai esigui), sarebbe opportuno utilizzare strumenti di sostegno al reddito che operino dal lato della spesa pubblica. Infine occorre mettere mano a riforme strutturali in grado di contrastare direttamente la stagnazione salariale, agendo sui driver della produttività e della stabilità contrattuale.