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27/03/2026 ore 13.41
Economia e lavoro

Medio Oriente, corsa contro il tempo per la tregua: petrolio fermo e rischio recessione per Europa e Asia

Donald Trump frena gli attacchi e spinge per un accordo, ma le tensioni restano altissime. La Bce avverte: «Causato un grave shock economico, ci vorranno anni per tornare alla normalità»

di Redazione Economia

C’è tempo fino alla mezzanotte di lunedì 5 aprile per trovare una soluzione diplomatica al conflitto scatenato in Medio Oriente da Usa ed Israele.

Washington e Tel Aviv puntavano su una guerra lampo ma dall’inizio degli scontri è trascorso quasi un mese ed il regime iraniano sembra intenzionato a resistere il più a lungo possibile. Teheran ha adottato la strategia meno attesa: colpire l’economia mondiale

La difficile mediazione tra i paesi coinvolti nella guerra è affidata al Pakistan: i negoziatori sono attesi ad Islamabad nel fine settimana per cercare un accordo che porti alla fine delle ostilità. Il presidente Usa, Donald Trump, ha fermato le incursioni sui siti energetici di Teheran e vuole che il governo iraniano accetti il suo piano di pace.

Intervistata dall'Economist, la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha detto che «siamo davanti a un vero shock, che probabilmente va oltre quello che immaginiamo al momento». I mercati finanziari, ha sottolineato la numero uno della Banca centrale europea, «forse sono troppo ottimisti e determinati a restare ottimisti, nella speranza che si verifichi uno scenario positivo e si torni alla normalità in un tempo relativamente breve». Secondo la presidente della Bce, però, un «ritorno alla normalità su capacità, estrazione, distribuzione dei prodotti energetici» potrebbe richiedere «anni» e «in nessun caso ci si riuscirà nel giro di qualche mese».

Il conflitto che si trascinando ormai da 26 giorni e che ha investito direttamente i Paesi del Golfo Persico sta avendo gravissimi effetti sull’economia mondiale.

I commerci nell’area sono fermi come la produzione di gas e di petrolio. Chiusi molti impianti e raffinerie in Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi bersaglio di pesanti attacchi missilistici. Una situazione drammatica che fa pensare a prospettive catastrofiche nel caso in cui la guerra vada avanti. L’Ocse ha avvertito che a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia in 20 grandi economie del mondo, tra cui gli Stati Uniti, l'inflazione si attesterà in media al 4% quest'anno, in aumento rispetto al 2,8% previsto a dicembre. Europa ed Asia pagheranno un prezzo molto alto. I rincari di gas e petrolio fanno prevedere aumenti in tutte le filiere produttive. Sempre secondo l’Ocse la crescita del Pil nell'eurozona dovrebbe diminuire dello 0,4%, attestandosi allo 0,8%. Situazione critica in Corea del Sud, Giappone, Thailandia, India, Indonesia e Filippine i cui approvvigionamenti di gas e carburante dipendono quasi esclusivamente dai commerci con il Golfo. Si rischia il black out e numerosi governi hanno annunciato il ricorso all’utilizzo delle riserve strategiche di gas e petrolio. Le Filippine hanno dichiarato lo stato di emergenza nazionale. In Africa, le agenzie umanitarie lanciano l'allarme sull'aumento dei costi che minacciano la sicurezza alimentare nei paesi vulnerabili, fortemente dipendenti dalle importazioni di cibo e carburante. Il Programma alimentare mondiale stima che la crisi alimentare potrebbe colpire 45 milioni di persone in tutto il mondo.

Le opzioni sul campo sono davvero poche. La ripresa della navigazione nello Stretto di Hormuz rappresenta il principale nodo da sciogliere: miliardi di dollari di merci, petrolio e gas sono fermi nei porti o a bordo degli oltre 1.000 cargo prigionieri di questo conflitto. Prima della guerra vi transitavano oltre 100 navi al giorno.

Secondo la società di intelligence marittima Windward e secondo Lloyd’s List che monitorano costantemente la navigazione ad Hormuz dall'inizio del mese hanno transitato 142 navi. Lloyd’s List ritiene che Teheran abbia istituito un corridoio di passaggio “sicuro” consentendo l’attraversamento alle navi previamente autorizzate e dietro il pagamento di un pedaggio pari a 2 milioni di euro. Circa il 75% del traffico ha riguardato imbarcazioni commerciali iraniane dirette verso scali nazionali nel Golfo, il restante 25% cargo, metaniere e petroliere battenti bandiera greca e cinese.

Secondo Vortexa, i carichi di greggio iraniano continuano a superare 1,5 milioni di barili al giorno e Lloyd’s List stima che dal 1° marzo circa 1 milione di barili al giorno abbiano attraversato lo stretto. Gli Usa hanno liberato il petrolio iraniano sanzionato purché stoccato sulle petroliere in mare e per 30 giorni si potrà vendere ed acquistare. Anche l’India è stata autorizzata da Washington ad approvvigionarsi per far fronte al fabbisogno della sua popolazione.  È scontro, invece, con la Cina, accusata di far affari sotto banco con gli ayatollah: nelle ultime 2 settimane 6 superpetroliere messe in conto a Pechino hanno passato indenni il blocco di Hormuz.