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24/01/2026 ore 19.45
Economia e lavoro

Meno giovani nelle imprese, meno innovazione: in Calabria quasi il 30% dei lavoratori privati ha più di 50 anni

Nella nostra regione i numeri sono più contenuti rispetto al resto dell’Italia. Le aziende della provincia di Vibo Valentia sono tra le più “giovani” d’Italia

di Redazione Economia

I lavoratori over 50 nel settore privato sono una grande risorsa ma la loro presenza in azienda frena l’innovazione tecnologica ed organizzativa. L’invecchiamento della popolazione si riflette direttamente sulle attività delle imprese creando un gap di produttività e conoscenza che va ad aggiungersi alle ormai note problematiche di sistema: mancanza di risorse e scarsa capacità di investimento, limiti tecnologici e produttivi e difficoltà ad uscire dal perimetro locale di commercializzazione. Lo dice l’ultimo report della Cgia di Mestre.

Nel nostro Paese dove l’età media dei lavoratori impiegati nel settore privato è di 42 anni, gli over 50 sono il 32,7% degli occupati. Le regioni con il più alto tasso di invecchiamento sono la Basilicata, il Molise e l’Umbria.

La Calabria è nelle posizioni più arretrate, con poco meno del 30% di over 50 al lavoro ed un’età media degli occupati che supera di poco i 41 anni. Biella, Terni e Potenza sono le province con la maggiore incidenza di dipendenti over. Catanzaro ha il 30,5%, Reggio Calabria il 29,9%, Cosenza il 29,8%, Crotone il 29,3% e Vibo Valentia il 28,5%. Le aziende di quest’ultima provincia sono tra le più “giovani” d’Italia.

La Cgia evidenzia che la fascia lavorativa più centrale e strategica, quella tra i 25 e i 44 anni, è anche quella che dal 2008 al 2024 ha registrato la contrazione percentuale più marcata. In particolare, negli ultimi 16 anni c’è stato un aumento del 154,5% nella fascia 55-59 anni ed un balzo in avanti del 372% in quella 60-64 anni. Non è l’età in sé a fare la differenza. Lo sono le condizioni di formazione e crescita e la spinta innovativa impressa ai processi organizzativi e produttivi.

L’analisi nuda e cruda del centro studi dell’Associazione delle imprese artigiane evidenzia una verità innegabile: mancano giovani professionalità con alte competenze tecnologiche e talvolta anche con quelle di base. Chi può emigra e chi resta si trova fuori dal mercato del lavoro nonostante la richiesta di personale qualificato, specie al Nord, sia incessante e con risultati sempre più deludenti. Le ricerche falliscono e le aziende sono costrette a rivedere i loro piani di produzione e di investimento.

I settori ad alta intensità di lavoro sono in forte difficoltà e continuano a operare grazie alla disponibilità di manodopera straniera. Secondo Unioncamere, dato confermato anche da Confindustria, oltre il 50% delle ricerche di figure professionali da parte delle aziende si risolve con un nulla di fatto. Industria e manifattura, dove alla praticità si uniscono i cicli di lavorazione tecnicamente più all’avanguardia, sono in forte difficoltà e stanno perdendo terreno a beneficio di realtà produttive localizzate in altri Paesi. La perdita di giovani leve e l’avanzare dell’età dei dipendenti sono dunque un elemento di debolezza che crea forti squilibri. Ne consegue un limite strutturale alla capacità di crescita economica del Paese con effetti più evidenti sulle piccole e medie imprese che rappresentano oltre il 90% del tessuto produttivo nazionale. Nel settore privato operai ed impiegati sono sempre più “anziani”.

«Con l’uscita di questi lavoratori – avverte la Cgia - si disperdono competenze tacite, conoscenze di processo, relazioni con clienti e fornitori» e viene meno «un patrimonio che non compare nei bilanci aziendali ma che determina la capacità competitiva dell’impresa». Questo porta a presupporre che «molte piccole realtà produttive rischiano di perdere in pochi anni i traguardi che hanno raggiunto in decenni di duro lavoro».

L’invecchiamento ha effetti anche sull’innovazione. Secondo la Cgia, infatti, le aziende con un’età media elevata del personale tendono ad adottare più lentamente nuove tecnologie e modelli organizzativi. «La digitalizzazione – sottolinea l’Associazione degli artigiani - procede a macchia di leopardo, l’automazione viene rinviata, l’integrazione nelle filiere più avanzate si indebolisce. In un’economia sempre più basata su produttività e conoscenza, questo ritardo diventa cumulativo».

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