Nasce il marchio “Terre Vibonesi”, Papillo (Gal): «Non un semplice logo, ma una strategia per fare sistema»
L’obiettivo tracciato dal presidente del Gruppo di azione locale della provincia di Vibo è quello di rafforzare la competitività del territorio favorendo una promozione unitaria dell’area
È stato presentato ufficialmente il nuovo Marchio Territoriale di Qualità “Terre Vibonesi”, promosso dal GAL Terre Vibonesi. L’obiettivo è la valorizzazione delle eccellenze della provincia di Vibo Valentia attraverso uno strumento strategico che punta a certificare qualità, autenticità e identità del territorio, coinvolgendo imprese agricole, produttori, artigiani, strutture ricettive, operatori culturali e turistici in un percorso condiviso di sviluppo. Il marchio, già riconosciuto a livello ministeriale, si articola in quattro ambiti (Accoglienza, Sapori e Profumi, Paesaggi e Culture, Cammini e Benessere) e nasce per rafforzare la competitività del territorio sui mercati nazionali e internazionali, favorendo una promozione unitaria delle Terre Vibonesi.
Abbiamo incontrato il presidente del GAL Terre Vibonesi Vitaliano Papillo per rivolgergli alcune domande.
Presidente Papillo, il marchio "Terre Vibonesi" rappresenta un punto di arrivo o l'inizio di una nuova strategia di sviluppo per il territorio? Qual è la visione che lo ispira?
«È un inizio. Dietro c'è un lavoro lungo, fatto di incontri con gli operatori, di confronti anche accesi, ma il marchio da solo non serve a niente se non diventa lo strumento di una strategia più ampia. Il Vibonese ha tutto: la costa, la montagna, i borghi, un patrimonio agroalimentare e culturale di grande valore. Quello che è sempre mancato è un racconto unitario».
Lei ha parlato spesso della necessità di "fare sistema". In concreto, come riuscirete a mettere insieme produttori, imprese turistiche, artigiani e istituzioni che finora hanno operato spesso separatamente?
«Guardi, "fare sistema" è una di quelle espressioni che in Calabria abbiamo sentito mille volte e che raramente si è tradotta in qualcosa di concreto. In questi anni il GAL ha messo attorno allo stesso tavolo agricoltori, ristoratori, strutture ricettive, artigiani, associazioni, enti e amministrazioni comunali per lavorare su progetti veri, occasioni in cui le imprese hanno toccato con mano cosa significa presentarsi insieme. Le persone si tengono insieme così: dando loro un motivo vero per starci».
Il marchio prevede disciplinari aperti e condivisi con gli operatori. Perché avete scelto questo modello partecipativo e quali vantaggi potrà offrire alle imprese che aderiranno?
«Chi aderisce sa che gli standard richiesti sono seri ma raggiungibili, perché ha contribuito a scriverli. E poi il disciplinare non deve essere un ostacolo, deve essere un percorso: aiuta le imprese a qualificarsi, a migliorare, a stare dentro una rete che offre promozione e visibilità».
Il Vibonese possiede straordinarie eccellenze agroalimentari, culturali e paesaggistiche, ma spesso fatica a promuoversi come destinazione unitaria. Quanto può incidere questo marchio nel rafforzare l'identità del territorio anche sui mercati internazionali?
«Può incidere molto. Il turista straniero non sceglie una spiaggia o un prodotto: sceglie un luogo che ha un'anima, un nome che gli evoca qualcosa. Altri territori italiani hanno costruito la loro fortuna esattamente così, e non partivano da un patrimonio superiore al nostro. Certo, un marchio da solo non basta: serve qualità vera, servono imprese che rispettano i disciplinari. Ma se il lavoro è serio, i mercati se ne accorgono».
Tra i prossimi obiettivi del GAL c'è anche la nascita del Distretto Turistico. In che modo il nuovo marchio dialogherà con questo progetto e quali ricadute potrà avere sull'economia e sull'occupazione, soprattutto giovanile?
«Il marchio e il Distretto vanno letti insieme. Il primo garantisce identità e qualità, il secondo darà al territorio una struttura organizzata per programmare l'offerta turistica, attrarre investimenti e lavorare sulla destagionalizzazione, perché il Vibonese non può continuare a vivere di due mesi d'estate. Le ricadute che mi aspetto riguardano soprattutto il lavoro. Il turismo esperienziale, l'accoglienza diffusa nei borghi, l'agroalimentare di qualità creano occupazione vera, e occupazione giovane. Lo dico da vibonese prima ancora che da presidente del GAL: mi pesa vedere i nostri ragazzi costretti a partire. Se questi progetti funzioneranno, qualcuno potrà restare per scelta e non per sacrificio, magari aprendo un'impresa o tornando a coltivare terreni che oggi sono abbandonati».
Se dovesse lanciare un messaggio agli imprenditori, ai sindaci e ai cittadini del Vibonese, perché dovrebbero credere nel progetto "Terre Vibonesi" e sentirlo come un patrimonio comune anziché come l'iniziativa di un singolo ente?
«Perché questo marchio non è del GAL. Il GAL lo ha promosso e lo accompagnerà, ma Terre Vibonesi vivrà solo se lo faranno vivere gli altri: l'imprenditore che aderisce ai disciplinari, il sindaco che lo porta nel suo comune, il cittadino che lo riconosce come il nome della propria terra. Il Vibonese ha passato troppi anni a raccontarsi per quello che gli manca. È ora di raccontarsi per quello che ha».