Nel 2026 il Pil supera i 2.300 miliardi di euro: Emilia Romagna locomotiva del Paese, Calabria fanalino di coda
Secondo l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, la nostra regione farà registrare la crescita più bassa in Italia: appena lo 0,24%. Pesa anche la scadenza per l’utilizzo delle risorse del Pnrr
Nel 2026 il Pil nazionale, in termini nominali, dovrebbe superare i 2.300 miliardi di euro, con un incremento di 66 miliardi (+2,9 per cento) rispetto al 2025. Tuttavia, al netto dell’inflazione, la crescita reale si fermerebbe allo 0,7 per cento, sostenuta soprattutto dalla ripresa dell’export e dalla tenuta dei consumi, mentre rallentano in modo sensibile gli investimenti. È quanto emerge dalle ultime stime dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre.
Un quadro che, se già appare fragile a livello nazionale, risulta ancora più preoccupante per la Calabria, che secondo le previsioni farà registrare nel 2026 la crescita più bassa d’Italia: appena +0,24 per cento, ultima in classifica tra le regioni.
Il venir meno del Pnrr pesa soprattutto al Sud
La progressiva uscita di scena delle risorse del Pnrr, il cui termine di utilizzo è fissato per la prossima estate, rischia di avere un impatto particolarmente penalizzante per i territori strutturalmente più deboli. In Calabria, dove gli investimenti pubblici rappresentano una leva fondamentale per sostenere l’economia, la fine del Pnrr potrebbe accentuare una stagnazione già cronica.
Al di là della contingenza, il dato calabrese si inserisce in una tendenza di lungo periodo: da oltre vent’anni la regione cresce meno della media nazionale ed europea, evidenziando ritardi sul fronte della produttività, dell’efficienza amministrativa, delle infrastrutture e del capitale umano. Limiti che rendono difficile trasformare anche le fasi favorevoli del ciclo economico in sviluppo duraturo.
Geopolitica e fiducia: un’opportunità ancora lontana
Secondo la Cgia, un’eventuale conclusione dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente potrebbe aprire una nuova fase per l’economia globale, con benefici anche per l’Italia. Tuttavia, affinché tali effetti positivi arrivino fino in Calabria, servirebbero condizioni interne più solide. Senza un rafforzamento del tessuto produttivo e una maggiore capacità di attrarre investimenti, il rischio è che le opportunità restino concentrate nelle aree già più dinamiche del Paese.
Burocrazia e fisco: nodi irrisolti per le imprese calabresi
In uno scenario internazionale più stabile, la fiducia degli investitori potrebbe tornare a crescere. Ma per regioni come la Calabria ciò non sarà sufficiente se non si interviene con decisione su due fattori strutturali: l’eccesso di burocrazia e il peso fiscale. Ostacoli che colpiscono in modo particolare le piccole e medie imprese locali, frenando la nascita di nuove attività e l’espansione di quelle esistenti.
Il divario territoriale resta ampio
Mentre l’Emilia-Romagna si prepara a guidare la crescita nazionale (+0,86 per cento), grazie alla forza della manifattura, dell’innovazione e del mercato del lavoro, la Calabria resta indietro, insieme a Sicilia e Basilicata. Un divario che si riflette anche a livello provinciale, dove il Mezzogiorno mostra segnali di vitalità solo in alcune aree della Campania, mentre nel resto del Sud la crescita appare più debole e discontinua.
Per la Calabria, dunque, il 2026 si prospetta come un altro anno di crescita marginale. Senza riforme strutturali, investimenti mirati e una strategia di sviluppo capace di valorizzare le risorse locali, il rischio è che la regione continui a restare ai margini della ripresa, accentuando ulteriormente le disuguaglianze economiche territoriali.