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02/08/2026 ore 22.00
Economia e lavoro

Più occupati e più persone in cerca di lavoro, ma le aziende non riescono a trovare personale

Occupazione stabile al 62,9% ma risale la disoccupazione al 5,7% e tra i giovani balza al 18,4%. Sud sempre indietro. Il report Istat

di Carmelo Idà

A giugno, il numero complessivo di occupati in Italia si è attestato a 24 milioni 310mila unità, un dato che l'Istat definisce stabile rispetto al mese precedente.

Tuttavia, dietro questa apparente calma piatta si muovono flussi significativi: se da un lato il numero di chi ha un lavoro non cresce, dall'altro si registra un aumento netto delle persone in cerca di occupazione (+97 mila unità).

Mentre il tasso di occupazione rimane fermo al 62,9%, la disoccupazione torna a salire, attestandosi al 5,7%, trainata da un'impennata tra i giovani.

Questo incremento della disoccupazione è speculare alla diminuzione degli inattivi, che calano di 103mila unità. In termini tecnici, ciò significa che una fetta della popolazione che prima non cercava lavoro (gli inattivi) ha ripreso a farlo, finendo però per gonfiare le fila dei disoccupati anziché quelle degli occupati. Il tasso di inattività scende così al 33,2%, toccando uno dei livelli più bassi del periodo.

La disoccupazione giovanile cresce

Il dato più allarmante riguarda la disoccupazione giovanile (15-24 anni), che è balzata al 18,4%, con un aumento di 1,5 punti percentuali in un solo mese. Si tratta del livello più alto registrato dall'inizio del 2026. La distanza tra i giovani e il resto della popolazione lavorativa appare ormai come un abisso: il tasso di disoccupazione degli under 25 è oggi più di tre volte superiore al tasso generale.

Il confronto con i lavoratori più anziani è impietoso. Gli occupati over 50 sono 10,4 milioni e rappresentano il 43% dell'occupazione totale. Il loro tasso di disoccupazione è appena del 3,4%. Gli occupati under 25 sono dieci volte meno rispetto ai colleghi over 50. I dati di giugno mostrano chiaramente come l'occupazione stia crescendo tra i 25-34enni e gli over 50, mentre subisce una contrazione nelle fasce 15-24 e 35-49 anni.

La precarietà e il calo del lavoro autonomo

Un altro segnale di fragilità emerge dalla tipologia dei contratti. A giugno si è assistito a un vero e proprio boom dei dipendenti a termine, aumentati di 91mila unità in un solo mese, raggiungendo un totale di 2 milioni 542mila. Per trovare un balzo della stessa portata del lavoro precario bisogna risalire al settembre 2021.

Questa crescita dei contratti a scadenza, dice l’Istat, ha compensato la perdita di terreno di altre categorie. I dipendenti permanenti sono diminuiti di 46mila unità e i lavoratori autonomi sono diminuiti di 44mila unità.

Sebbene su base annua (confronto giugno 2026 su giugno 2025) i dipendenti permanenti risultino ancora in crescita (+98mila), il dato mensile suggerisce una frenata della stabilità contrattuale a favore di soluzioni più flessibili e temporanee.

Il paradosso del mercato: le aziende non trovano personale

Nonostante l’aumento della disoccupazione giovanile, le imprese italiane continuano a lamentare una cronica difficoltà nel trovare personale. Secondo il report di Cnel e Unioncamere, nel primo semestre del 2026 sono state programmate 2 milioni e 86 mila assunzioni, ma nel 44,8% dei casi le aziende prevedono difficoltà nel reperimento dei candidati.

Le criticità maggiori si riscontrano in settori chiave dell’economia. Nelle costruzioni il 59,8% delle assunzioni è a rischio per mancanza di profili, nell’industria del legno e del mobile la difficoltà tocca il 59,6%, nel settore metalmeccanica e nell’elettronica il 55%, mentre nei servizi informatici e telecomunicazioni la quota di irreperibilità supera il 50% ed è in costante aumento rispetto all’anno precedente.

Il nodo dell'occupazione femminile

Il mese di giugno ha segnato un passo indietro anche sul fronte del genere. Mentre l'occupazione tra gli uomini è cresciuta, si è registrato un calo tra le donne. Il problema rimane strutturale: la platea degli inattivi in Italia conta quasi 15 milioni di donne, circa cinque milioni in più rispetto agli uomini. Queste "forze di lavoro inespresse" rappresentano un enorme potenziale sprecato per il sistema Paese, che non riesce a integrare pienamente la componente femminile nel mercato produttivo.