Prezzi dell’energia in Europa: divari insostenibili mettono a rischio la competitività industriale italiana
Francesco Napoli, vice presidente nazionale di Confapi: «Questa non è pluralità virtuosa, è una distorsione strutturale che penalizza pesantemente il nostro sistema produttivo»
Il 2025 si è appena concluso ed è possibile tracciare un primo bilancio sui prezzi medi dell’energia elettrica registrati nei mercati spot europei. Un bilancio che, per l’Italia, è fortemente penalizzante.
Nel mercato unico dell’energia, che dovrebbe garantire convergenza e competitività, si registrano invece differenziali di prezzo enormi tra gli Stati membri: si passa da meno di 16 €/MWh nel Nord Europa a oltre 120 €/MWh in alcune aree dell’Unione.
Una forbice di circa 100 €/MWh all’interno dello stesso mercato europeo.
«Questa non è pluralità virtuosa, è una distorsione strutturale che penalizza pesantemente il nostro sistema produttivo» dichiara Francesco Napoli, vice presidente nazionale di Confapi. «L’energia è una leva industriale strategica, al pari di fisco e lavoro. Se il costo dell’energia diverge in modo così marcato, il mercato unico smette di essere equo».
I Paesi che oggi beneficiano dei prezzi più bassi presentano caratteristiche comuni:
– una quota significativa di idroelettrico e nucleare stabile;
– reti efficienti e interconnesse;
– una visione industriale di lungo periodo.
Al contrario, i Paesi con i prezzi più elevati — tra cui l’Italia — pagano il prezzo di una forte dipendenza dal gas, di congestioni infrastrutturali e di ritardi strutturali negli investimenti energetici.
«Senza semplificazione delle rinnovabili, il potenziale del fotovoltaico resta bloccato dalla burocrazia» sottolinea Francesco Napoli, vice presidente nazionale di Confapi. «Parliamo di investimenti pronti, di imprese disponibili a produrre energia e a ridurre la dipendenza dal gas, ma che si scontrano con iter autorizzativi lunghi, frammentati e spesso incoerenti».
Il risultato è evidente: chi dispone di energia a basso costo attrae investimenti, consolida la propria base industriale e cresce più rapidamente. Chi ne è privo perde margini, perde imprese e perde futuro.
Nel caso italiano, il quadro è ulteriormente aggravato dal fatto che nel 2025 i prezzi dell’energia si collocano in un range compreso tra 110 e quasi 116 €/MWh, con i valori più elevati che colpiscono proprio le aree più industrializzate del Paese, letteralmente “punite” dal funzionamento del Mercato del Giorno Prima.
«È un paradosso inaccettabile» sottolinea Napoli. «Le zone che producono valore, occupazione ed export sono quelle che pagano l’energia più cara. Così si indebolisce l’intero sistema industriale nazionale».
A rendere il quadro ancora più distorsivo è l’asimmetria dell’approccio europeo.
«Da un lato», prosegue il vice presidente di Confapi, «la Commissione UE consente alla Germania di sostenere le proprie imprese con massicci aiuti di Stato, riducendo il costo dell’energia fino a circa 50 €/MWh. Dall’altro, ostacola strumenti come la cartolarizzazione degli oneri di sistema, proposta dal Governo italiano e sostenuta anche dal mondo industriale, che potrebbe ridare competitività alle nostre imprese».
Si tratta di uno strumento essenziale per rendere sostenibile il peso parafiscale che grava sulle bollette, a dispetto di critiche spesso ideologiche e prive di solide basi economiche.
«Così alle imprese italiane non basta subire la “Punizione” del mercato elettrico: devono anche sopportare le conseguenze di un’Europa che applica regole diverse a Paesi diversi».
A oltre quattro anni dall’inizio della crisi energetica del 2021–2022, e dopo numerosi annunci e pacchetti europei per calmierare i prezzi e armonizzare i mercati, la realtà è sotto gli occhi di tutti: la musica non è cambiata.
E l’Italia resta ferma, con uno dei costi energetici più alti d’Europa e una competitività industriale sempre più sotto pressione.