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01/05/2026 ore 13.02
Economia e lavoro

Primo Maggio in Calabria, Senese (Uil): «Più occupati ma il lavoro resta fragile e precario. E le donne pagano il prezzo»

I dati mostrano segnali di crescita ma qualità ancora carente, divario di genere in aumento e 122mila persone che contano sull’assegno di inclusione. La segretaria regionale traccia il quadro: «La potenzialità ci sono ma la ripresa da sola non corregge le disuguaglianze, le sta aggravando»

di Battista Bruno

Primo Maggio in Calabria, tra luci e ombre. I dati più recenti raccontano di una regione in cui l'occupazione cresce ma la qualità del lavoro stenta a seguire, dove il divario con la media nazionale resta abissale e le donne continuano a pagare il prezzo più alto. Ne abbiamo parlato con Maria Elena Senese, segretaria della Uil Calabria, che traccia un quadro lucido e senza sconti: dai numeri del mercato del lavoro alle sfide dell'innovazione, dalle potenzialità del porto di Gioia Tauro al nodo irrisolto del welfare. Con una certezza: non basta creare lavoro, bisogna creare buon lavoro.

Cosa significa oggi festeggiare il Primo Maggio? 
«Oggi festeggiare il Primo Maggio significa ricordare che il lavoro non può essere considerato una merce qualsiasi. Significa difendere l’idea che debba essere dignitoso, sicuro, giustamente retribuito e capace di dare futuro alle persone, non soltanto un reddito immediato. In un tempo in cui spesso cresce il numero degli occupati ma non cresce con la stessa forza la qualità del lavoro, il Primo Maggio serve proprio a questo: a riportare al centro salari, diritti, sicurezza e stabilità. In Calabria questo ha un valore ancora più forte, perché qui il lavoro troppo spesso è fragile, discontinuo o costringe le persone a partire».

Il lavoro in Calabria. Quali sono le condizioni attuali, quali le prospettive?
«La Calabria vive una condizione contraddittoria. I dati più aggiornati della Banca d’Italia ci dicono che nel primo semestre del 2025 l’occupazione è cresciuta del 5,0%, il tasso di occupazione è salito al 46,5% e la disoccupazione è scesa all’11,4%. Sono segnali positivi, che vanno riconosciuti.
Ma non bastano a raccontare tutta la realtà. Lo stesso rapporto ci dice che il divario con la media nazionale resta enorme: il tasso di occupazione calabrese è ancora inferiore di 16 punti percentuali rispetto a quello italiano. Inoltre, i consumi delle famiglie restano deboli e il sistema continua a mostrare difficoltà nel trattenere competenze e lavoro qualificato.
E poi c’è la condizione delle donne, che in Calabria è il punto in cui tutte le fragilità del mercato del lavoro si concentrano e si amplificano. Il tasso di occupazione femminile nella nostra regione resta tra i più bassi del Paese e la Banca d’Italia segnala che nel primo semestre 2025 l’occupazione è cresciuta più intensamente per gli uomini, con un divario di genere nei tassi di occupazione salito a 25,1 punti percentuali, rispetto ai 23,6 del periodo precedente. Questo significa che la ripresa, da sola, non sta correggendo le disuguaglianze: in questo momento le sta addirittura aggravando.
Mancano asili nido, servizi di cura, politiche vere di conciliazione tra lavoro e famiglia. E quando una donna è costretta a scegliere tra lavoro e figli, o tra lavoro e cura di un genitore anziano, quella non è una scelta libera: è una resa imposta da un welfare insufficiente. A questo si aggiunge il divario salariale, che in una regione già segnata da redditi bassi pesa ancora di più».

Le prospettive però esistono.
«Gioia Tauro, ad esempio, continua a rappresentare un’infrastruttura strategica: nei primi nove mesi del 2025 la movimentazione di container nel porto è aumentata dell’11,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questo vuol dire che le potenzialità ci sono, ma vanno trasformate in lavoro stabile, qualificato e radicato sul territorio».

La condizione economica della nostra regione non va certo per il meglio. Cosa propone il sindacato per una ripresa dell'economia e dell'occupazione in Calabria?
«In continuità con quanto detto prima, il sindacato propone prima di tutto una linea chiara: non basta creare lavoro, bisogna creare buon lavoro. Questo significa contrastare i contratti pirata e il dumping contrattuale, sostenere i contratti nazionali realmente rappresentativi, rafforzare i controlli contro irregolarità ed evasione contributiva e legare gli incentivi pubblici a occupazione stabile e di qualità. In questo senso, cogliamo con favore l’intendimento del governo appena inserito nel Decreto Primo Maggio.
C’è poi un dato che deve far riflettere: in Calabria il 6,7% della popolazione riceve l’Assegno di Inclusione, pari a quasi 50 mila famiglie e 122 mila persone. È una quota molto più alta della media nazionale, che si ferma al 2,6%. Questo racconta di un problema strutturale dell’economia calabrese, che non produce ancora abbastanza lavoro vero».

Servono quindi scelte strutturali.
«Certamente: investimenti in infrastrutture e trasporti, sanità che funzioni, formazione continua, politiche industriali vere e sostegno al credito per imprese e famiglie. Per la Calabria, sviluppo significa anche valorizzare i suoi punti di forza reali — porto e retroporto di Gioia Tauro, con attenzione al rigassificatore e alla piastra del freddo, agroalimentare, ICT, turismo, sostegno all’artigianato come forma di autoimpiego di qualità — dentro una strategia che non sia episodica».

Nell'epoca delle nuove tecnologie e dell'intelligenza artificiale nascono nuove professioni, nuove imprese e nuove start-up. Come è messa la Calabria in questo campo?
«La Calabria non parte da zero, ma è ancora in ritardo rispetto ai territori che hanno ecosistemi dell'innovazione più maturi. Secondo dati recenti, la regione conta circa 267 startup innovative ed è a metà classifica nazionale: ci sono segnali di vitalità, ma non ancora una massa critica sufficiente a trattenere davvero talenti e investimenti.
Ci sono però elementi positivi: la Regione ha attivato strumenti FESR per sostenere startup innovative e spin-off della ricerca, e stanno emergendo esperienze che investono anche sull'intelligenza artificiale. Penso, ad esempio, al lavoro che porta avanti l’Unical. Il punto decisivo, però, è creare un contesto: università collegate alle imprese, infrastrutture digitali, capitale umano formato, reti finanziarie e servizi. Altrimenti i giovani che si formano qui continueranno a costruire la loro impresa altrove. E a poco serviranno misure come il Reddito di Merito nel trattenere i nostri giovani dopo la laurea.
Qui torna poi il tema delle donne: nell'ecosistema dell'innovazione e delle startup la presenza femminile è ancora marginale, anche in Calabria. Sostenere l'imprenditorialità femminile nei settori tecnologici non è un obiettivo di nicchia, è una delle leve più potenti di sviluppo che questa regione non sta ancora usando. Stiamo rinunciando a circa metà della forza lavoro disponibile: non possiamo permettercelo e bisogna costruire quindi le condizioni perché questa tendenza venga invertita».