«Qui il sole non ha dato scampo», viaggio tra le vigne in Calabria: l’estate torrida e i cinghiali condizionano la vendemmia
VIDEO | Si accorciano i tempi e diminuisce anche la resa per ettaro, in compenso la qualità si prevede alta. Il nostro reportage in un’azienda vinicola del Vibonese alle prese con crisi climatica e animali famelici
«Guarda questi grappoli rinsecchiti, qui il sole non ha dato scampo. La vite è andata in sofferenza e questo è il risultato». Pantaleone “Leo” Lacquaniti ci mostra i raspi ormai disidrati che si staccano con un tocco dal filare della sua vigna di zibibbo, producendo un suono di rami secchi.
Le temperature oltre la media dell’estate appena trascorsa hanno presentato il conto già dopo metà agosto, tanto che i tempi della vendemmia hanno subito un’accelerazione da record. Il fenomeno è noto ed è globale. Negli ultimi 40 anni gli esperti stimano che le vendemmie si siano “precocizzate” in media di almeno 2-3 settimane.
«È vero - conferma Lacquaniti - la tendenza va avanti da anni, ma se prima anticipavamo giusto di una settimana, quest’anno, soprattutto sulle uve rosse, dovremo muoverci almeno un mese prima».
“Vendemmia climatica”
L’annata 2026 sarà ricordata anche per questo. È andata così in tutta Italia, dal Veneto al Piemonte fino alla Sicilia. In alcuni casi, come in Franciacorta, si è iniziato a vendemmiare addirittura a fine luglio. Ormai si parla comunemente di “vendemmia climatica”. Secondo la letteratura scientifica, il 90 per cento delle tradizionali regioni vitivinicole costiere in Italia, Spagna, Grecia e California, potrebbe essere a rischio entro la fine del secolo. Tanto che le quote dei vigneti si vanno sempre di più alzando per bilanciare l’aumento delle temperature.
E venne l’ulivo che scacciò la vite
Qui nel Vibonese, sui dieci ettari di vigne delle Cantine Lacquaniti che si estendono tra Motta Filocastro e Comerconi, in quelle che prima dell’espianto delle vigne a favore degli uliveti erano le vere terre del vino della provincia, le uve di zibibbo sono già state vendemmiate ad agosto. A giorni si procederà con la raccolta del magliocco canino, altro vitigno autoctono che si sta facendo sempre più apprezzare per la sua straordinaria versatilità.
«Questo vigneto ha circa trent’anni. Era destinato ad essere espiantato, noi l’abbiamo preso in gestione e da poco abbiamo messo a dimora altri 1000 metri quadri di magliocco canino» spiega Leo, ricordando come gli ettari vitati, da queste parti, si siano sensibilmente ridotti negli ultimi 30-40 anni. «La Calabria ha ceduto tantissime quote ad altre regioni del Centro-Nord Italia, trasformando i vigneti in uliveti, più remunerativi e meno impegnativi nella loro gestione. Il risultato è che abbiamo perso quella che era una nostra vocazione storica, mentre altre regioni del Sud, come Puglia e Sicilia, nel frattempo sono cresciute tantissimo».
Bassa resa, alta qualità
Tornando alla crisi climatica, fondamentale diventa quindi individuare la finestra giusta per preservare caratteristiche aromatiche, acidità ed equilibrio. Ma la calura e la siccità incidono direttamente anche sulla resa. E se i volumi produttivi risentiranno di un calo, la qualità dell’annata 2026 si prevede comunque alta.
«Si è ridotta la resa per ettaro» spiega il giovane ingegnere energetico che ha ereditato dal padre la passione per la vigna, «ma le uve si presentano sane e se raccolte al momento giusto, al grado di maturazione ideale, ci regaleranno dei grandi vini».
Cinghiali all’assalto delle vigne
Come se non bastasse la crisi climatica a complicare la vita ai produttori, da queste parti ci si mettono anche i cinghiali. Attraversando i terreni circostanti alle vigne, ora delimitati dalla recinzione elettrica, i segni del loro passaggio sono evidenti.
«Sono ghiotti d’uva e la predano proprio quando è matura al punto giusto. Muovendosi in branchi sono in grado di distruggere un intero vigneto, azzerando il lavoro di un anno. Tempo fa, in una notte - ricorda Leo - ne hanno divorato 10 quintali».
Obiettivo Doc
Nonostante le difficoltà, il settore vinicolo vibonese resiste e guarda al futuro grazie ad un manipolo di piccole cantine guidate da giovani vignaioli animati da grandi obiettivi. All’orizzonte c’è soprattutto la Doc Costa degli Dei, pensata proprio per valorizzare zibibbo e magliocco canino. Il percorso, sostenuto anche dal Gal Terre Vibonesi, potrebbe contribuire a proiettare le aziende vibonesi su mercati ancora più ampi.
«Siamo in dirittura d’arrivo - commenta Lacquaniti da componente dell’Associazione viticoltori vibonesi -. Mancano pochi passaggi e finalmente potremo avere anche noi la nostra Doc. Rappresenterà un riconoscimento fondamentale per tutto il territorio vibonese».