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19/10/2026 ore 09.54
Economia e lavoro

Schiacciati dai rincari, ora anche i fornai calabresi si uniscono alla protesta: «Costi insostenibili e margini ridotti»

Dalla provincia di Cosenza parte la protesta dei panificatori artigianali al fianco degli autotrasportatori. Tra rincari di farina, energia e imballaggi e le criticità legate alla grande distribuzione, cresce il rischio di nuovi aumenti per i consumatori e di difficoltà per le piccole imprese

di Redazione Economia

Non c'è soltanto il caro-carburanti dietro la protesta che sta attraversando il Mezzogiorno. In Calabria, accanto agli autotrasportatori, scendono in campo anche i panificatori artigianali, esasperati dall'aumento dei costi di produzione e da condizioni commerciali che, denunciano, mettono a rischio la sopravvivenza delle piccole imprese.

La mobilitazione è partita il 16 ottobre dalla provincia di Cosenza, con la chiusura dei panifici e la protesta sulla statale 106, nella piana di Sibari. Una data simbolica, coincidente con la Giornata mondiale del pane fresco e artigianale, che richiama il valore di una tradizione alimentare profondamente radicata nei territori.

Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, quella che doveva essere una serrata di due giorni è destinata a proseguire almeno fino a martedì 20 ottobre. Al centro della vertenza ci sono gli 873 panificatori della provincia cosentina, in gran parte titolari di aziende a conduzione familiare, alle prese con margini sempre più ridotti e spese difficili da sostenere.

La protesta sulla statale 106

A guidare la mobilitazione è un gruppo di 31 panificatori dell'Alto Ionio cosentino, che ha scelto di presidiare la statale 106, nei pressi della piana di Sibari. Qui, tra camion in sosta e fornelli improvvisati, i fornai hanno affiancato gli autotrasportatori, condividendo le preoccupazioni per il rincaro dei carburanti e per le conseguenze economiche che colpiscono l'intera filiera produttiva.

Il presidio racconta una crisi che va oltre le singole categorie professionali. Se il costo del trasporto aumenta, crescono anche le spese per distribuire le materie prime e consegnare i prodotti finiti. Per i panificatori, già alle prese con bollette elevate e forniture più care, ogni ulteriore rincaro rischia di compromettere l'equilibrio economico delle attività.

Dietro la protesta c'è soprattutto la richiesta di condizioni che consentano alle imprese artigiane di continuare a lavorare senza essere costrette a scegliere tra l'aumento dei prezzi e la riduzione dei propri margini.

Farina, energia e imballaggi: produrre pane costa sempre di più

Le cifre riportate dal Corriere della Sera restituiscono la dimensione delle difficoltà. I titolari dei panifici segnalano che dal primo novembre potrebbe essere necessario aumentare il prezzo del pane da 3 a 3,80 euro al chilogrammo.

A pesare sui bilanci sono soprattutto le materie prime, l'energia e gli imballaggi. Il costo della carta e della plastica, secondo le testimonianze raccolte, è aumentato fino al 50 per cento. Il gas ha raggiunto 1,10 euro al litro, con un incremento di 70 centesimi, mentre la farina è rincarata di 10 euro al quintale dalla metà di settembre, arrivando a quota 60 euro.

A questi aumenti si sommano le bollette elettriche e il costo del lavoro. In un settore caratterizzato da lavorazioni quotidiane e da margini spesso contenuti, assorbire ogni rincaro senza intervenire sui listini diventa sempre più complicato.

Il rischio è che una parte dei maggiori costi finisca inevitabilmente sul consumatore, con ripercussioni soprattutto sulle famiglie che devono già fare i conti con l'aumento delle spese quotidiane.

Lavorare di notte e trovare personale: la sfida dei piccoli forni

La panificazione artigianale richiede tempi e competenze che non possono essere compressi senza compromettere la qualità del prodotto. La preparazione comincia spesso durante la notte e deve rispettare i cicli di lavorazione e lievitazione, con un impiego di manodopera superiore rispetto ai processi industriali.

È proprio il costo del personale a rappresentare una delle principali preoccupazioni degli operatori. I panificatori chiedono agevolazioni contributive per le assunzioni, considerate indispensabili per garantire un futuro al mestiere.

Anche le attività a conduzione familiare descrivono una situazione difficile: nei piccoli panifici lavorano titolari, coniugi, parenti e dipendenti regolarmente assunti, con stipendi che oscillano tra 1.200 e 1.800 euro mensili.

La difficoltà di reperire personale disposto a lavorare di notte si somma all'impossibilità, denunciata dagli imprenditori, di sostenere ulteriori aumenti salariali senza un miglioramento delle condizioni economiche complessive. Da qui la richiesta di un intervento delle istituzioni regionali per favorire le assunzioni e sostenere le imprese artigiane.


Il nodo della grande distribuzione e del pane invenduto

La protesta non riguarda soltanto i rincari delle materie prime. Nel mirino dei panificatori finisce anche la grande distribuzione organizzata, accusata da alcuni operatori di imporre condizioni commerciali penalizzanti.

Tra le questioni più contestate c'è il cosiddetto reso, cioè la restituzione al produttore del pane rimasto invenduto. Un meccanismo che, secondo le testimonianze raccolte dal Corriere della Sera, grava sui panificatori artigianali e contribuisce a ridurne ulteriormente i ricavi.

Il problema emerge con chiarezza attraverso un esempio concreto: consegnando al rivenditore dieci chilogrammi di pane a 2,20 euro al chilo, l'incasso teorico sarebbe di 22 euro. Se tre chilogrammi rimangono invenduti e vengono restituiti, il ricavo scende a 15,40 euro. Il prezzo effettivo riconosciuto al produttore si riduce così a circa 1,54 euro al chilogrammo, anziché ai 2,20 euro pattuiti.

Una differenza che può diventare determinante per le piccole aziende, soprattutto quando si somma agli aumenti di farina, energia, imballaggi e manodopera.

Secondo i panificatori, questo sistema favorirebbe i produttori industriali, capaci di lavorare su grandi volumi e di acquistare materie prime a condizioni più vantaggiose. Per gli artigiani, invece, il rischio è di sostenere direttamente il costo delle quantità invendute, senza poter contare su margini sufficienti a compensare le perdite.

A complicare ulteriormente la situazione ci sono le condizioni imposte da alcuni supermercati. I fornai denunciano richieste di partecipazione agli aumenti di prezzo, che finirebbero per trasferire una parte dei rincari alla distribuzione anziché lasciarne il beneficio a chi produce.


Il futuro del pane artigianale passa dagli interventi delle istituzioni

La vertenza dei panificatori calabresi mette in evidenza una questione che riguarda l'intero sistema alimentare: come garantire la sostenibilità economica delle piccole imprese senza rendere più costosi i prodotti essenziali per i cittadini?

Per gli artigiani, mantenere invariati i prezzi mentre aumentano le spese significa rischiare di lavorare con margini insufficienti. Aumentarli, però, può tradursi in una perdita di competitività e in un ulteriore aggravio per i consumatori.

La richiesta rivolta alle istituzioni riguarda quindi più fronti: agevolazioni per le assunzioni, maggiore attenzione ai costi energetici, condizioni commerciali più equilibrate e interventi capaci di tutelare le attività di dimensioni ridotte.

La protesta partita dalla provincia di Cosenza diventa così il simbolo delle difficoltà di un comparto che non rappresenta soltanto una componente dell'economia locale, ma anche un patrimonio di competenze, tradizioni e occupazione.

Il prolungamento della serrata almeno fino al 20 ottobre conferma la determinazione dei panificatori a mantenere alta l'attenzione sulle proprie rivendicazioni. Resta da capire se la mobilitazione porterà a un confronto concreto con le istituzioni e a misure in grado di contenere i rincari.

Intanto, il possibile aumento del pane da novembre riporta al centro il problema del caro-vita. Perché dietro una pagnotta non ci sono soltanto farina e acqua, ma il lavoro notturno di chi la produce, i costi di un'impresa e l'equilibrio economico di un'intera filiera.