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16/05/2026 ore 11.20
Economia e lavoro

TuttoFood conferma la forza della Calabria del gusto, ora la sfida è trasformarlo in leva per il turismo

Dalle aziende protagoniste a Milano all’Unesco, l’agroalimentare calabrese è già un capitale reputazionale. Ora è necessario connetterlo stabilmente a turismo, territori e radici

di Nicola Durante*

La Calabria che si è presentata a TuttoFood 2026 non è più una regione in cerca di conferme. Le 133 aziende presenti a Milano, dentro una manifestazione cresciuta fino a 5.000 brand e 4.000 top buyer internazionali, raccontano un comparto agroalimentare che ha imparato a stare nei luoghi in cui si costruiscono relazioni commerciali, reputazione e mercati. La fiera ha restituito l’immagine di una regione compatta, capace di tenere insieme imprese, istituzioni, giovani produttori, tradizione e innovazione.

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Sarebbe però riduttivo fermarsi alla soddisfazione per il successo fieristico. L’agroalimentare calabrese non è più una promessa da raccontare, ma è una realtà che vende, esporta, convince e si posiziona. L’interrogativo più interessante, allora, è un altro: quanto di questa reputazione riesce davvero a trasformarsi in attrazione turistica per la Calabria?

Dal prodotto al viaggio

TuttoFood serve a portare i prodotti calabresi nel mondo, ma una regione dal patrimonio alimentare così riconoscibile dovrebbe porsi anche l’obiettivo inverso: usare quei prodotti per portare il mondo in Calabria.

Un olio, un vino, un salume, una conserva, un formaggio, un dolce identitario possono conquistare un buyer a Milano o un consumatore all’estero. Se però attorno a quegli stessi prodotti si costruisce un’esperienza di visita, il valore cambia natura. Non è più soltanto acquisto, diventa desiderio di luogo. Una degustazione in azienda, il racconto di una filiera, un pranzo con ingredienti del territorio, un laboratorio con chi produce, un itinerario tra paesaggio rurale, borgo e bottega artigiana non vendono solo cibo, ma vendono la Calabria come esperienza.

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È qui che il comparto agroalimentare può diventare un vero attrattore turistico, non accessorio, ma strutturale. Non un complemento folcloristico alla vacanza balneare, né una sequenza di eventi enogastronomici concentrati in pochi giorni d’estate, ma una delle chiavi attraverso cui ripensare l’offerta regionale lungo tutto l’anno.

Il contesto internazionale va in questa direzione. Il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025 segnala che i soggiorni enogastronomici dei turisti stranieri in Italia sono cresciuti del 176% nell’ultimo decennio, raggiungendo nel 2024 760 mila arrivi, 2,4 milioni di pernottamenti e 396 milioni di euro di spesa. Sono dati che parlano direttamente alla Calabria, perché la regione possiede produzioni riconoscibili, paesaggi agricoli ancora leggibili, una cucina di forte identità e un intreccio ravvicinato tra costa, collina, montagna e aree interne. La questione non è inventare un mercato, ma organizzare l’offerta perché quel mercato possa incontrare il territorio.

Unesco, la dimensione perfetta per la Calabria

Il riconoscimento UNESCO della cucina italiana come Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità, arrivato nel dicembre 2025, rende questa riflessione ancora più attuale. Non è stata premiata una lista di piatti, ma una pratica culturale fondata su sostenibilità, trasmissione dei saperi, convivialità e legame con i territori. È una definizione che si adatta alla Calabria, dove il cibo conserva una relazione evidente con cicli agricoli, tradizioni familiari e memoria delle comunità.

Accanto alla cucina italiana, resta imprescindibile il riferimento alla Dieta Mediterranea, iscritta dall’UNESCO già nel 2010 come patrimonio immateriale. In Calabria il richiamo è tutt’altro che generico: Nicotera occupa un posto centrale nella storia degli studi su questo modello e resta uno dei luoghi più forti attraverso cui raccontare il nesso tra alimentazione, qualità della vita e identità territoriale.

Eppure questa eredità non sempre viene tradotta in una proposta turistica adeguata. Il rischio è che il cibo resti confinato in due spazi separati: da un lato la promozione commerciale delle imprese, dall’altro la ristorazione intesa come servizio per chi è già arrivato. In mezzo manca spesso la costruzione di un sistema capace di fare del gusto una motivazione primaria del viaggio.

Serve una filiera turistica del gusto

La vera sfida è mettere in relazione ciò che troppo spesso viaggia in parallelo: aziende produttrici, ristoratori, strutture ricettive, comuni, borghi, musei, parchi, guide, operatori turistici. Una destinazione che voglia lavorare seriamente sul turismo enogastronomico non può limitarsi a promuovere prodotti d’eccellenza o a riempire il calendario di sagre. Deve costruire prodotti turistici permanenti, riconoscibili, prenotabili, narrabili e vendibili.

La Calabria potrebbe farlo seguendo la propria geografia naturale. Dal mare alla montagna si passa dalla cucina costiera alla cultura dell’olio, dai vini delle colline ai salumi e ai formaggi delle aree interne, dai bergamotti agli agrumi, dai pani tradizionali ai dolci rituali, dalle conserve ai prodotti dei boschi. Questa varietà non è solo abbondanza: è struttura narrativa. Può diventare itinerario, esperienza, motivo per allungare il soggiorno, uscire dalle località più congestionate e distribuire meglio i flussi.

Parlare al mondo attraverso il gusto

C’è poi un segmento che per la Calabria può avere un valore ancora più profondo: il turismo delle radici, rivolto a una platea potenziale che sfiora gli 80 milioni di italiani all’estero, oriundi e italo-discendenti. Per una terra segnata da una diaspora imponente, il cibo può diventare una lingua potentissima. Chi torna nei luoghi dei nonni non cerca soltanto un cognome su una lapide o una casa di famiglia: cerca spesso anche un sapore ricordato, raccontato, tramandato.

Il gusto non è quindi un accessorio del turismo delle radici: può esserne una delle porte d’ingresso più efficaci e uno strumento di racconto all’estero. Le imprese calabresi che oggi incontrano buyer e mercati internazionali non vendono soltanto prodotti: rappresentano frammenti di una terra che, se ben raccontata, può generare curiosità, viaggio e ritorno.

Dopo la vetrina, il sistema

TuttoFood 2026 lascia alla Calabria un messaggio che va oltre il bilancio positivo della partecipazione. Dice che il comparto agroalimentare regionale ha forza, qualità e riconoscibilità, ma suggerisce anche che il passaggio successivo non può esaurirsi nella presenza alle fiere, pur necessaria. La Calabria deve decidere se considerare le proprie eccellenze alimentari soltanto come prodotti da esportare o anche come motivi per venire, restare e tornare.

È qui che si misura la maturità di una visione territoriale. La promozione del cibo e la promozione turistica non possono più essere due capitoli separati. Le fiere portano il gusto calabrese nel mondo. Una strategia più evoluta dovrebbe fare anche il contrario: usare quel gusto per riportare il mondo, o almeno una parte di esso, in Calabria.

*Esperto di Marketing e Comunicazione per le PMI e di Marketing Territoriale e Valorizzazione Culturale per la PA – CMO del gruppo Fedinvest