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30/09/2026 ore 06.30
Editoriali

Abbiamo paura dell’uomo nero, intanto tutto cambia sopra le nostre teste. E i cinesi stanno comprando il mondo intero

Mentre si discute di chi dovrebbe entrare in un’aula, un paese invecchia e perde abitanti. Mentre si cerca un nemico nel diverso, cambiano tecnologia, economia e equilibri globali. Il problema non è chi arriva, ma la difficoltà di comprendere il mondo che cambia

di Franco Laratta

«Se non fai il bravo, arriva l’uomo nero». Da bambini bastava quella frase. L’uomo nero era quello che arrivava quando facevamo i cattivi. Quello che viveva fuori dalla porta. Quello che non conoscevamo. Bastava nominarlo e correvamo sotto le coperte.

Il problema è che qualcuno, sotto quelle coperte, è rimasto per tutta la vita. Perché ancora oggi abbiamo paura dell’uomo nero.

Abbiamo paura dell’immigrato che cerca lavoro. Del ragazzo straniero che entra nel nostro quartiere. Della famiglia che arriva nel nostro palazzo. Del bambino straniero che entra in una classe.

Ci preoccupano il colore della pelle, la lingua, la religione, i confini. E qualche volta arriviamo persino a discutere se quel bambino debba stare dentro un’aula. Come se il problema fosse lui. Come se il problema fosse il colore della sua pelle. Come se quella presenza fosse una minaccia. E non ci accorgiamo dell'assurdo.

Quella scuola rischia magari di chiudere perché non ci sono più bambini. Quella classe rischia di scomparire perché l'Italia fa sempre meno figli.

Le imprese cercano lavoratori. Le famiglie cercano persone che assistano gli anziani. I territori si svuotano. Interi paesi perdono abitanti. E noi continuiamo a discutere di chi non dovrebbe entrare.

È una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: abbiamo paura di chi arriva mentre non ci accorgiamo di tutto ciò che se ne va.

Se ne vanno i giovani. Se ne vanno i figli. Se ne vanno i lavoratori. Se ne vanno le energie. Se ne va il futuro. E noi continuiamo a cercare un nemico.

Poi c'è l'argomento che ritorna sempre. «Ma gli stranieri uccidono le donne». Davvero? Guardiamo i numeri, perché quando si parla di paura i numeri dovrebbero venire prima delle urla.

Nel 2025 in Italia sono state uccise 97 donne. Di queste, 85 sono state uccise da persone riconducibili all’ambito familiare-affettivo.

Nel primo semestre del 2026 le vittime femminili di omicidio volontario e del nuovo reato di femminicidio sono state 34: 26 registrate come omicidio volontario e 8 come femminicidio ai sensi della nuova fattispecie penale, entrata in vigore nel dicembre 2025.

La fotografia che emerge è molto meno comoda dello slogan. Perché la violenza contro una donna, troppo spesso, non arriva da uno sconosciuto comparso dal nulla. Arriva da vicino. Da un marito. Da un compagno. Da un ex compagno. Da un familiare. Da qualcuno che conosce quella donna. Qualcuno che magari ha salutato il vicino di casa. Che ha accompagnato i figli a scuola. Che è andato al lavoro. Che ha fatto la spesa. Che la domenica è entrato in chiesa.

Il male non ha un colore. Non ha un passaporto. Non indossa una divisa che ci permette di riconoscerlo dalla strada.

E questa è forse la cosa più difficile da accettare. Il male non è sempre quello che immaginiamo. E nemmeno il bene.

Gli italiani lo dovrebbero sapere meglio di altri. Perché siamo stati anche noi gli stranieri. Quelli che partivano con una valigia. Quelli che arrivavano in Svizzera, in Belgio, in Germania, negli Stati Uniti, in Australia, in Canada. Quelli che venivano guardati con sospetto. Quelli a cui qualcuno chiedeva di tornare a casa. Quelli considerati poveri, ignoranti, inferiori.

Eravamo noi, un tempo, quelli che qualcun altro avrebbe voluto tenere fuori. E allora forse dovremmo ricordarcelo.

Non per cancellare i problemi. Non per fingere che criminalità, illegalità, sfruttamento, clandestinità o difficoltà di integrazione non esistano. Esistono. E vanno affrontati.

Ma una cosa è governare un fenomeno. Un'altra è trasformare un'intera categoria di persone in una minaccia. Una cosa è discutere di sicurezza. Un'altra è avere bisogno di un nemico per sentirsi al sicuro.

Perché quando cominciamo a giudicare una persona prima ancora di conoscerla, non stiamo più parlando di sicurezza. Stiamo parlando di paura. E la paura è una pessima consigliera. Ma c'è qualcosa di ancora più paradossale.

Mentre noi cerchiamo l'uomo nero sotto il letto, il mondo sta cambiando sopra le nostre teste. E noi quasi non ce ne accorgiamo. Guardiamo l'immigrato.
E non guardiamo la Cina
. Guardiamo il bambino straniero che entra in una classe.

E non guardiamo chi sta costruendo le tecnologie con cui funzionerà il mondo di domani. Guardiamo il colore della pelle. E non guardiamo le catene industriali. Le batterie. I semiconduttori. L'intelligenza artificiale. Le materie prime. Le reti energetiche. Le tecnologie strategiche.

Nel 2025 la Cina ha prodotto oltre l'80% delle celle per batterie a livello mondiale. Ha prodotto circa il 70% delle auto elettriche. Circa l'85% dei materiali catodici. E oltre il 90% dei materiali anodici utilizzati nelle batterie delle auto elettriche. Non è soltanto una questione di automobili. È una questione di potere industriale. Di tecnologia. Di energia. Di dipendenza. Di futuro.

La Cina non sta bussando alla porta. In molti settori è già dentro casa. E noi?

Noi discutiamo per giorni del bambino straniero che entra in un'aula. Questa è la fotografia più impietosa della nostra distrazione. Abbiamo paura dell'uomo nero mentre altri progettano il prossimo decennio. Abbiamo paura del diverso mentre altri investono miliardi nelle tecnologie che determineranno la nostra autonomia.

Abbiamo paura della famiglia straniera che arriva nel palazzo mentre dovremmo chiederci chi controllerà le batterie, i dati, le reti, le materie prime, i sistemi industriali e l'intelligenza artificiale.

Abbiamo paura di chi entra dalla porta mentre non ci accorgiamo di ciò che entra dalla fibra ottica. E forse è proprio questa la nostra più grande fragilità. Non la presenza dello straniero. Ma la nostra incapacità di capire il mondo. Perché il mondo non aspetta che noi abbiamo finito di litigare. Non aspetta che abbiamo risolto le nostre paure. Non aspetta che abbiamo trovato il nostro prossimo nemico.

Il mondo corre. E noi discutiamo. Discutiamo di confini. Di colori. Di accenti. Di chi è abbastanza italiano. Di chi merita di stare dentro un'aula.

Intanto l'Italia invecchia. Le scuole si svuotano. I territori perdono giovani. Le imprese cercano lavoratori.

E l'immigrazione, quando è governata attraverso lavoro, diritti, regole e integrazione, può diventare anche una risposta a una parte di queste trasformazioni. Non è una favola. Non è una soluzione magica.

È una questione demografica, economica e sociale che prima o poi dovremo affrontare senza slogan. Così come dobbiamo discutere seriamente di sicurezza. Di legalità. Di controllo delle frontiere. Di integrazione. Di criminalità. Di violenza contro le donne. Ma dobbiamo farlo sulla realtà. Non sulla paura.

Perché quando la paura sostituisce la conoscenza, il diverso diventa automaticamente colpevole. E quando il colore della pelle diventa una prova, abbiamo già smesso di ragionare.

Il vero uomo nero, allora, non è quello che immaginiamo sotto il letto. È quello che ci hanno insegnato a temere. È il nemico che costruiamo perché è più facile avere un volto da indicare che avere una realtà da comprendere.

E forse il nero che dovremmo temere davvero non è quello della pelle. È quello della storia quando ricomincia a dividere gli uomini tra superiori e inferiori.

Tra quelli che meritano e quelli che non meritano. Tra quelli che possono entrare e quelli che devono restare fuori. Il problema non è l'uomo nero.

Non è l'uomo giallo. Non è nemmeno l'uomo bianco.

Il problema è quando smettiamo di vedere l'uomo. Quando vediamo il colore prima della persona. La nazionalità prima del nome. Il confine prima del volto. La paura prima della realtà.

E allora sì, abbiamo un problema. Ma non è arrivato da fuori. È nato dentro di noi. È l'ignoranza. È la presunzione di credere di aver capito il mondo mentre il mondo ci sta cambiando davanti agli occhi. È continuare a cercare l'uomo nero sotto il letto.

Mentre sopra le nostre teste stanno cambiando il lavoro, la tecnologia, la demografia, l'economia e gli equilibri del pianeta.

E noi? Noi siamo ancora lì. Sotto le coperte. Ad avere paura.