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07/06/2026 ore 06.15
Editoriali

Avevano nomi e speranze, non erano «i bangla»: la strage di Amendolara e la nostra indifferenza

Waseem, Amin, Safi e Ismat non sono soltanto protagonisti di una cronaca feroce. La loro morte riapre il dibattito sullo sfruttamento dei braccianti e sul valore della dignità umana: quello che dimentichiamo troppo spesso

di Franco Laratta

Avevano un nome. Un nome prima del colore della pelle. Prima di una fede. Avevano nomi e cognomi che nessuno ha ricordato.

Quattro ragazzi, nemmeno trentenni: Waseem Khan, pakistano. Amin Fazal Khogjani, afghano. Safi Iayjad, afghano. Ullah Ismat, il più giovane, 19 anni, afghano. Nomi. Storie. Famiglie. Forse dei figli, una moglie, degli affetti. Lavoravano fino allo sfinimento. Per quattro spiccioli all’ora. Soldi che qualcuno non ha mai dato loro. Per molti erano soltanto «i bangla». Invisibili.

Il 1° giugno 2026, sulla strada per Amendolara, nell’Alto Ionio cosentino, sono stati chiusi in un’auto, con le porte sigillate, e bruciati vivi. Un quinto uomo è riuscito a sfuggire agli assassini. La loro condanna a morte è stata pronunciata quando hanno chiesto di essere pagati dopo mesi di duro e spietato lavoro. E poi, da insolenti, hanno persino chiesto di non dover più dormire in dieci in uno stanzone. Che pretese!

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Li hanno bruciati vivi senza pietà. Quattro poveri disperati, come migliaia di altri che vagano nei campi sotto il sole cocente. Raccolgono la frutta che arriva sulle nostre tavole. Senza di loro, molti raccolti non esisterebbero.

La verità, diciamolo, è che abbiamo un disperato bisogno di questi ragazzi. Le nostre aziende agricole soffrono la mancanza di manodopera. Senza questi lavoratori, l’agricoltura italiana si ferma. I campi si svuotano: nessun giovane italiano vuole lavorare dodici ore sotto il sole per pochi euro.

Sono loro che tengono in piedi una parte fondamentale della nostra agricoltura. E proprio per questo dovremmo accoglierli e garantire loro contratti regolari, case dignitose e diritti. Invece troppo spesso li usiamo e poi li abbandoniamo. Poi arriva l’odio: «violentano le nostre donne». Quanto siamo bugiardi e razzisti. Ogni anno in Italia vengono uccise circa 130 donne. A ucciderle sono mariti, ex compagni, conviventi. Persone considerate spesso «brava gente che salutava sempre».

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Papa Francesco ha parlato della «globalizzazione dell’indifferenza».

Attorno a tutto questo, in Calabria e altrove, ci sono la malavita e la criminalità organizzata, che prosperano anche grazie alla nostra complicità. Alla nostra indifferenza. E alla complicità di uno Stato che guarda, conosce, sa, ma troppo spesso non interviene. Quanto siamo razzisti e indifferenti. Quanto odio verso quei disperati. Abbiamo dimenticato che siamo stati migranti anche noi. Milioni di italiani hanno lasciato il proprio Paese in cerca di una vita migliore. Nel 1912 un rapporto americano descriveva così gli emigrati meridionali: «Di piccola statura, pelle scura, abitudini igieniche primitive, scarso valore intellettuale».

Lo stesso linguaggio che oggi viene utilizzato contro i vari Waseem, Amin, Safi e Ismat. Quattro ragazzi che non volevano rubare il lavoro a nessuno. Volevano soltanto vivere. Ora sono morti. Bruciati vivi.

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Avevano un nome. Una famiglia. Una speranza. Hanno trovato una morte assurda, bestiale. Nessuno ha potuto difenderli. Ogni anno centinaia di persone muoiono sul lavoro, soprattutto nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica e del lavoro irregolare. In Italia le morti sul lavoro superano complessivamente le mille unità ogni anno. Eppure questo non scandalizza quasi nessuno.

C’è poi un dato storico particolarmente drammatico: tra il 2014 e il 2023 sono stati registrati oltre 63.000 migranti morti o scomparsi lungo le rotte migratorie, di cui circa 30.000 nel MediterraneoQuesti non sono soltanto numeri. Sono vite umane. Erano speranze. Ora giacciono in fondo al mare.