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11/10/2026 ore 06.15
Editoriali

Capodanno in Calabria, da Rai a Mediaset: e se sul palco salissero finalmente i suoi talenti?

Dopo tre anni di Concertone sulla tv di Stato e l’ipotesi del Biscione a Cosenza, la Calabria può puntare oltre la vetrina televisiva: cinque città, piazze e teatri uniti in un grande evento per valorizzare artisti locali, giovani e professionalità del territorio

di Franco Laratta

Dopo i capodanno Rai, ora l’ipotesi Mediaset a Cosenza. La grande vetrina televisiva può essere un’opportunità, ma la vera sfida è un’altra: smettere di essere soltanto il palcoscenico degli altri e cominciare a investire sui propri artisti, sui propri teatri, sui propri talenti.

Cinque città, una sola regione, una notte per dimostrare che la Calabria non ha soltanto bellezze da mostrare, ma anche talenti da mettere in scena.

La Calabria sa mettere in vetrina le proprie piazze. La domanda è se sappia mettere sul palco anche il proprio talento.

È da qui che dovremmo cominciare a discutere del prossimo Capodanno, mentre si rincorrono le ipotesi sulla grande festa televisiva che potrebbe accompagnare l’arrivo del nuovo anno.

Per tre anni abbiamo ospitato la Rai, portando Crotone, Reggio Calabria e Catanzaro sotto i riflettori nazionali. Adesso si parla di Mediaset a Cosenza. Cambia la rete, potrebbe cambiare la città, ma c’è una domanda, che è anche una proposta, che continua a rimanere sullo sfondo: perché non proviamo a fare in modo che, una volta tanto, a essere protagonista sia la Calabria stessa?

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Non è una polemica contro la Rai. Non è una diffidenza verso Mediaset. E non è nemmeno l’invito a rinunciare alla possibilità di portare nelle nostre piazze grandi artisti e importanti produzioni televisive. Sarebbe miope considerare un limite ciò che può rappresentare un’opportunità di promozione per una terra che ha bisogno di farsi conoscere, di attrarre visitatori, di raccontare al Paese una realtà diversa da quella troppo spesso consegnata alle cronache.

Il punto è un altro. Una cosa è portare un grande spettacolo in Calabria. Un’altra è utilizzare quello spettacolo per costruire qualcosa che rimanga alla Calabria.

La differenza non è soltanto nelle parole. È nella visione.

Per tre anni la nostra regione ha investito nella promozione attraverso il Capodanno Rai, nell’ambito di un progetto sostenuto dalla Regione con una convenzione con Rai Com. Per le edizioni 2023 e 2024, la convenzione biennale iniziale ammontava a 3,242 milioni di euro più Iva. Nel dicembre 2025 il presidente Roberto Occhiuto ha rivendicato 187 milioni di spettatori complessivi raggiunti in tre anni dalle trasmissioni legate alla promozione del territorio.

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Sono numeri che raccontano una significativa esposizione mediatica, ma che non esauriscono la questione. Perché la visibilità, da sola, non basta a misurare il successo di un investimento pubblico. Occorre capire quali risultati abbia prodotto, quali opportunità abbia generato e quale valore sia rimasto sul territorio.

Quanti visitatori in più? Quali ricadute sulle attività economiche locali? Quante imprese calabresi coinvolte? Quanti professionisti hanno trovato lavoro grazie a queste produzioni? E quale spazio hanno avuto i nostri artisti?

Sono domande legittime. Anzi, necessarie. Non per contestare a priori le scelte compiute, ma per capire come migliorare quelle future.

Perché se spendiamo risorse pubbliche per promuovere la Calabria, dobbiamo anche domandarci quale Calabria stiamo promuovendo. Se investiamo nella capacità di attirare l’attenzione, dobbiamo chiederci come trasformare quell’attenzione in opportunità. Se milioni di persone possono vedere le nostre piazze, sarebbe ragionevole chiedersi quanti possano conoscere anche la musica, la creatività, la cultura e le professionalità che nascono in questa terra.

Il rischio, altrimenti, è quello di diventare bravissimi a mostrare ciò che abbiamo, senza investire abbastanza su ciò che siamo capaci di produrre.

Adesso si parla di Mediaset a Cosenza. Bene. Se l’ipotesi dovesse concretizzarsi, sarebbe un’altra occasione per accendere i riflettori sulla città e sulla regione. Ma proprio questa possibilità dovrebbe spingerci a ragionare oltre il singolo evento.

Possibile che il nostro orizzonte debba fermarsi ogni anno alla ricerca del grande nome nazionale, della rete televisiva più prestigiosa, della piazza capace di attirare più pubblico? Possibile che il successo di una notte debba dipendere quasi esclusivamente dalla capacità di portare qui uno spettacolo già costruito altrove?

I grandi artisti sono benvenuti. La televisione nazionale è una risorsa. Le piazze piene sono una bella immagine. Ma una regione che vuole crescere dovrebbe avere anche l’ambizione di costruire un sistema culturale capace di vivere oltre la singola manifestazione.

E qui entra in gioco una ricchezza di cui parliamo troppo spesso in termini generici e sulla quale investiamo troppo poco in termini concreti: il talento calabrese.

Ci sono cantanti, cantautori, musicisti, orchestre, band, interpreti, cori, compagnie teatrali e giovani professionisti che lavorano nei locali, nei teatri, nelle piazze, nei circuiti nazionali. Ci sono artisti conosciuti anche fuori dai confini regionali e altri che aspettano un’occasione per essere ascoltati. Ci sono ragazzi che studiano nei conservatori, si formano, compongono, sperimentano e cercano uno spazio nel quale trasformare la propria passione in una professione.

Alcuni sono costretti a cercare altrove le opportunità che non trovano qui. Altri riescono a costruire percorsi importanti, ma senza poter contare su una rete territoriale capace di sostenerli con continuità.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché non utilizzare la forza di un grande evento per offrire a questo patrimonio una possibilità concreta?

Immaginiamo, per una volta, un Capodanno diverso. Non un evento organizzato semplicemente in Calabria, ma un grande Capodanno della Calabria.

Cinque città, cinque piazze, cinque palchi: Cosenza, Catanzaro, Crotone, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Un progetto regionale unitario, con una direzione artistica comune, una regia condivisa e collegamenti televisivi e digitali capaci di raccontare, nella stessa notte, territori diversi e un’unica identità.

Non cinque concerti comunali messi insieme per l’occasione. Non una somma di manifestazioni scollegate, ognuna impegnata a rivendicare il proprio spazio. Ma un solo grande evento, pensato e organizzato come una produzione regionale, con una visione riconoscibile e obiettivi precisi.

A Cosenza potrebbe esserci una grande produzione musicale. A Catanzaro un’altra piazza potrebbe ospitare cantautori e interpreti. Crotone potrebbe diventare il palcoscenico di giovani band e nuove sonorità. Vibo Valentia potrebbe valorizzare orchestre, cori e musicisti. Reggio Calabria potrebbe contribuire con una grande produzione capace di dialogare con il resto della regione. Sono soltanto ipotesi da sviluppare attraverso un progetto artistico serio, non una distribuzione di etichette da assegnare alle città.

Si potrebbero coinvolgere anche altre realtà importanti, da Lamezia Terme a Corigliano-Rossano, attraverso iniziative collaterali e un programma più ampio di eventi culturali.

Il cuore della proposta, però, sarebbe uno: fare in modo che i calabresi non siano soltanto il pubblico della festa, ma anche una parte essenziale di chi la realizza.

Una grande orchestra regionale. Cantautori. Interpreti. Musicisti professionisti. Giovani band selezionate attraverso audizioni pubbliche. Artisti che hanno già conquistato un pubblico e altri che non hanno ancora avuto la possibilità di farsi conoscere. Una produzione capace di alternare generazioni, linguaggi e stili, senza rinunciare alla qualità e senza trasformare l’appartenenza territoriale in un lasciapassare.

E naturalmente potrebbero esserci anche grandi ospiti nazionali. Non c’è alcuna ragione per contrapporre gli artisti calabresi ai nomi più conosciuti della musica italiana. Il punto non è chiudersi al mondo, ma smettere di pensare che per essere credibili davanti al mondo sia necessario affidarsi sempre e soltanto a chi arriva da fuori.

Un grande artista nazionale può condividere il palco con un talento calabrese. Una produzione televisiva può diventare l’occasione per presentare al pubblico italiano una voce nuova. Un evento di richiamo può contribuire a costruire una rete professionale che continui a lavorare anche nei mesi successivi.

È questa la differenza tra una vetrina e una strategia.

E la proposta potrebbe andare ancora oltre. Perché il Capodanno non deve necessariamente esaurirsi nelle piazze, nei concerti e nel conto alla rovescia di mezzanotte. La Calabria possiede teatri e istituzioni culturali che potrebbero diventare parte di una grande notte regionale dedicata anche alla musica classica, alla danza, alla poesia e al teatro.

Il Rendano di Cosenza, il Politeama di Catanzaro, il Cilea di Reggio Calabria e gli altri spazi teatrali della regione potrebbero ospitare concerti, recital, spettacoli e iniziative coordinate, nel rispetto delle rispettive programmazioni e delle possibilità organizzative.

Orchestre sinfoniche. Pianisti. Violinisti. Cantanti lirici. Attori. Compagnie teatrali. Poeti. Giovani diplomati dei conservatori. Professionisti che hanno studiato e lavorato lontano dalla propria terra e che potrebbero ritrovare, almeno per una notte, un palcoscenico nella comunità dalla quale sono partiti.

Non sarebbe un’alternativa alla festa popolare, ma il suo naturale completamento. Le piazze per la musica, l’incontro e la partecipazione collettiva; i teatri per offrire anche un’altra possibilità di vivere la notte di San Silvestro.

Una regione che si rispetti non deve scegliere tra divertimento e cultura, tra musica popolare e musica classica, tra il pubblico più giovane e quello che cerca un’esperienza diversa. Deve essere capace di offrire occasioni differenti, accessibili e di qualità.

Sarebbe anche un modo per riportare l’attenzione su luoghi che troppo spesso entrano nel dibattito pubblico soltanto in occasione di anniversari, inaugurazioni o emergenze. I teatri non sono edifici da citare nei discorsi ufficiali. Sono spazi vivi, che hanno bisogno di programmazione, pubblico, risorse e continuità.

Naturalmente, tutto questo non si realizza con uno slogan. Un Capodanno regionale richiederebbe una regia organizzativa competente, un piano economico trasparente, il coordinamento tra Regione e Comuni e una valutazione seria dei costi. Non possiamo dare per scontato che una produzione costruita prevalentemente sugli artisti calabresi sia automaticamente più economica o più efficace di un grande evento nazionale. Dobbiamo dimostrare che cosa può produrre e con quali risorse.

È proprio per questo che la proposta dovrebbe partire da un bando pubblico per la selezione degli artisti e delle produzioni, con criteri chiari, commissioni qualificate e audizioni accessibili. Una quota di opportunità potrebbe essere destinata ai giovani, garantendo qualità professionale, trasparenza e pluralità di linguaggi.

Servirebbe una rendicontazione pubblica dei risultati: il numero degli artisti coinvolti, i contratti attivati, le imprese locali impegnate, le risorse impiegate sul territorio, il pubblico raggiunto, le presenze nei teatri e l’effettiva capacità di generare nuove occasioni professionali.

Perché il denaro pubblico non può essere valutato soltanto attraverso le immagini di una piazza gremita o i numeri di una platea televisiva. Deve essere valutato anche per quello che riesce a costruire.

Un musicista che trova un ingaggio è un risultato. Un giovane artista che viene ascoltato da un pubblico più ampio è un risultato. Un'impresa culturale locale che lavora e cresce è un risultato. Un teatro che apre le porte a nuovi spettatori è un risultato.

E soprattutto lo è un sistema che, dopo aver organizzato un grande evento, non ricomincia da zero l'anno successivo.

La questione, in fondo, riguarda anche il lavoro e la possibilità di restare. Parliamo continuamente della necessità di trattenere i giovani, di contrastare lo spopolamento, di creare opportunità per chi vuole costruire il proprio futuro in Calabria. Ma trattenere i giovani non significa soltanto offrire loro un posto di lavoro in un settore tradizionale. Significa anche riconoscere che esistono professionalità artistiche, tecniche e creative che hanno bisogno di spazi, investimenti e prospettive.

Un grande evento può contribuire a creare queste opportunità, purché non venga considerato un episodio isolato, ma una parte di una politica culturale più ampia.

Non risolverebbe da solo la fuga dei talenti, non trasformerebbe improvvisamente la Calabria in un centro nazionale dello spettacolo e non sostituirebbe gli investimenti strutturali di cui il settore ha bisogno. Ma potrebbe rappresentare un primo passo, un segnale concreto di una volontà diversa.

La Calabria non deve smettere di invitare i grandi artisti. Deve cominciare a investire con maggiore convinzione sui propri. Non deve rinunciare alla promozione televisiva. Deve chiedersi come renderla più utile allo sviluppo del territorio. Non deve accontentarsi di essere ammirata. Deve costruire le condizioni per essere riconosciuta anche per ciò che sa creare.

Perché c'è una differenza profonda tra una terra che viene mostrata e una terra che riesce a esprimersi.

La prima appare sullo schermo. La seconda lascia un segno.

E allora proviamo a immaginare quella notte. Le piazze illuminate, le città collegate, i teatri aperti. Da Cosenza a Catanzaro, da Crotone a Vibo Valentia, fino a Reggio Calabria, una regione che si racconta senza chiedere a qualcun altro di definirla.

Su un palco una band di ragazzi che fino al giorno prima suonava davanti a poche centinaia di persone. Su un altro un'orchestra che accompagna una voce. In un teatro un giovane pianista che trova finalmente un pubblico più ampio. Altrove un attore restituisce vita alle parole di un autore calabrese. E, tra una piazza e l'altra, una comunità che scopre quanto talento esista anche nelle persone che incontra ogni giorno senza conoscerne davvero le capacità.

Non sarebbe soltanto una festa. Sarebbe un messaggio.

Direbbe che questa regione non è condannata a vivere di bellezze ereditate, di risorse naturali, di tradizioni da custodire e di occasioni che arrivano da fuori. Direbbe che possiede anche un presente creativo, una generazione che produce cultura e un patrimonio umano sul quale vale la pena investire.

La Calabria ha bisogno di essere conosciuta, certo. Ma ha anche bisogno di riconoscersi. Di smettere di considerare il proprio talento una sorpresa da esibire nelle occasioni speciali e di cominciare a trattarlo come una risorsa da coltivare tutto l'anno.

Perciò, mentre discutiamo di Rai, Mediaset, città ospitanti e grandi concerti, proviamo a porci una domanda più ambiziosa. Non soltanto quale rete televisiva possa accompagnarci verso il nuovo anno, ma quale idea di Calabria vogliamo portare dentro il futuro.

Una regione che aspetta ogni volta che qualcuno accenda i riflettori su di lei, oppure una regione che trova finalmente il coraggio di illuminare anche ciò che nasce al suo interno?

La risposta non riguarda soltanto il Capodanno. Riguarda il modo in cui scegliamo di investire, la fiducia che accordiamo alle nuove generazioni e l'idea che abbiamo della cultura come risorsa pubblica.

Perché, a mezzanotte, non basterà che le piazze siano piene e che il nome della Calabria attraversi gli schermi di tutta Italia.

Sarebbe bello che, allo scoccare del nuovo anno, un giovane musicista calabrese potesse guardare quel palco e pensare che anche per lui esiste una possibilità. Che un'orchestra potesse suonare sapendo di essere parte di un progetto più grande. Che un artista non dovesse aspettare di affermarsi altrove per trovare riconoscimento nella propria terra.

Sarebbe bello che, per una volta, la Calabria non si limitasse a ospitare la festa degli altri, ma riuscisse a riconoscersi nella propria.

Perché un conto è portare il Capodanno in Calabria. Un altro è fare in modo che, quella notte, sia la Calabria a salire sul palco.