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13/09/2026 ore 06.15
Editoriali

Dal caldo che soffoca alle stragi lungo le strade: l’emergenza del nostro tempo è che ci stiamo abituando al peggio

Dai giovani che lasciano il Paese all’odio che torna nel dibattito pubblico, fino alle sfide dell’intelligenza artificiale. Il rischio più grande non è solo ciò che accade, ma la velocità con cui smettiamo di considerarlo intollerabile

di Franco Laratta

Ci stiamo abituando al peggio. Ed è forse questa, più ancora del peggio stesso, la cosa che dovrebbe preoccuparci.

Ci abituiamo al caldo che soffoca, alle emergenze climatiche, alle strade che diventano trappole, alle guerre che entrano nelle nostre giornate come una notizia qualsiasi, alla violenza che attraversa gli schermi mentre noi continuiamo a mangiare, lavorare, parlare.

Guardiamo immagini che un tempo ci avrebbero tolto il sonno. Ci indigniamo per qualche minuto. Poi scorriamo.

È questa, forse, la nuova misura del nostro tempo: non ciò che accade, ma la velocità con cui riusciamo a farci l’abitudine.

L’estate del 2026 è stata la più calda mai registrata in Italia dal 1950. In Calabria abbiamo vissuto giornate oltre i 40 gradi, con temperature prossime ai 45. Numeri che, pronunciati una volta, fanno impressione. Ripetuti ogni estate, rischiano di diventare soltanto una previsione del tempo.

Ma non è più soltanto meteorologia. Sta cambiando il mondo nel quale viviamo e lavoriamo. Cambiano le stagioni, i territori, l’agricoltura, i consumi. Cambia persino il modo in cui immaginiamo il futuro.

Poi ci sono le strade. Quelle che dovrebbero portarci a casa e che, troppo spesso, diventano il luogo in cui una vita si interrompe.

Sulla Jonio-Tirreno, una famiglia è stata distrutta. Un padre e due bambine sono morte nello scontro con un camion. La madre è gravemente ferita. Ma durante l’estate, sono oltre 20 le vittime di incidenti stradali in Calabria. Un bilancio terribile.

Eppure anche questa tragedia rischia di diventare un numero. Un’altra delle tante.

Quando una tragedia diventa una statistica, la statistica rischia di diventare abitudine. E quando tutto diventa abitudine, anche il dolore perde la capacità di scuoterci.

Nel frattempo il Paese continua a perdere pezzi di futuro.

Gli italiani partono. Partono per cercare un lavoro, un salario dignitoso, una vita che sentono più possibile altrove. Secondo l’Istat, nel 2024 circa 156 mila italiani hanno lasciato il Paese, mentre i rimpatri sono stati circa 53 mila. Nel biennio 2023-2024 gli espatri sono stati circa 270 mila.

Dietro questi numeri ci sono soprattutto giovani. Non partono soltanto persone. Partono competenze, energie, idee. Parte una parte del futuro.

La Calabria conosce questa storia meglio di molte altre regioni. Lo spopolamento non è una parola da convegno. È una porta che si chiude in un paese, un negozio che abbassa la serranda, una scuola che perde alunni, un giovane che saluta i genitori alla stazione.

È un paese che diventa più vecchio mentre il futuro prende un treno per un’altra città, un altro Paese, un’altra vita.

E mentre i paesi si svuotano, troppo spesso le istituzioni continuano a riempire l’aria di annunci, slogan, inaugurazioni, promesse. Come se bastasse raccontare il futuro per costruirlo.

Ma non è soltanto la Calabria a essere in difficoltà. È il modello di società nel quale siamo cresciuti a mostrare le proprie crepe.

Abbiamo più tecnologia e meno relazione. Più comunicazione e meno ascolto. Più possibilità e, paradossalmente, più solitudine.

E intanto torna l’odio.

Tornano parole e nostalgie che pensavamo consegnate ai libri di storia. Tornano simboli e linguaggi che non dovremmo essere costretti a spiegare ai nostri figli come se appartenessero a un passato definitivamente sconfitto.

No. Il fascismo non può diventare una semplice opinione tra le tante. L’antisemitismo non è un’opinione. Il razzismo non è un’opinione. La violenza politica non è un’opinione.

Una democrazia può discutere di tutto. Non può smettere di riconoscere ciò che la nega.

Anche qui il pericolo è l’abitudine. Perché l’odio, quando viene ripetuto abbastanza a lungo, smette di sembrare scandaloso. Diventa linguaggio. Poi consenso. Poi normalità.

E la storia ci ha già insegnato quanto sia pericoloso il momento in cui una società smette di riconoscere il male perché ha imparato a conviverci.

Oltreoceano assistiamo intanto a una trasformazione della politica nella quale anche il consenso rischia di diventare una merce. Donald Trump ha promesso 5.000 dollari a ogni adulto americano se i Repubblicani manterranno il controllo di Camera e Senato alle elezioni di midterm. Al di là della concreta realizzabilità della promessa, la domanda politica è un’altra: fino a dove può spingersi la politica quando il consenso diventa qualcosa da acquistare?

Ecco il punto.

Ci stiamo abituando alle promesse impossibili, alle guerre permanenti, alle emergenze climatiche, alle disuguaglianze, ai giovani che partono, ai piccoli comuni che muoiono, alla violenza, alla propaganda, alla paura.

Ci stiamo abituando persino all’idea che nulla possa davvero cambiare.

Ed è forse questa la forma più pericolosa della rassegnazione.

Perché una società non muore soltanto quando perde la speranza. Muore quando smette di considerare intollerabile ciò che dovrebbe esserlo.

Quando la tragedia diventa routine. Quando l’ingiustizia diventa sistema. Quando l’odio diventa linguaggio. Quando la paura diventa normalità. Quando la politica smette di costruire futuro e comincia soltanto a inseguire consenso.

E proprio quando pensiamo di avere già visto tutto, il nostro tempo ci mette davanti a una domanda ancora più grande.

L’intelligenza artificiale cresce a una velocità che la nostra capacità politica, etica e culturale di governarla fatica a seguire.

Alcuni ricercatori che hanno lavorato nel settore hanno lanciato allarmi sui rischi estremi legati allo sviluppo di sistemi sempre più potenti. Sono valutazioni, non profezie. Scenari, non certezze.

Ma dovremmo ascoltarli.

Perché c’è qualcosa che accomuna il clima, le armi, la tecnologia e persino la politica: ogni volta l’uomo ha confuso la potenza con il controllo.

Abbiamo costruito armi capaci di distruggerci. Abbiamo consumato risorse come se il pianeta fosse infinito. Abbiamo alterato il clima pensando che la natura avrebbe assorbito per sempre le conseguenze delle nostre scelte.

Ora costruiamo macchine capaci di apprendere, decidere, creare e forse, un giorno, superare le nostre capacità cognitive in modi che ancora non comprendiamo pienamente.

E ancora una volta siamo davanti alla stessa domanda:

siamo davvero capaci di governare ciò che siamo capaci di costruire?

Forse il vero pericolo non sono le macchine. Forse il vero pericolo siamo noi.

Noi, quando costruiamo senza prevedere. Quando consumiamo senza limite. Quando promettiamo senza responsabilità. Quando odiamo senza vergogna. Quando davanti a una tragedia diciamo: è successo ancora.

E poi passiamo oltre.

Perché alla fine tutto torna alla stessa parola: abitudine.

Ci stiamo abituando a tutto. Ma c’è una cosa alla quale non dovremmo mai abituarci: al peggio.

Dovremmo continuare a indignarci. A porre domande. A pretendere risposte. A chiamare le cose con il loro nome. A non considerare inevitabile ciò che è soltanto il risultato delle nostre scelte.

Perché il peggio non è inevitabile. Diventa inevitabile soltanto quando smettiamo di combatterlo.

E forse la vera sfida del nostro tempo non sarà impedire alle macchine di diventare più intelligenti dell’uomo.

Sarà fare in modo che l’uomo diventi finalmente abbastanza saggio da governare la propria intelligenza.

Prima che sia troppo tardi.