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18/10/2026 ore 06.15
Editoriali

Dalle proteste ai giovani che vanno via: la Calabria non rischia di fermarsi, si è già fermata

Dalle mobilitazioni allo spopolamento fino al lavoro che manca e alle imprese che chiudono. I numeri raccontano una regione che perde abitanti e opportunità. Non bastano risorse e annunci: serve una strategia politica per rilanciare l’economia e restituire un futuro a chi vuole restare

di Franco Laratta

La Calabria non rischia di fermarsi. È già ferma.

È ferma l'economia. Sono ferme le attività, con imprese che chiudono sempre più numerose. È fermo il futuro, con i giovani che partono e non tornano più. E adesso si fermano anche i camion, i trattori, le barche. Ora rischia di spegnersi anche quel poco che ancora si muove.

Chi in questi giorni è passato davanti ai presìdi sulle strade calabresi lo ha visto. Non c'è soltanto rabbia. C'è disperazione. Ci sono uomini e donne che hanno lavorato tutta la vita e oggi non sanno più se arriveranno alla fine del mese. Agricoltori che vendono sotto costo. Autotrasportatori che pagano per lavorare. Pescatori che tengono le barche ferme perché uscire in mare costa più di quello che si porta a casa.

Il nostro network, LaC News24, ha seguito le manifestazioni di protesta sin dal primo momento, giorno dopo giorno. Nell’incredibile silenzio dell’informazione nazionale, ad iniziare da quella pubblica, LaC ha dato voce a tutti coloro che urlavano la loro disperazione. Lo ha fatto anche di notte, anche con dirette TG che hanno raccontato le proteste e le angosce di tanti agricoltori e di tanti autotrasportatori.

Non si tratta soltanto di una protesta. È una disperata richiesta d'aiuto. Energia, carburante, costi di produzione, la crisi climatica, il costo della vita che colpisce sempre più duramente le famiglie: tutto insieme, tutto nello stesso momento.

Finora le risposte non sono state all'altezza. Il governo ha convocato le associazioni dell'autotrasporto al ministero dei Trasporti per il 27 ottobre, mentre la protesta chiedeva un confronto immediato. Forse il tavolo sarà anticipato al 20, ma resta un fatto politico. Davanti a gente disperata non si possono applicare i tempi ordinari della burocrazia.

La Regione ha messo in campo alcune risorse: 15 milioni contro il caro gasolio, di cui 5 per l'agricoltura. L'assessore all'Agricoltura Gianluca Gallo ha annunciato oggi che, tra ristoro regionale e credito d'imposta, il gasolio agricolo usato da marzo a settembre costerà alle aziende circa 0,94 euro al litro.

Ma Catanzaro non può risolvere da sola una crisi che riguarda energia, trasporti, fiscalità, infrastrutture e lavoro. Intanto il potere d'acquisto delle famiglie è crollato e il carrello della spesa costa sempre di più. Le famiglie cominciano a rinunciare anche ai beni essenziali, e questo peserà molto sulle imprese, in particolare su quelle agricole. La Regione ha il dovere di portare con urgenza a Roma la voce disperata di una Calabria che non ce la fa più.

La questione è più grande. Ed è politica.

Perché la protesta è il sintomo. La malattia è più profonda: la Calabria si sta svuotando.

Secondo l'Istat, al 31 dicembre 2024 i residenti erano 1.834.646, quasi 4mila in meno in un solo anno. Nel 2024 sono nati appena 12.679 bambini, 603 in meno dell'anno precedente: mai così pochi almeno dal 2002. Lavora solo il 48,5% delle persone tra i 20 e i 64 anni, contro il 67,1% della media italiana.

Sono numeri che dovrebbero tenere sveglie le istituzioni giorno e notte. Invece lo spopolamento viene trattato come un destino. Non lo è. È il risultato di scelte non fatte da diversi anni a questa parte.

Una terra che perde giovani perde futuro. Una regione che perde imprese perde lavoro. E quindi futuro. E non ci si può consolare con il turismo. Non basta. Ottimi i dati degli aeroporti: nel 2025 gli scali calabresi hanno superato i 4,3 milioni di passeggeri, il 21% in più dell'anno precedente. Oltre 3 milioni a Lamezia, quasi un milione a Reggio, più di 340mila a Crotone. Un risultato importante.

Ma le domande sono altre. Quanta ricchezza resta davvero qui? Quanto lavoro stabile viene creato? Quante imprese nascono?

Una regione non si misura da quante persone arrivano. Si misura da quante possono scegliere di restare.

La Calabria sta diventando una terra attraversata, visitata, fotografata. Bellissima. Ma sempre più vuota. Non possiamo accettarlo.

Quello che manca non sono le risorse, né gli annunci. Manca una strategia. Manca un'idea di Calabria. Serve una politica che scelga. Come abbattere il costo dell'energia e dei trasporti. Come salvare un'agricoltura stretta tra costi, mercato e clima. Come trasformare il turismo da occasione stagionale in economia stabile. Come attrarre investimenti e creare lavoro vero per i giovani. Quali infrastrutture realizzare, e in che tempi.

Bene incentivare chi vuole tornare e investire in Calabria. Ma il rischio è che trovi un territorio senza servizi, senza una sanità efficiente, senza collegamenti, senza un sistema produttivo capace di offrire opportunità. E sullo smart working, che permetterebbe a tanti di lavorare da qui, non si sente una parola.

Non basta riportare i giovani in Calabria. Bisogna riportare la Calabria nel futuro. Una classe dirigente non si limita ad amministrare l'emergenza: decide quale regione costruire.

La Calabria non chiede assistenza. Chiede rispetto e condizioni per competere. È una parte del Paese con problemi enormi, e con risorse enormi. Chi è sceso in strada in questi giorni non ha più tempo. E nemmeno la Calabria.

Il rischio, adesso, è che la Calabria non riparta più. Che si fermi per sempre.