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23/08/2026 ore 06.15
Editoriali

È il momento di dare un futuro al turismo calabrese prima che sia troppo tardi: serve una strategia capace di creare sviluppo

La Calabria ha bellezza, cultura, borghi, parchi e mare, ma continua a concentrare il turismo in pochi mesi e lungo le coste. Per trasformare questa ricchezza in sviluppo servono servizi, infrastrutture e un’offerta capace di valorizzare i territori tutto l’anno

di Franco Laratta
Foto dalla pagina social de I giganti della Sila

Il mio editoriale di domenica scorsa, pubblicato sulle nostre testate, ha superato quota 200mila visualizzazioni ed è stato rilanciato e condiviso da migliaia di persone. E tanti imprenditori ed operatori del settore hanno fatto pervenire la loro adesione.

Non è soltanto un dato di audience.

Dice qualcosa di molto più importante: sulla questione del turismo calabrese esiste un’attenzione enorme, ma soprattutto cresce la consapevolezza che qualcosa, nel nostro modello, non funziona.

Ringraziamo l’assessore regionale al turismo che da queste pagine ha inteso intervenire per spiegare, rivendicare, proporre. Ha fatto bene, anche perché su diverse cose abbiamo le stesse idee. Per le altre, oltre alle giuste osservazioni e a qualche critica, è necessario condividere il percorso affinché il turismo diventi davvero un motore per questa regione.

E allora, più delle opinioni, lasciamo parlare i numeri.

Secondo i dati richiamati dall’ottimo analista e studioso Rocco Sicoli, dal nostro Carmelo Idà e dal docente universitario Domenico Marino, tra il 2022 e il 2024 la spesa pro capite dei visitatori in Calabria si è fermata al 67 per cento della media nazionale.

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Significa che, mediamente, il turista che arriva nella nostra regione spende circa un terzo in meno rispetto a chi visita il resto d’Italia.

È un numero che dovrebbe preoccuparci.

Perché il turismo non si misura soltanto contando gli arrivi e le presenze. Un turista non è una voce su una tabella statistica. È una persona che dorme, mangia, visita, acquista, si sposta, scopre un territorio. E, soprattutto, genera o non genera valore per quel territorio.

Se spende poco, non significa necessariamente che il turista sia sbagliato.

Può significare che siamo noi che negli anni non abbiamo costruito attorno al turismo un’economia capace di trattenere valore.

Poi ci sono gli altri numeri. Quelli che raccontano ancora meglio la nostra fragilità.

La Banca d’Italia rileva che oltre il 90 per cento delle presenze turistiche si concentra nei comuni a vocazione marittima e che circa il 60 per cento si concentra sulla sola costa tirrenica.

Ma il dato forse più significativo è un altro: l’85 per cento dell’intero movimento turistico regionale si concentra in appena quattro mesi.

Quattro mesi.

Sostanzialmente da giugno a settembre, con una concentrazione fortissima nel mese di agosto.

E allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza: continuiamo a chiamare “turismo” un fenomeno che, per una parte enorme, è ancora balneare, stagionale e concentrato in una porzione limitata del territorio.

La domanda, dunque, è inevitabile: di quale turismo stiamo parlando? E su questo presto nascerà una nostra proposta e una ‘visione’ per la Calabria.

Perché se il turismo calabrese vive soprattutto lungo una striscia di costa e per pochi mesi all’anno, non possiamo ancora dire di avere costruito una vera economia turistica regionale.

E ce n’è una seconda, forse ancora più importante: qual è la Calabria che stiamo vendendo?

Sole.
Mare.
Mare.
Sole.

Il resto, troppo spesso, scompare. Quasi nessuno nel Nord Italia e all’estero sa che la Calabria ha un appennino meraviglioso, foreste, parchi, laghi tra i più belli d’Italia.

Ma non basta.

La Calabria è la terra dei borghi e delle aree interne. È la terra delle comunità arbëreshe, grecaniche e occitane. È la terra della cultura, dell’enogastronomia, dei paesaggi, delle tradizioni, dei monasteri, dei castelli, dei centri storici, delle identità locali.

I parchi, da soli, coprono quasi un quinto della superficie regionale.

E nelle aree interne esiste un patrimonio straordinario che rischia di diventare invisibile proprio mentre quei territori si svuotano.

Non è vero, dunque, che la Calabria non abbia una vocazione turistica.

È vero il contrario.

Esiste una Calabria che, in larga parte, non siamo ancora riusciti a trasformare in un prodotto turistico riconoscibile, organizzato, acquistabile e competitivo.

Ed è qui che si trova la vera sfida.

Perché avere un borgo bellissimo non basta.

Avere un parco straordinario non basta.

Avere un cammino non basta.

Avere prodotti enogastronomici di qualità non basta.

Il turista deve poter trovare tutto questo. Deve poterlo conoscere, scegliere, acquistare, raggiungere, vivere e raccontare.

Oggi, troppo spesso, non accade.

La Calabria sembra una regione che ne contiene molte altre, ma che non riesce ancora a farle parlare tra loro.

La costa dialoga troppo poco con l’entroterra.

I parchi dialogano troppo poco con i borghi.

La cultura dialoga troppo poco con l’enogastronomia.

Gli aeroporti non sono sempre inseriti dentro una strategia turistica complessiva.

Gli operatori lavorano spesso separatamente.

I territori procedono in ordine sparso.

Manca una regia.

Manca una visione.

Manca una strategia capace di trasformare una straordinaria somma di risorse in un vero sistema turistico.

Ed è questo il punto.

La Calabria non ha un problema di bellezza. Ha un problema di organizzazione della bellezza. E questo da sempre, non da ieri.

E il tempo non gioca a nostro favore.

Nell’ultimo decennio le presenze turistiche calabresi sono cresciute meno della media nazionale. Nel frattempo altre regioni hanno costruito prodotti, marchi territoriali, itinerari, reti, sistemi di accoglienza e strategie di destagionalizzazione.

Noi continuiamo troppo spesso a misurare il successo contando quanti ombrelloni sono pieni ad agosto.

Ma il vero successo dovrebbe essere un altro.

Quanti visitatori arrivano in ottobre?

Quanti scelgono un borgo a novembre?

Quanti percorrono un cammino in primavera?

Quanti visitano un museo fuori stagione?

Quanti scoprono l’entroterra?

Quanti tornano perché hanno conosciuto una Calabria che non conoscevano?

È qui che si misura la maturità di una destinazione turistica.

Leonida Répaci, nel celebre poema Quando fu il giorno della Calabria, raccontava una terra nata dalle mani di Dio e destinata a diventare un capolavoro, più bella della California e delle Hawaii, della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi.

Al di là della poesia e dell’enfasi letteraria, dentro quelle parole c’è ancora una verità.

La Calabria possiede una quantità impressionante di bellezza.

Ma la bellezza, da sola, non produce sviluppo.

Per trasformarsi in economia ha bisogno di organizzazione.

Di professionalità.

Di infrastrutture.

Di formazione.

Di imprese.

Di servizi.

Di promozione.

E, soprattutto, di una strategia.

Una strategia regionale che non si limiti a finanziare eventi, distribuire risorse o moltiplicare vuote campagne pubblicitarie, ma che costruisca finalmente un sistema.

E dobbiamo cambiare anche il modo stesso in cui pensiamo il turismo.

Non più soltanto quantità di arrivi, ma qualità della permanenza.

Non soltanto presenze, ma spesa sul territorio.

Non soltanto agosto, ma dodici mesi.

Non soltanto mare, ma mare più montagna, borghi, cultura, natura, enogastronomia, cammini e identità.

Non più territori isolati, ma itinerari capaci di attraversare la regione.

Non più singole attrazioni, ma esperienze.

Non più una Calabria da consumare in una settimana d’estate, ma una Calabria da scoprire lentamente durante tutto l’anno.

La Calabria non deve inventarsi una vocazione turistica.

Deve finalmente organizzare quella che possiede.

Il successo dell’editoriale di domenica scorsa dimostra che il tema interessa molto. Ma dimostra soprattutto che molti calabresi hanno compreso una cosa semplice: non possiamo più accontentarci di una stagione balneare affollata per qualche settimana.

Il turismo può diventare una delle grandi economie della Calabria.

Può creare lavoro.

Può sostenere le imprese.

Può salvare borghi.

Può dare una ragione per restare a chi oggi è costretto ad andare via.

Può riportare attenzione e investimenti nelle aree interne.

Ma per farlo dobbiamo smettere di considerarlo una parentesi estiva.

Dobbiamo smettere di confondere una stagione con un sistema.

E dobbiamo cominciare a costruire un progetto.

Adesso.

Perché mentre noi continuiamo a discutere di classifiche, percentuali, presenze e record di agosto, interi pezzi della Calabria si spopolano.

Chiudono attività.

Scompaiono servizi.

Partono giovani.

Si svuotano paesi.

E con loro rischia di scomparire anche quel patrimonio che continuiamo a dire di voler promuovere.

La vera sfida, allora, non è riempire la Calabria per quaranta giorni.

È fare in modo che la Calabria possa vivere di turismo per tutto l’anno.

Non dobbiamo soltanto portare più persone in Calabria.

Dobbiamo fare in modo che, quando arrivano, abbiano una ragione per restare più a lungo, spendere di più, conoscere di più e tornare.

Perché il turismo non è soltanto il modo in cui un territorio accoglie chi arriva.

È anche il modo in cui quel territorio costruisce il proprio futuro.

E la Calabria, di futuro, non può più permettersi di aspettare.

È il momento di dare un futuro al turismo calabrese.

Prima che sia troppo tardi.