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20/09/2026 ore 06.15
Editoriali

I banchi vuoti raccontano la Calabria che perde futuro: ecco perché non possiamo più far finta di niente

Ogni settembre l’appello ricomincia, ma sono sempre di più i posti che restano vuoti nelle classi. Dietro la denatalità ci sono paesi che si spopolano, famiglie che mancano e giovani costretti a partire. Ma l’emergenza riguarda anche lettura e comprensione: demografia e cultura sono due facce dello stesso problema

di Franco Laratta

C’è un’immagine che racconta l’Italia di oggi meglio di molte statistiche.

È una scuola che riapre a settembre.

I corridoi che tornano a riempirsi di voci. Gli zaini sulle spalle. I professori che ricominciano a fare l’appello. Le porte delle aule che si aprono.

E poi c’è un banco. Che resta vuoto.

Poi diventano due. Dieci. Cento. Mille banchi vuoti.

E quel vuoto, lentamente, smette di essere soltanto un posto libero in un’aula.

Diventa il futuro che se ne va.

È successo anche quest’anno, con la riapertura delle scuole. In Calabria, come in gran parte del Paese, gli studenti sono sempre meno.

Non perché i ragazzi abbiano smesso di andare a scuola.

Perché sono nati meno bambini.

Sembra una differenza, ma non lo è.

Perché dietro una classe che si accorpa c’è una famiglia in meno. Dietro una scuola che rischia di chiudere c’è un paese che perde abitanti. Dietro un paese che si svuota c’è una generazione che non arriva.

Così la demografia, una parola fredda fatta di numeri e percentuali, diventa improvvisamente qualcosa che possiamo vedere. Un banco vuoto. Una sedia che nessuno occupa. Un nome che non viene pronunciato durante l’appello.

È lì che dovremmo fermarci.

Perché una società che invecchia non cambia soltanto la propria composizione. Cambia il modo in cui guarda al domani.

Quando diminuiscono i bambini, diminuiscono le voci del futuro.

Quando le famiglie abbandonano i piccoli centri, non se ne vanno soltanto persone. Se ne vanno relazioni, servizi, comunità.

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E quando una scuola perde una classe, non perde soltanto studenti. Perde una possibilità. La possibilità che qualcuno cresca lì, studi lì, costruisca lì la propria vita.

La possibilità che quel territorio continui a esistere non soltanto sulla carta geografica, ma nella vita delle persone.

E c’è un altro vuoto che dovremmo imparare a riconoscere. Quello della cultura.

La nostra indagine sull’analfabetismo, che stiamo portando avanti su LaC News24, racconta una realtà che non possiamo ignorare: sempre meno persone leggono e troppe incontrano difficoltà persino nel comprendere ciò che leggono.

Questo vuoto non ha una sedia. Non ha un’aula chiusa. Non ha un paese abbandonato. Ma esiste. Ed è pericoloso.

Perché una democrazia non vive soltanto quando si aprono i seggi. Vive ogni giorno, nella capacità delle persone di capire ciò che accade. Di distinguere un fatto da un’opinione.

Una notizia da una falsità. Una promessa dalla realtà. Per scegliere bisogna conoscere. Per conoscere bisogna poter comprendere.

Ed è qui che due emergenze apparentemente lontane, la denatalità e l’impoverimento culturale finiscono per incontrarsi. Da una parte abbiamo sempre meno persone che arrivano. Dall’altra rischiamo di avere sempre meno strumenti per capire dove stiamo andando.

E quando una società perde futuro e, nello stesso tempo, perde gli strumenti per immaginarlo, il terreno della paura diventa più fertile.

Crescono la rabbia, la solitudine, la sfiducia.

Cresce la tentazione delle risposte semplici a problemi complessi.

Lo vediamo anche nella politica europea, dove in diversi Paesi hanno guadagnato spazio forze radicali ed estremiste.

Non basta liquidare quei consensi. Bisogna comprenderli.

Perché dietro una scelta politica possono esserci storie molto diverse: paura, rabbia, solitudine, sfiducia nelle istituzioni, senso di abbandono, desiderio di cambiamento.

Ignorare queste domande non le fa scomparire.

Le rende soltanto più profonde. E poi c’è il mondo. Le guerre. Le città distrutte.

I bambini sotto le bombe. Le famiglie costrette a fuggire. Popoli interi che continuano a vivere dentro conflitti che sembrano non finire mai.

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Mentre tutto questo accade, la parola pace appare sempre più fragile. E anche qui, in fondo, torniamo alla stessa domanda: che cosa stiamo facendo del futuro?

Torniamo allora a quel banco. Non è soltanto un banco. È un bambino che non è nato. È una famiglia che non c’è.

È una scuola che perde una classe.

È un paese che lentamente si svuota.

È un giovane che domani potrebbe essere costretto a partire perché nella propria terra non trova abbastanza ragioni per restare.

È un pezzo di Calabria che scompare.

Ma quel banco vuoto racconta anche qualcosa di più grande.

Racconta il rischio di una società che smette, lentamente, di investire nel tempo che viene. Perché costruire il futuro significa fare cose che non danno risultati immediati. Una scuola. Un asilo. Una biblioteca. Un’università. Un giornale libero.

Un territorio nel quale un ragazzo possa scegliere di restare.

Sono tutte cose che appartengono allo stesso progetto.

Quello di una società che non si limita a sopravvivere, ma decide di continuare.

Per questo la battaglia contro la denatalità, quella per la scuola, per la cultura, per la lettura e per un’informazione libera e seria non sono battaglie separate.

Sono la stessa battaglia.

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La battaglia per non lasciare vuoto il futuro.

Perché una società senza bambini non perde soltanto abitanti. Perde domande.

Perde sogni. Perde possibilità.

E una società senza cultura non perde soltanto lettori.

Perde la capacità di riconoscere il proprio tempo. Forse dovremmo tornare a guardare le scuole quando riaprono.Non soltanto per vedere quanti ragazzi entrano.

Ma per contare i banchi che restano vuoti.

Perché dentro quei vuoti c’è una domanda che riguarda tutti noi.

Chi siederà domani al posto di chi oggi non c’è?

E soprattutto: avremo avuto il coraggio di costruire un Paese nel quale valesse la pena sedersi?

Ogni settembre la scuola ricomincia.

L’appello riparte. I nomi vengono chiamati.

E quando arriva un nome che non c’è, resta un silenzio. Quel silenzio non è soltanto un’assenza. È il futuro che manca.

E noi non possiamo più permetterci di non ascoltarlo.