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22/02/2026 ore 06.15
Editoriali

Il cambiamento climatico è realtà, servono pianificazione e investimenti: la Calabria davanti alla sua prova più seria

Il Mediterraneo si riscalda, frane ed erosione diventano normalità: non basta più gestire l’emergenza. Serve una strategia decennale con risorse certe e responsabilità chiare per difendere economia e comunità

di Franco Laratta

Questa volta la Calabria non può limitarsi a far passare la tempesta e confidare nel ritorno del sole. Quello che abbiamo vissuto non è stato un episodio isolato. È un segnale. E si ripeterà.

Il Mediterraneo si sta riscaldando più rapidamente della media globale. Più calore significa più energia accumulata nelle acque. Più energia significa fenomeni atmosferici più violenti, precipitazioni concentrate, alternanza tra siccità estrema e piogge torrenziali. Non è una previsione: è un dato.

Da oltre vent’anni la comunità scientifica lo afferma con chiarezza. Eppure la politica globale continua a oscillare tra annunci e retromarce. Negli Stati Uniti il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto la stagione delle trivellazioni e rallentato programmi di transizione energetica. In Europa si procede tra compromessi e lentezze. In Italia si annunciano piani che troppo spesso non diventano struttura. Ma in Calabria il ritardo pesa di più.

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Perché la Calabria non è soltanto esposta. È fragile. È un territorio lungo e stretto, affacciato su un mare che si scalda e attraversato da catene montuose che richiedono manutenzione continua. È una regione in cui il dissesto idrogeologico non è un’eccezione, ma una condizione diffusa.

Le montagne sono segnate da frane ricorrenti. I corsi d’acqua attendono interventi ordinari sistematici. L’erosione costiera avanza. Interi tratti di litorale si assottigliano anno dopo anno. Continuare a trattare ogni evento estremo come emergenza isolata è un errore strategico. L’emergenza è diventata normalità climatica. E la normalità richiede pianificazione.

Non si tratta soltanto di proteggere infrastrutture. Si tratta di salvaguardare l’agricoltura, che vive di equilibri delicati tra acqua e suolo. Si tratta di proteggere il turismo, uno dei pochi motori economici solidi della regione, che poggia su coste e paesaggi vulnerabili. Si tratta di garantire un futuro alle aree interne, già colpite dallo spopolamento.

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La Calabria non può più permettersi interventi frammentari, progetti scollegati, risposte episodiche. Non può continuare a inseguire i danni dopo che si sono prodotti. Serve una scelta politica netta: mettere la difesa del territorio al centro della programmazione regionale per il prossimo decennio. Non come capitolo tecnico, ma come asse strategico permanente. Con risorse certe, cronoprogrammi verificabili, responsabilità definite.

Difendere il suolo significa difendere l’economia. Significa difendere le comunità. Significa difendere l’identità stessa della Calabria. Il mare non tornerà quello di trent’anni fa. Le stagioni non torneranno quelle di una volta. Il cambiamento climatico non aspetta i nostri tempi amministrativi.

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La domanda non è se ci saranno altri eventi estremi. La domanda è se saremo pronti. Per la Calabria questa non è una fase transitoria. È una prova storica. O si investe ora, con continuità e rigore, nella messa in sicurezza e nella cura del territorio, oppure si accetta un declino fatto di danni ricorrenti, economie indebolite, comunità sempre più vulnerabili. La Calabria non ha più il diritto di stupirsi. Ha il dovere di prepararsi.

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