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26/07/2026 ore 06.15
Editoriali

La Calabria al bivio tra eterna emergenza e programmazione: ora è chiamata a costruire il futuro, non solo a rincorrerlo

Da troppo tempo la politica misura il proprio successo con il calendario elettorale. Conta i giorni che separano dalla prossima campagna. Non gli anni che separano una generazione dalla successiva. Così si preferisce inaugurare piuttosto che progettare. Tagliare un nastro anziché costruire una strategia

di Franco Laratta

Ci sono popoli che costruiscono cattedrali sapendo che non le vedranno finite.

E poi ci sono popoli che faticano perfino a immaginare il prossimo decennio.

La differenza tra le civiltà che crescono e quelle che si consumano non è nella ricchezza. Non è nella fortuna. Non è neppure nelle risorse naturali. È nella capacità di progettare ciò che ancora non esiste. Ed è proprio qui che la Calabria continua a perdere la sua battaglia più importante.

Siamo una terra che vive nell'emergenza permanente. Ogni estate scopriamo che manca l'acqua. Ogni inverno ci sorprendono le frane. Ogni incendio diventa una tragedia. Ogni alluvione un evento eccezionale. Ogni giovane che parte una notizia.

Come se nulla fosse prevedibile. Come se il futuro avesse sempre il dovere di avvertirci prima di arrivare. Non è così. Il futuro manda segnali per anni. Siamo noi che scegliamo di non guardarli.

Per questo l'intervento di Rocco Sicoli pubblicato su LaC News24 merita attenzione.

Non tanto per le soluzioni proposte, che potranno essere discusse, corrette, persino contestate. Ma perché rimette al centro una parola quasi scomparsa dal vocabolario della politica calabrese. Programmazione. Una parola semplice. Eppure rivoluzionaria.

La frase più importante del suo intervento dovrebbe essere appesa negli uffici della Regione, delle Province, dei Comuni e di ogni assessorato.

«Il problema della Calabria non è la mancanza di soluzioni. È che la politica locale non guarda oltre l'orizzonte dei cinque anni.» È una frase che vale molto più del tema energetico. Perché descrive un modo di governare. O, forse, di non governare.

Da troppo tempo la politica misura il proprio successo con il calendario elettorale. Conta i giorni che separano dalla prossima campagna.

Non gli anni che separano una generazione dalla successiva. Così si preferisce inaugurare piuttosto che progettare. Tagliare un nastro anziché costruire una strategia. Annunciare un finanziamento invece di misurarne gli effetti tra vent'anni.

È la dittatura dell'immediato. E l'immediato, quasi sempre, è il peggior consigliere di chi governa. Nel frattempo il mondo cambia con una velocità impressionante.

Le guerre trasformano gli equilibri energetici. L'intelligenza artificiale ridisegna il lavoro. Il cambiamento climatico modifica economia, agricoltura e turismo. Le grandi potenze investono sul controllo delle materie prime. Le regioni europee pianificano il 2040.

Noi, troppo spesso, discutiamo ancora dell'emergenza di domani mattina. Ed è qui che nasce il vero divario. Non quello economico. Quello culturale.

Perché la Calabria possiede quasi tutto ciò che serve per diventare protagonista.

Ha sole.

Ha vento.

Ha acqua.

Ha università.

Ha ricerca.

Ha migliaia di giovani preparati.

Ha una posizione geografica straordinaria nel Mediterraneo.

Le manca ciò che non si compra. Una visione. Ed è forse questa la povertà più grande. Perché una terra senza visione finisce per consumare lentamente anche tutte le sue ricchezze.

Perde giovani. Perde imprese. Perde abitanti. Perde fiducia. Perde persino la capacità di immaginarsi diversa. È una lenta emorragia che dura da decenni. E che continuiamo a chiamare destino. Non lo è.

Sono scelte. O, peggio ancora, sono rinunce. La politica dovrebbe avere il coraggio di realizzare opere che forse inaugureranno altri. Di investire in risultati che non porteranno voti. Di seminare alberi sotto la cui ombra siederanno figli e nipoti.

Governare significa esattamente questo. Pensare a chi verrà dopo. Non soltanto a chi voterà prima.

La Calabria non ha bisogno dell'ennesima emergenza che la costringa a reagire.

Ha bisogno di una rivoluzione del metodo.

Di una classe dirigente che impari finalmente a considerare il futuro non come una variabile elettorale, ma come una responsabilità morale.

Perché amministrare una regione non significa vincere le prossime elezioni.

Significa consegnare ai propri figli una terra migliore di quella ricevuta.

Tutto il resto è propaganda.

E la propaganda, prima o poi, passa.

La storia, invece, resta.