Sezioni
Edizioni locali
15/02/2026 ore 06.15
Editoriali

La Calabria davanti alla prova decisiva: basta inseguire le emergenze, serve una svolta operativa

I disastri del maltempo di questi giorni raccontano una fragilità strutturale che viene da lontano: paghiamo oggi il prezzo di decenni di mancata prevenzione e il nodo è tutto politico

di Franco Laratta

Le immagini di questi giorni non raccontano soltanto un’emergenza meteorologica. Raccontano una fragilità strutturale che viene da lontano. Le frane, le infrastrutture messe in crisi, le coste erose e i versanti che cedono non sono il prodotto di un evento straordinario. Sono il risultato di decenni di ritardi, omissioni e scelte rimandate.

Il maltempo accelera ciò che era già scritto nella debolezza del territorio.
La Calabria paga oggi il prezzo di una mancata politica della prevenzione. Abusivismo tollerato, interventi frammentari, finanziamenti annunciati e non tradotti in opere, piani di messa in sicurezza rimasti sulla carta. È un elenco che si ripete da anni, e che oggi presenta un conto non solo economico ma istituzionale.

Il tema non riguarda esclusivamente l’emergenza abitativa o i collegamenti interrotti. Riguarda la tenuta complessiva del sistema economico regionale. Turismo e agroalimentare, due tra i principali assi produttivi della Calabria, poggiano su un equilibrio territoriale delicatissimo. Quando il suolo si indebolisce, si indebolisce anche la capacità di attrarre investimenti, garantire continuità produttiva, offrire sicurezza ai cittadini.

L’assedio del Crati, la notte infinita (e al freddo) degli sfollati a Sibari: «Siamo rovinati, dove sono le istituzioni?»

Secondo stime elaborate negli anni scorsi, la sistemazione complessiva del territorio calabrese richiederebbe circa 25 miliardi di euro, una cifra imponente che dà la misura del problema. Ma prima ancora delle grandi somme, colpisce il mancato utilizzo di risorse già disponibili. Fondi destinati agli interventi più urgenti sono rimasti in parte inutilizzati o rallentati da procedure che non hanno mai trovato una vera regia politica.

Ridurre tutto a inefficienza burocratica sarebbe un errore di analisi. Le responsabilità amministrative esistono, ma il nodo è politico. È mancata una visione di lungo periodo che considerasse la sicurezza del territorio non come spesa accessoria, ma come infrastruttura primaria dello sviluppo.

Il cambiamento climatico rende il quadro ancora più critico. Eventi estremi sempre più frequenti, mareggiate più intense, precipitazioni concentrate e violente. La linea ferroviaria tirrenica, che corre a ridosso del mare, rappresenta un esempio emblematico di vulnerabilità. Un’interruzione prolungata di quell’asse significherebbe isolamento logistico, rallentamento economico, danno reputazionale. In una regione già penalizzata da storiche carenze infrastrutturali, il rischio è sistemico.

La fase che si apre non può essere affrontata con la sola logica emergenziale. Servono decisioni coordinate tra Regione, Governo e enti locali. Servono tempi certi, responsabilità definite, monitoraggi pubblici. Servono cantieri, non conferenze stampa.

Maltempo, Occhiuto chiede lo stato di emergenza nazionale: «La Calabria saprà rialzarsi come ha sempre fatto»

La messa in sicurezza del territorio non è un capitolo secondario. È la più grande politica industriale possibile per la Calabria. Genera occupazione, tutela le imprese, rafforza la credibilità istituzionale.

Continuare a intervenire solo dopo ogni calamità significa accettare che l’emergenza diventi struttura. E questo una regione non può permetterselo.
La Calabria è oggi davanti a una prova decisiva. O sceglie di trasformare questa crisi in una svolta operativa, oppure continuerà a inseguire i danni senza mai prevenirli.

La differenza, questa volta, non la farà il clima. La farà la politica.

?>