La Calabria non è vittima del clima. È vittima dell’abbandono
Quello che sta colpendo la nostra regione è una devastazione annunciata. Senza interventi strutturali per la difesa del suolo questa terra verrà lentamente sbranata e il prezzo lo pagheremo tutti
Ci sono parole che usiamo per rassicurarci. “Maltempo”. “Emergenza”. “Capricci del clima”. Servono a una cosa sola: a non guardarci allo specchio.
Quello che sta colpendo la Calabria non è un capriccio. È una devastazione annunciata. È la conseguenza lineare, prevedibile, quasi matematica di decenni di abbandono del territorio, di rinvii sistematici, di una difesa del suolo ridotta a pratica burocratica e non a scelta politica.
Le immagini di questi giorni non raccontano un evento eccezionale. Raccontano una fragilità strutturale lasciata marcire: mare che sventra le coste, strade che cedono, ferrovie interrotte, paesi isolati. Non è il ciclone mediterraneo il protagonista di questa storia. È ciò che non è stato fatto prima che arrivasse.
L’ultimo grande progetto organico di messa in sicurezza del territorio calabrese risale a oltre settant’anni fa. L’Opera Sila, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, fu un’idea di Stato: rimboschimento, presidio della montagna, visione di lungo periodo. Da allora, il vuoto. La montagna è stata lasciata sola, i fiumi dimenticati, le coste trattate come merce da sfruttare fino all’ultimo metro.
La Calabria frana da anni. Frana nel Vibonese, dove il dissesto è diventato normalità. Frana nel Cosentino, dove l’erosione costiera avanza da decenni sotto gli occhi di tutti. Frana nel Catanzarese, nel Crotonese e nel Reggino, dove basta una pioggia intensa o una mareggiata per spezzare equilibri già compromessi. E frana soprattutto nel silenzio, rotto solo quando l’acqua entra nelle case o il fango si porta via una strada.
Le Niscemi di Calabria: Cavallerizzo, Maierato, Caulonia e gli altri borghi cancellati (o quasi) dalle franeLe nostre Niscemi: Maierato, Cavallerizzo, Caulonia, Roghudi, San Calogero, Martirano. E decine di altri casi minori, ma pur sempre gravi.
Il copione è sempre lo stesso. Si interviene quando ormai è tardi. Si contano i danni, si piangono le vittime, si moltiplicano le dichiarazioni, le visite, le promesse. Poi tutto si arena nella palude della burocrazia: competenze frammentate, fondi che non arrivano, fondi che si perdono, progetti che restano sulla carta. In Calabria questa zavorra pesa di più, perché si somma all’inerzia, all’incapacità, talvolta alla disonestà.
Lungo la costa tirrenica cosentina, come altrove, si continua con interventi tampone: qualche masso contro il mare, una carreggiata rattoppata, binari “messi in sicurezza”. Ma il mare non si ferma con le pezze. Avanza, metro dopo metro, e si riprende ciò che è stato costruito senza criterio.
Ciclone Harry, il bilancio si aggrava: danni per oltre 2 miliardi in Calabria, Sicilia e SardegnaEd è qui che cade l’alibi definitivo. Non è colpa del mare. È colpa di chi ha costruito davanti al mare, a ridosso del mare, ignorando ogni limite.
È colpa di un abusivismo tollerato, normalizzato, spesso premiato. È colpa di chi doveva controllare e non lo ha fatto. È colpa delle istituzioni che hanno preferito rinviare, minimizzare, rattoppare, piuttosto che decidere.
Oggi la Calabria combatte una battaglia impari. Perché il clima è cambiato per sempre e fingere il contrario è un atto di irresponsabilità. Da qui in avanti, ogni nuovo crollo, ogni strada che cede, ogni costa che arretra non potrà più essere chiamata emergenza. Avrà un nome più preciso: responsabilità.
Senza interventi strutturali, massicci, programmati sulla difesa del suolo, sulla montagna, sui fiumi, sulle coste, questa terra verrà lentamente sbranata. Non da eventi eccezionali, ma da una nuova normalità. E il prezzo non sarà solo economico. Sarà umano, sociale, culturale. Lo pagheremo tutti.
A lungo.