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12/04/2026 ore 06.15
Editoriali

La ’ndrangheta non spara più: governa. Intanto silenzi e corruzione affondano la Calabria

Nell’ultima puntata de “Lo stato siamo noi”, il procuratore di Crotone Domenico Guarascio ha lanciato l'allarme: oggi la criminalità si è perfettamente integrata negli ingranaggi quotidiani. LaC sceglie di non tacere, in prima fila per la legalità

di Franco Laratta

La parola è “sistema”. Non più soltanto organizzazione, non più soltanto criminalità. Sistema. Una parola fredda, tecnica, quasi neutra. Ed è proprio questa neutralità apparente a renderla ancora più inquietante. Perché dentro quella parola si nasconde la forma più evoluta e pericolosa della ’ndrangheta.

L’allarme lanciato dal giovane procuratore della Repubblica di Crotone, Domenico Guarascio, non è una dichiarazione tra le tante. È una linea di confine. È il punto in cui la narrazione che per anni abbiamo usato per raccontare la criminalità organizzata smette di essere sufficiente. Non siamo più davanti alla ’ndrangheta delle faide, delle lupare, degli attentati. Quella esiste ancora, ma non è più il cuore del problema. Oggi il cuore è altrove. È nel sistema.

La ‘ndrangheta silente che diventa sistema, l’allarme del procuratore di Crotone: «Le cosche investono nelle zone grigie»

Un sistema che non si impone più con la violenza visibile, ma con la presenza invisibile. Che non occupa, ma penetra. Che non distrugge, ma si integra. Un sistema che ha imparato a parlare il linguaggio dell’economia, a muoversi nei codici della finanza, a riconoscersi nei corridoi della politica e nei gangli delle istituzioni. 

È qui che la ’ndrangheta ha vinto la sua battaglia più importante: nel passaggio dalla paura alla normalità. Non fa più rumore. Non ha bisogno di farlo. Dispone di liquidità enormi, investe, compra, costruisce relazioni. Non chiede più soltanto. Offre. Non minaccia soltanto. Seduce. E in questo passaggio si è resa accettabile, tollerabile, in alcuni casi persino conveniente.

Le cosiddette “zone grigie” non sono più margini. Sono diventate il centro. Lì dove criminalità, economia e pezzi di istituzioni si incontrano senza più distinguersi davvero. Lì dove il confine non è più visibile, perché è stato lentamente cancellato. E mentre questo accade, la politica tace. O parla d’altro. Come se la questione mafiosa fosse un tema del passato, una parentesi già archiviata. È questo il dato più grave. Non la forza della ’ndrangheta, ma la debolezza della reazione. Non la sua capacità di infiltrarsi, ma la nostra incapacità di riconoscerla.

Perché oggi la ’ndrangheta non ha bisogno di alzare la voce. Le basta che gli altri abbassino la loro. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, anche quando si finge di non vederle. Il mercato viene alterato, la concorrenza soffocata, gli imprenditori onesti scoraggiati o costretti a piegarsi. Interi territori vengono riscritti secondo logiche opache, dove il merito conta meno delle relazioni e la legalità diventa un ostacolo, non una garanzia.
Dentro questo sistema, la corruzione non è un’eccezione. È il linguaggio quotidiano. Non è più lo scandalo che indigna, ma la pratica che si giustifica. Si insinua nei gesti minimi, nelle decisioni apparentemente innocue, nei piccoli compromessi che, sommati, costruiscono un intero edificio di illegalità diffusa.

Ed è qui che la questione smette di essere solo giudiziaria e diventa profondamente democratica. Perché quando la corruzione diventa normale, quando il consenso si alimenta nell’opacità, quando le risorse pubbliche vengono piegate a interessi privati, il patto tra cittadini e Stato si spezza. Non con un colpo improvviso, ma con un lento slittamento. Quasi impercettibile. Fino a quando non è troppo tardi.

In questo scenario, l’informazione non è un attore neutrale. Non può esserlo. O sceglie di vedere, o sceglie di non vedere. E non vedere, oggi, significa partecipare. Tacere significa legittimare. Distogliere lo sguardo significa rendere questo sistema ancora più forte. E noi di LaC abbiamo deciso di non essere neutrali, ma di essere in prima fila, attori protagonisti della legalità. Perché ‘lo Stato siamo noi’, tutti noi.

La scelta di chi fa informazione, di chi racconta, di chi espone, è una scelta di campo. Non esiste più una zona intermedia. Ed è una scelta che ha un costo. Ma è un costo necessario. Perché quando anche l’informazione arretra, quando si piega o si lascia intimidire, allora davvero non resta più nessuno a difendere lo spazio pubblico.

Il lavoro della magistratura, di figure come Nicola Gratteri, e di tanti altri magistrati coraggiosi, ha dimostrato che il sistema può essere colpito. Che non è invincibile. Ma ha anche mostrato un limite evidente: da sola, la repressione non basta. Può interrompere, può scoperchiare, può colpire. Ma non può sostituirsi a una società che deve scegliere da che parte stare. 

Serve una coscienza civile che torni a essere vigile, esigente, intransigente. Serve una politica che ritrovi dignità e autonomia, che non cerchi scorciatoie, che non accetti compromessi al ribasso. Serve una rottura netta con tutto ciò che è ambiguo, opaco, giustificato per convenienza.

Perché il rischio più grande, oggi, non è la forza della ’ndrangheta. È l’assuefazione. È l’idea che tutto questo sia inevitabile. Che sia sempre stato così e sempre sarà così. È questa resa silenziosa che trasforma un sistema criminale in un destino. L’avvertimento del procuratore di Crotone è chiaro, limpido, definitivo. Il sistema esiste. È radicato. È più forte di quanto si voglia ammettere. Ignorarlo non sarebbe un errore. Sarebbe una scelta. E sarebbe la più pericolosa di tutte.