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30/08/2026 ore 06.15
Editoriali

La Terra è cambiata. Adesso tocca alla Calabria dimostrare di essere pronta

Caldo record, siccità, bombe d’acqua e alluvioni: il clima impazzito è la nostra nuova realtà. Non è solo un problema ambientale, ma anche di economia e salute. E la sfida è passare dall’emergenza alla prevenzione

di Franco Laratta

La puntata speciale de “I giorni della storia” di giovedì scorso, interamente dedicata ai mutamenti climatici, ha fatto registrare ascolti molto alti e suscitato tante reazioni preoccupate, giunte in redazione. Abbiamo aperto un nuovo capitolo di discussione che intendiamo portare avanti con decisione. Perché il clima è veramente cambiato. E la nostra preoccupazione è che la Calabria sia del tutto impreparata ad affrontare le conseguenze di questo impazzimento climatico.

Non è più soltanto un’emergenza. È diventata la nostra nuova realtà. Una realtà che non arriva più una volta ogni tanto, non bussa alla porta soltanto nelle giornate eccezionali, non può essere archiviata con la parola «straordinario» ogni volta che accade qualcosa che fino a qualche anno fa avremmo considerato impensabile. Il clima è cambiato. E sta cambiando le nostre vite, le nostre città, le nostre montagne, le nostre campagne, il nostro mare. Incendi, siccità, temperature record, un Mediterraneo sempre più caldo, precipitazioni violentissime, bombe d’acqua, frane, alluvioni. Eventi diversi, ma legati dalla stessa trasformazione. E, secondo gli esperti, il peggio potrebbe ancora arrivare.

La domanda, allora, non è più se il cambiamento climatico esista. La domanda è un’altra: siamo pronti a vivere dentro questo nuovo clima? È una domanda che riguarda tutti, ma che in Calabria assume un significato ancora più drammatico. Perché viviamo in una terra bellissima e fragile. Una terra attraversata da montagne, vallate e corsi d’acqua. Una terra nella quale il dissesto idrogeologico rappresenta da sempre una delle nostre vulnerabilità più evidenti. Una terra che conosce gli incendi, la siccità, le frane, le alluvioni e che oggi deve fare i conti con fenomeni sempre più estremi.

E allora bisogna avere il coraggio di porre alcune domande. Dopo quello che è accaduto negli ultimi mesi nel Mediterraneo e in Calabria, che cosa abbiamo fatto per prepararci al prossimo evento estremo? Quanto abbiamo investito nella prevenzione? Quanto abbiamo fatto per mettere in sicurezza il territorio? Quanto abbiamo lavorato sulle nostre montagne? I corsi d’acqua sono stati ripuliti? Gli ostacoli e i tronchi trascinati dalle precedenti piene sono stati rimossi? Le aree più esposte sono state individuate e monitorate? E, soprattutto, esiste una strategia complessiva?

Perché il problema non è soltanto quello che è già successo. Il problema è quello che potrebbe succedere. E quando arriverà la prossima emergenza non potremo permetterci di scoprire soltanto allora che mancava qualcosa. Non possiamo continuare a conoscere la fragilità dei nostri territori soltanto quando il fango entra nelle case. Non possiamo ricordarci dei fiumi quando esondano. Delle montagne quando franano. Della siccità quando i raccolti sono già compromessi. Degli incendi quando il bosco è già diventato cenere. La prevenzione ha una caratteristica terribile: non fa notizia quando funziona. Ma è proprio lì che si misura la capacità di un territorio di proteggere i propri cittadini.

E allora dobbiamo chiederci anche se la macchina dell’emergenza sia davvero pronta. Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Comuni, Regione: ci sono abbastanza uomini, mezzi, strumenti e risorse per affrontare contemporaneamente più eventi estremi? Perché questo è un altro aspetto che non possiamo ignorare. Il cambiamento climatico non presenta necessariamente il conto una calamità alla volta. Può accadere che mentre un territorio combatte un incendio, un altro venga colpito da un nubifragio. Che una zona debba affrontare la siccità mentre un’altra viene devastata da una frana. Che le emergenze si sommino e mettano sotto pressione sistemi già fragili.

E qui non stiamo parlando soltanto di ambiente. Stiamo parlando di economia. Di lavoro. Di agricoltura. Di infrastrutture. Di salute. Una grande alluvione può distruggere aziende, strade, ponti, abitazioni. La siccità può mettere in ginocchio intere produzioni agricole. Il caldo estremo può compromettere il lavoro e la produttività, oltre a rappresentare un rischio sempre più serio per la salute delle persone. E ogni volta che un territorio impreparato viene colpito, il conto non lo paga soltanto chi subisce direttamente il danno. Lo paghiamo tutti. Lo paga l’economia. Lo pagano le famiglie. Lo pagano le imprese. Lo paga lo Stato. Lo paga la comunità. E lo pagano soprattutto le generazioni che verranno.

Per questo non basta più contare i danni. Dobbiamo cominciare a contare prima le nostre fragilità. Dobbiamo sapere quali sono i territori più vulnerabili. Quali sono i corsi d’acqua che hanno bisogno di interventi. Quali versanti devono essere messi in sicurezza. Quali infrastrutture rischiano di non reggere. Quali Comuni sono maggiormente esposti. Quali risorse servono. E quali interventi possono essere realizzati immediatamente.

Perché la vera domanda non è: che cosa faremo quando arriverà la prossima emergenza? La vera domanda è: che cosa stiamo facendo oggi per evitare di piangere domani? È su questo che LaC vuole aprire una vera battaglia di informazione e sensibilizzazione. Non per alimentare paura. Al contrario. Per trasformare la paura in consapevolezza e la consapevolezza in prevenzione.

Dopo la puntata di giovedì scorso dedicata alle drammatiche conseguenze dei mutamenti climatici, in tanti ci hanno scritto. Cittadini preoccupati. Persone allarmate. Calabresi che vogliono capire. Ed è proprio questo il compito dell’informazione quando affronta temi così importanti: non limitarsi a raccontare ciò che è accaduto, ma provare a capire ciò che potrebbe accadere. Per questo continueremo a parlarne. Chiameremo nuovamente esperti, tecnici, scienziati e responsabili delle istituzioni. Chiederemo quali siano i rischi. Quali siano le strategie. Quali siano gli interventi già realizzati. E, soprattutto, quali siano quelli ancora da fare.

Perché ormai una cosa è certa. Il clima è cambiato. Non è una previsione lontana. Non è una questione che riguarda soltanto i nostri figli. È già qui. Lo vediamo nelle temperature. Lo vediamo nei nostri mari. Lo vediamo nei boschi che bruciano. Lo vediamo nei periodi sempre più lunghi di siccità. Lo vediamo nella violenza con cui, improvvisamente, può cadere in poche ore la pioggia che un tempo arrivava distribuita in giorni.

La Terra non ci sta chiedendo il permesso di cambiare. Sta cambiando. La vera sfida, adesso, è capire se saremo capaci di cambiare anche noi. Se sapremo passare dall’emergenza alla prevenzione. Dalla conta dei danni alla difesa del territorio. Dalle dichiarazioni alle opere. Dalle promesse alle responsabilità. E soprattutto se chi ha il compito di governare questo territorio sarà capace di arrivare prima. Prima del fuoco. Prima dell’acqua. Prima della frana. Prima della siccità. Prima che una nuova tragedia ci costringa, ancora una volta, a chiederci perché non abbiamo fatto abbastanza. Perché il clima è già cambiato. Adesso dobbiamo dimostrare di essere pronti a difenderci.