Non è contro Trump, è a favore dell'uomo: il valore dell'accoglienza nella lezione di Papa Leone XIV
Il pontefice richiama l'Occidente a mettere la dignità della persona davanti agli interessi politici. Il suo messaggio attraversa i temi delle migrazioni, della memoria storica e della pace, invitando a non dimenticare che dietro ogni confine esistono storie e speranze
Ogni epoca sceglie il proprio linguaggio. C'è un tempo in cui il mondo parla la lingua della diplomazia. Un altro in cui prevale quella dell'economia. E poi ci sono stagioni, come quella che stiamo vivendo, in cui il vocabolario della politica sembra essersi ristretto a poche parole: forza, sicurezza, confini, deterrenza, interesse nazionale.
È dentro questo scenario che il messaggio di Papa Leone XIV acquista un significato che va ben oltre il confronto con Donald Trump. Ridurre tutto a uno scontro tra due americani significherebbe non aver compreso né il ruolo del Pontefice né la portata del suo intervento.
Un Papa non è mai contro qualcuno. Se lo fosse, smetterebbe di essere un pastore per trasformarsi in un leader politico. La Chiesa non elegge un Pontefice perché vinca un'elezione, ma perché ricordi all'uomo ciò che troppo spesso dimentica: nessuna ragione di Stato può valere più della dignità della persona.
Per questo Papa Leone XIV non ha parlato contro Trump. Ha parlato a Trump. E, insieme a lui, a tutto l'Occidente. Lo ha fatto scegliendo il giorno più simbolico possibile: la vigilia del duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza americana. Da figlio degli Stati Uniti, ha ricordato al proprio Paese che la libertà non appartiene soltanto ai padri fondatori. Appartiene anche a milioni di uomini e donne arrivati da ogni parte del mondo che, nel corso dei secoli, hanno contribuito a costruire quella nazione. «Gli immigrati hanno plasmato il futuro degli Stati Uniti», ha ricordato il Pontefice, trasformando una semplice frase in un richiamo alla memoria collettiva.
È difficile immaginare un messaggio più incisivo. Perché non è una critica a una politica migratoria. È una domanda rivolta all'identità stessa dell'America. Che cos'è una nazione? È soltanto un territorio delimitato da confini sempre più invalicabili? È soltanto un interesse economico da difendere?
Oppure è una comunità costruita dall'incontro di storie diverse, di culture differenti, di persone che hanno deciso di condividere un destino comune? La storia degli Stati Uniti sembra rispondere senza esitazioni.
Non esisterebbe l'America senza Ellis Island. Senza gli irlandesi fuggiti dalla carestia. Senza gli italiani partiti con una valigia di cartone. Senza gli ebrei in fuga dalle persecuzioni europee. Senza milioni di uomini e donne che hanno attraversato l'oceano inseguendo un'idea quasi impossibile: ricominciare.
Naturalmente quella storia non è stata soltanto una storia di speranza. È stata anche la storia della schiavitù, della segregazione razziale, delle discriminazioni, dello sfruttamento del lavoro. Proprio per questo il richiamo del Papa acquista ancora più forza. Una nazione diventa grande non quando dimentica le proprie ferite, ma quando trova il coraggio di riconoscerle e di imparare da esse.
Ed è qui che il discorso smette di riguardare soltanto gli Stati Uniti. Perché quello specchio riflette anche noi. L'Italia sembra aver smarrito la memoria della propria emigrazione. Per quasi un secolo siamo stati noi a salire sui treni, a imbarcarci nei porti di Genova, Napoli, Palermo. Siamo stati noi quelli guardati con sospetto, quelli definiti sporchi, ignoranti, indesiderati. Siamo stati noi a cercare lavoro nelle miniere del Belgio, nelle fabbriche tedesche, nei cantieri svizzeri, nelle campagne argentine.
Ogni famiglia italiana conserva, da qualche parte, una fotografia sbiadita di quella storia. Un nonno. Uno zio. Un fratello.
Qualcuno che è partito.
Qualcuno che non è più tornato.
Qualcuno che ha costruito altrove ciò che non riusciva a costruire nella propria terra.
È per questo che ogni volta che trasformiamo un migrante soltanto in un problema di ordine pubblico, dimentichiamo qualcosa di noi stessi. Non significa rinunciare al diritto di uno Stato di governare i propri confini. Significa ricordare che dietro ogni numero esiste un volto, dietro ogni volto una famiglia, dietro ogni famiglia una speranza.
La politica ha il dovere di governare i fenomeni migratori. Ma ha anche il dovere di non smettere mai di vedere l'uomo.