Pasqua nel tempo delle contraddizioni tra guerra e fuga dei giovani, ma la Calabria può essere rifugio e futuro
Viviamo in un’epoca in cui progresso tecnologico e crisi globale convivono. La nostra regione, tra spopolamento e sfide sociali, resta un’alternativa possibile per relazioni autentiche e tempo più umano. Ma serve visione e coraggio
Che cosa ci porta davvero la Pasqua che oggi celebriamo? Ci porta la resurrezione di Cristo. Scriveva, in un tempo drammatico, Dietrich Bonhoeffer: “Chi crede nella risurrezione non può vivere come se la morte fosse l’ultima parola”.
Ma questa Pasqua porta con sé anche un’inquietudine più profonda, quasi una crepa nel tempo: la sensazione che la storia non stia andando avanti, ma stia tornando indietro.
Non è una suggestione. È un fatto.
Ci sono immagini che credevamo archiviate per sempre nei libri del Novecento e che invece tornano a farsi presenti: città distrutte dalle bombe, bambini che muoiono di fame e di freddo, ospedali rasi al suolo, equilibri internazionali fondati sulla forza, leader che trasformano la democrazia in una muta scenografia.
Non siamo più protagonisti della storia. Sembriamo diventati spettatori, se non vittime, di nuovi satrapi.
E mentre tutto questo accade, l’economia mondiale torna a tremare: una nuova fragilità energetica, la tensione dei mercati internazionali richiamano la grande crisi dei primi anni Settanta.
La diplomazia è sempre più marginale, quasi inutile, come se la parola avesse perso valore, sostituita definitivamente dalle urla e dalle reciproche accuse.
La democrazia, che per decenni ha rappresentato un orizzonte in espansione, oggi appare in affanno.
Eppure, nello stesso tempo, il mondo non è mai stato così avanzato.
Viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale, della medicina che riscrive i limiti della vita, della tecnologia che connette in tempo reale ogni angolo del pianeta. Mai come oggi l’umanità ha avuto strumenti così potenti.
Ed è qui che si consuma la grande contraddizione del nostro tempo: più il mondo diventa capace, più sembra incapace di governare se stesso.
Progrediamo in tutto, ma ci allontaniamo dalla civiltà.
E cosa porta la Pasqua alla Calabria?
Porta la perdita continua di popolazione, paesi che si svuotano, borghi abbandonati, scuole ridimensionate, aree interne sempre più isolate. È la Pasqua della fuga dei nostri giovani: non una scelta, ma spesso una necessità. E sempre più spesso seguiti dai genitori.
Siamo dentro un inverno demografico che, nel Mezzogiorno, assume i tratti di una triste stagione senza fine.
E tuttavia, anche qui, esiste una possibilità.
Questa terra possiede ancora ciò che altrove si sta perdendo: un tempo più umano, un costo della vita più sostenibile, una qualità delle relazioni non ancora consumata. Potrebbe essere un’alternativa. Potrebbe diventarlo davvero.
Ma non lo è. Non ancora.
Perché manca ciò che trasforma le possibilità in realtà: una visione. E, insieme, la capacità di governarla. Questa terra ha bisogno di scelte forti e coraggiose, ha bisogno di futuro, di innovazione, di nuove e determinate classi dirigenti.
E così la Pasqua, qui, resta quello che è sempre stata: una festa di famiglia, di riti antichi, di ritorni. Ma è anche il tempo in cui le fratture diventano più visibili: famiglie con stipendi insufficienti, studenti costretti a spendere cifre sproporzionate solo per tornare a casa per pochi giorni. Una normalità che, osservata da vicino, non è più accettabile. Non è più sostenibile.
E poi c’è quello che non si può più tollerare: una corruzione diffusa, che non è soltanto un problema giudiziario, ma un’offesa a chi crede nell’onestà e nella democrazia. Un freno, un’abitudine che torna continuamente e che impedisce a questa terra di fidarsi fino in fondo di se stessa.
Non bastano più le denunce episodiche. Serve una rottura.
Serve una classe dirigente capace di assumersi il rischio del cambiamento, di interrompere le continuità, di costruire una strada verso il futuro.
E allora l’augurio, in questa Pasqua, non può limitarsi alla speranza.
La speranza è necessaria, ma è anche la forma più fragile dell’attesa se non viene accompagnata da una scelta. E forse è proprio nella speranza che si nasconde il rischio più sottile: quello di rimandare, di aspettare.
La Pasqua, nella sua verità più profonda, non è soltanto il racconto della Resurrezione. È il momento in cui qualcosa che sembrava finito decide di non accettare la fine.
E, come scriveva David Maria Turoldo: “La risurrezione è il grido silenzioso che la vita ha vinto”.
Auguri a tutti