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01/08/2026 ore 06.15
Editoriali

Quei cinquanta minuti che condannano la Calabria: il dramma di Andrea simbolo della sanità che tradisce i cittadini

Cinquanta minuti di attesa sull'asfalto rovente di luglio. L'incidente che ha coinvolto una 23enne a Vibo Valentia riporta al centro il tema dei soccorsi. Perché i calabresi non chiedono trattamenti speciali, ma di poter contare su un'assistenza tempestiva quando è in gioco la vita

di Franco Laratta

Ci sono numeri che raccontano più di qualsiasi statistica.

Cinquanta minuti.

Non è una percentuale. Non è un dato da inserire in un report. Non è una polemica politica. Sono cinquanta minuti di vita.

Cinquanta minuti che separano la speranza dalla disperazione. La possibilità dalla rinuncia. La vita dalla morte.

Sono i cinquanta minuti trascorsi prima che un'ambulanza raggiungesse una ragazza di ventitré anni investita sulle strisce pedonali nel centro di Vibo Valentia. Ventitré anni. Un'età in cui il futuro dovrebbe essere un progetto, non un'emergenza.

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Andrea è una giovane musicista. Una ragazza che, insieme al suo ragazzo Lorenzo, aveva scelto di costruire il proprio domani in Calabria. Una terra che amava abbastanza da immaginare qui vi la propria vita.

Poi un SUV. L'impatto. L'asfalto. E soprattutto l'attesa. Un'attesa che diventa essa stessa tragedia.

Per quasi un'ora Andrea è rimasta sull'asfalto rovente di luglio. Intorno a lei cittadini che hanno fatto tutto ciò che era umanamente possibile. Una donna le ha praticato la respirazione bocca a bocca, cercando di tenerla in vita fino all'arrivo dei soccorsi. Poi, finalmente, l'ambulanza.

Oggi Andrea combatte tra la vita e la morte. Naturalmente saranno le indagini ad accertare responsabilità, dinamiche e circostanze. È giusto che sia così. Ed è giusto attendere i fatti.

Ma c'è una domanda che non può attendere.

Com'è possibile che nel cuore di un capoluogo di provincia si debbano aspettare cinquanta minuti per un soccorso? Perché questo non è soltanto il racconto di un incidente. È il racconto di uno Stato che rischia di arrivare troppo tardi nel momento in cui un cittadino ha più bisogno di lui. Sarebbe ingiusto raccontare una sanità calabrese fatta soltanto di fallimenti. Non sarebbe vero.

Negli ultimi anni abbiamo raccontato con convinzione anche le notizie che meritavano di essere raccontate. Abbiamo visto il profondo cambiamento del Pronto Soccorso dell'Annunziata di Cosenza. Abbiamo documentato l'introduzione di nuove tecnologie, percorsi innovativi, professionalità che, nonostante carenze croniche di personale e risorse limitate, hanno raggiunto risultati che fino a poco tempo fa sembravano impensabili.

Esiste una Calabria della sanità che migliora.

Esistono medici, infermieri, operatori del 118 e personale sanitario che ogni giorno compiono autentici miracoli professionali e umani. Ed è proprio per rispetto verso di loro che non possiamo far finta di nulla quando il sistema mostra falle tanto drammatiche.

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Perché accanto alle eccellenze continua a esistere un'altra Calabria.

Quella delle ambulanze che arrivano troppo tardi. Quella dei mezzi insufficienti. Quella delle liste d’attesa. Quella dei turni impossibili. Quella degli equipaggi incompleti. Quella dei territori dove un'emergenza può trasformarsi in una corsa contro il tempo combattuta senza gli strumenti necessari.

Abbiamo raccontato queste storie troppe volte. Ogni volta abbiamo sperato fosse l'ultima. Ogni volta ci siamo sbagliati. La politica, davanti a fatti come questi, dovrebbe avere il coraggio di mettere da parte propaganda, autocelebrazioni e statistiche.

Perché i record, le inaugurazioni, gli slogan e i comunicati stampa non salvano una vita.

Un'ambulanza che arriva in tempo, sì. I calabresi non chiedono privilegi. Non chiedono trattamenti speciali. Chiedono semplicemente ciò che la Costituzione promette a ogni cittadino della Repubblica.

Pagano le stesse tasse.

Hanno gli stessi doveri.

Devono avere gli stessi diritti.

Compreso quello, fondamentale, di essere soccorsi entro un tempo compatibile con la possibilità di continuare a vivere. Per questo chi governa la sanità calabrese ha il dovere di spiegare. Di spiegare se quei cinquanta minuti fossero inevitabili. Di spiegare se siano il frutto di una tragica eccezione oppure il sintomo di un problema strutturale. Di spiegare, soprattutto, cosa intenda fare perché non accada mai più. Perché nessuno dovrebbe restare cinquanta minuti sull'asfalto aspettando lo Stato.

Nessuno.

Finché accadranno cose come questa, la Calabria non potrà dirsi davvero una terra compiutamente civile.

Perché la grandezza di una comunità non si misura dalle opere che inaugura.

Si misura da quanto velocemente riesce a tendere una mano ai propri figli quando stanno morendo.

E quei cinquanta minuti continueranno a pesare sulla coscienza di tutti noi finché non diventeranno una domanda senza più bisogno di essere posta. Perché nessun altro, in Calabria, dovrà mai aspettare così a lungo tra la vita e la morte.