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09/03/2026 ore 06.15
Editoriali

Referendum sulla giustizia a colpi di reel, così la politica senza contenuti trasforma il voto in un giudizio sul Governo

Con dibattiti ridotti a slogan e spot, la consultazione rischia di perdere la sua funzione originaria. Non più un voto sulla giustizia, ma un verdetto sulla maggioranza di Giorgia Meloni: l’Italia fatica a far sentire la propria voce attraverso strumenti istituzionali

di Franco Laratta

Il referendum sulla giustizia non è più, ormai, un semplice referendum. Non riguarda soltanto alcune regole dell’amministrazione giudiziaria e non promette, in realtà, nessun cambiamento concreto per i cittadini. Non accorcerà i tempi dei processi, non renderà più efficiente la macchina giudiziaria, non migliorerà la vita di chi ogni giorno si scontra con una giustizia lenta, affaticata, spesso paralizzata da procedure che sembrano appartenere a un’altra epoca. Eppure, strada facendo, questo referendum ha cambiato natura. Si è trasformato in qualcosa di diverso: un referendum politico.

È inutile negarlo. Anche per responsabilità dello stesso governo, che in questi anni ha promesso molto e mantenuto poco, la consultazione ha preso la stessa deriva che già si era vista in passato con altri referendum: strumenti nati per affrontare una questione specifica e finiti per diventare un giudizio complessivo sull’esecutivo in carica. I segnali arrivano chiaramente dai sondaggi.

Il “No”, che solo poche settimane fa sembrava in forte difficoltà, ha iniziato a recuperare terreno e in quasi tutte le rilevazioni appare perfino in vantaggio. È il segnale più evidente che una parte crescente dell’elettorato non sta più votando sul merito dei quesiti. Sta votando sul governo.

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Succede spesso nelle democrazie mature. Quando il clima politico diventa pesante e le aspettative restano deluse, ogni occasione di voto si trasforma inevitabilmente in un giudizio complessivo su chi governa.

Il referendum diventa allora qualcosa di diverso da ciò che dovrebbe essere. Non più uno strumento tecnico di democrazia diretta, ma una sorta di termometro politico. E il termometro oggi misura soprattutto il malessere.

Quattro anni di governo hanno lasciato un Paese più inquieto di quanto non fosse all’inizio della legislatura. Le famiglie continuano a fare i conti con il caro spesa, con salari che crescono troppo lentamente, con un costo della vita che sembra correre sempre più veloce dei redditi. Sono problemi concreti, quotidiani, che entrano nelle case molto più di qualsiasi dibattito tecnico sulla giustizia. Ma non c’è soltanto l’economia.

In questi anni la presidente del Consiglio ha scelto di assumere un ruolo molto esposto anche sulla scena internazionale, arrivando spesso a occupare uno spazio politico che, nelle democrazie parlamentari, spetterebbe in primo luogo al ministro degli Esteri. Un protagonismo forte, forse inevitabile in una fase di grandi tensioni globali, ma anche inevitabilmente rischioso. Perché muoversi dentro un mondo attraversato da nuove guerre, da crisi energetiche e da equilibri geopolitici fragili richiede scelte chiare. E invece l’Italia ha spesso dato l’impressione di oscillare.

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Da una parte il tentativo di mantenere un rapporto privilegiato con Donald Trump, dall’altra la necessità di restare saldamente ancorata al quadro europeo e alle sue alleanze strategiche. Tenere insieme queste due linee era una manovra politica rischiosa. Una furbizia diplomatica che alla lunga si è rivelata inefficace.

Il risultato è che oggi l’Italia appare sempre più marginale nei grandi equilibri internazionali. Lo si è visto anche allo scoppio di questa nuova guerra, che ha colto impreparato perfino il ministro della Difesa, mentre la presidente del Consiglio è stata sostanzialmente ignorata proprio da quel presidente americano che sembrava averla indicata come interlocutore privilegiato in Europa. In un contesto simile era inevitabile che il referendum smettesse di essere neutrale. È diventato, di fatto, un test politico.

Un voto che molti elettori utilizzeranno per esprimere un giudizio complessivo su quattro anni di governo. C’è poi un elemento che la storia repubblicana insegna con grande chiarezza.

Quando si tratta di intervenire sulle regole fondamentali dello Stato, il corpo elettorale italiano si mostra quasi sempre estremamente prudente.

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È accaduto più volte. Referendum costituzionali respinti, riforme istituzionali bocciate, quorum mancati. Non per semplice conservatorismo, ma per una diffidenza profonda verso cambiamenti percepiti come imposti dall’alto.

Per gli italiani la Costituzione resta qualcosa di più di una semplice carta giuridica. È il simbolo di una ricostruzione nazionale dopo la tragedia della guerra e della dittatura. Certo, nessuna Costituzione può restare immutabile per sempre. Anche la nostra avrebbe bisogno di aggiornamenti.

Ma cambiare l’architettura dello Stato ha senso soltanto quando si costruisce un consenso largo e trasversale, capace di coinvolgere tutte le principali culture politiche del Paese. La Costituzione italiana nacque esattamente così.

Fu il risultato di un equilibrio difficile tra cattolici, liberali e comunisti che, dopo la guerra, seppero mettere da parte le differenze per costruire un patto comune. Oggi invece il dibattito pubblico sembra essersi impoverito. Parlare seriamente di storia, di istituzioni, di politica è diventato sempre più difficile. Tutto si consuma nello spazio di pochi secondi: un reel, uno slogan, uno spot.

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La politica si è trasformata in comunicazione permanente. Ma i contenuti veri sembrano scomparsi. E quando la politica perde i contenuti, il voto perde il suo significato originario.

Per questo il referendum sulla giustizia rischia di diventare qualcosa che non era stato pensato per essere. Non un voto sulla giustizia. Ma un giudizio sul governo.E se questo accadrà, non sarà per colpa del referendum. Sarà il segno di un Paese che non trova più altri strumenti per far sentire la propria voce.