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12/07/2026 ore 15.02
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Viaggio nell’Età del Ferro: l’Università Federico II riprende gli scavi a Torre Galli a Drapia

Tra la devozione di chi parla con le anime del passato e le scoperte della scienza, la Necropoli di Torre Galli a Drapia svela i suoi segreti. A cento anni dalle scoperte di Paolo Orsi, una nuova campagna di scavi riporta alla luce i tesori dell'Età del Ferro, unendo tecnologia e identità nel cuore del Vibonese

di Gabriella Chiarella

«Io vengo qui perché c’è stato un popolo che ha vissuto cinquecento anni, dal IX al VI secolo a.C.». Le parole di Cosmo Rombolà, appassionato storico, risuonano come un atto d'amore. Munito di bastone, claudicante ma con il passo di chi calpesta un suolo sacro, Cosmo ci rende partecipi della visita che almeno una volta all’anno fa negli spazi della Necropoli di Torre Galli, nel comune di Drapia. Da anni segue un rituale ben preciso: raccoglie dei fiorellini di campo e poi li restituisce alla terra rendendo omaggio agli abitanti che popolavano la zona del Monte Poro durante l’Età del Ferro. Recita un eterno riposo e parla con le anime dei defunti, convinto che siano rimaste impresse nel verde che colora il territorio. Poi, rivolgendosi direttamente a queste anime, dice: «Se c’è qualche cosa, datemi un segno perché io vi voglio tanto bene».

È ciò che ha detto quattro anni fa, quando, trovandosi inginocchiato poco più in là rispetto al punto in cui lo vediamo oggi davanti alla telecamera di Saverio Caracciolo (qui la puntata), ha visto alzarsi «un venticello che noi chiamiamo rèfolo, alzando la polvere. Non so se è stato il segno che cercavo, ma ogni anno lascio il vaso con i fiori proprio dove ho visto il vento». E così fortifica la sua passione nei confronti di un popolo che non ha mai conosciuto, ma che sente vicino in maniera viscerale, riproponendo oggi delle abitudini che avevano al tempo, dal pane “preistorico” cotto sulla pietra, ai vasi in argilla.

I nuovi scavi di Torre Galli nel 2026

Ma la fede archeologica di Cosmo trova oggi un riscontro scientifico straordinario, che riporta la Calabria al centro dei grandi flussi di ricerca internazionali.

«Siamo sul sito della Necropoli di Torre Valli, nel comune di Drapia. Nel 1922 e 1923 Paolo Orsi effettuò uno scavo che portò alla luce 334 tombe di una comunità indigena molto fiorente». Il Prof. Marco Pacciarelli, docente di preistoria e protostoria all’Università Federico II di Napoli, introduce così la nuova attività di scavi che, a poco più di cento anni dalle importanti intuizioni di Orsi, riprendono nella zona vibonese, con il supporto del proprietario Francesco Rombolà, del comune di Drapia e della soprintendenza del Museo di Vibo. Una stima approssimativa, formulata in base alle prospezioni geo-fisiche, ci porta a credere che la Necropoli dovesse contenere almeno duemila tombe. Grazie alle nuove tecnologie si potrà confermare o smentire il dato, e ottenere così diverse informazioni sul modo di vivere e commerciare degli abitanti del tempo.

Le attività sono portate avanti da un'équipe di studenti del dipartimento degli studi umanistici dell’Università di Napoli, diretto da Andrea Mazzucchi (e che recentemente ha ottenuto il riconoscimento di eccellenza per la qualità delle proprie ricerche), e sotto la guida del co-direttore dello scavo Francesco Quondam dell'Università di Vienna.

L’importanza degli scavi archeologici è sottolineata dal Prof. Mazzucchi: «L'archeologia è una di quelle stratificazioni del territorio, di quel palinsesto che i nostri territori sono in grado di restituirci e di cui non possiamo fare a meno oggi. Per cui, gli scavi e l’analisi dei manufatti che emergono è da sostenere necessariamente».

Perché scavare non significa solo rimuovere la terra, ma sollevare il velo del tempo per ritrovare il nostro DNA.

Un orgoglio identitario che si fa anche progetto culturale, come spiega Alessandro Porcelli, sindaco di Drapia, che promuove con orgoglio le attività di ricerca definendo il sito “uno scrigno di bellezze e realtà archeologiche che rappresentano un tempo che fu”. Il primo cittadino ci anticipa anche che il museo Galluppi di Drapia sarà arricchito dalle risorse rinvenute all’interno di una sala che sarà collegata alla biblioteca del Castello del Galluppi.

L’interesse dell’archeologo Paolo Orsi per l’Italìa

Oggi, Francesco Rombolà ha messo a disposizione il suo terreno per protrarre le ricerche. Sono già stati selezionati 200 metri quadri da cui sono emerse più di 30 tombe. Ma già Paolo Orsi aveva individuato due fasi di civiltà: quella del IX secolo a.C. (prima dell’arrivo dei Greci) e quella del VI secolo a.C (contemporanea ai Greci). L’illustre archeologo di Rovereto, effettuando le sue ricerche tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, intuì presto che, ancor prima dell’arrivo dei Greci, Sicilia e Calabria erano abitate da popolazioni avanzate. Durante il suo operato, Paolo Orsi partì dalla Sicilia, per poi giungere in Calabria, in particolare nella zona definita dagli antichi Italìa, da cui la Nazione ormai unita ereditò il nome Itàlia.

Ma cosa fece scattare la scintilla in Paolo Orsi affinché si interessasse alla zona di Torre Galli? Il racconto di Cosmo Rombolà ci riporta indietro nel tempo, a una Calabria rurale e genuina. Un contadino aveva un trattore (uno fra i pochi ad averlo). Gli successe di trovare qualche vasetto sotterrato che, per curiosità, portava al Marchese Toraldo di Tropea, che si dà il caso fosse amico di Paolo Orsi. Il Marchese, dapprima ignaro della natura dei vasetti, ne fu poi messo al corrente dall’archeologo nel momento in cui ebbe modo di vederne uno. Così, nel 1922 iniziò la prima campagna di scavi, nella speranza di trovare dell’altro. Ne conseguì un’intera Necropoli con tombe a fossa, quindi con il defunto disteso, proprio come accade oggi.

Ciò che risulta interessante è il corredo, perché tutti gli oggetti che venivano messi all’interno per accompagnare il defunto, oggi sono una preziosa fonte di informazione sulle civiltà antiche. Nel guardare le fosse, ci fa notare il Prof. Pacciarelli della terra un po’ più scura. È il colore del legno ormai deteriorato e diventato “terra”. Un dettaglio che ci rivela che le casse venivano fatte di legno. Resta da capire se fatta con travi unite o con albero scavato.

Nello stesso sito, la Federico II ha effettuato delle prospezioni e degli scavi dell’abitato nel 2012-’13, scoprendo che il lato debole era perimetrato da una fortificazione e individuando una strada lastricata del IX secolo a.C. che entrava nell’abitato ed era fiancheggiata da muri fortificati da pali, che poi vennero colpiti da un incendio, probabilmente dovuto a un attacco bellico. Ecco perché dal IX secolo la popolazione diminuì in maniera considerevole, aumentando poi di nuovo nel VI secolo. Una storia di sangue, fuoco, ma anche di rinascite.

Una passione, quella per il passato, che brucia negli occhi dei giovani ricercatori. Uno degli assegnisti di ricerca, Lorenzo Fiorillo, sintetizza così la sua missione: «essere un archeologo vuol dire amare il passato e ricercare nel passato le tracce del nostro futuro». Accanto a lui, Diana Musella, che si occupa principalmente di spade, non si aspettava che il sito ne fosse così ricco. Tante sono state le scoperte che ha fatto la squadra. D’altro canto, fare un nuovo scavo nello stesso sito permette di aggiungere nuovi dettagli alla stessa storia. Pasquale Miranda, un altro assegnista di ricerca, si dice entusiasta per tutte le cose rinvenute adesso che gli scavi sono terminati.

Fibule, vasi di varia natura tra askos e aryballos, spade e altri oggetti di corredo sono stati consegnati al Museo del Castello Normanno Svevo di Vibo Valentia e alcuni sono in corso di restauro anche attraverso fondi alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia, come affermato dalla Dottoressa Maria Mallemace.

I reperti tornano alla luce, si offrono al restauro, si preparano a parlare a chi saprà ascoltarli. Da quel rèfolo di vento cercato da Cosmo fino ai laboratori universitari, Torre Galli ci ricorda che la terra custodisce, protegge e, quando siamo pronti, restituisce. Come le emozioni che, puntata dopo puntata, il format LaC Storie di Saverio Caracciolo ci ha restituito fino ad arrivare alla 300esima.