Arbitri, arriva la stretta: Figc pronta a “prendersi” la Serie A con una società propria. E Gravina bacchetta l’Aia
Dopo mesi di polemiche e una crisi considerata tra le più gravi, si accelera sulla riforma: i fischietti di Serie A (e B) verrebbero affidati a una società controllata al 100% dalla Federazione, con un Cda di 3 membri, un responsabile amministrativo e uno tecnico che di fatto sostituirebbe il designatore
Il calcio italiano sta provando a fare una cosa che, finché gli errori restano “episodi”, viene sempre rimandata: cambiare davvero la catena di comando. La stagione arbitrale, raccontata come una delle più controverse degli ultimi anni, ha trasformato le proteste in pressione politica. E adesso la Figc prova a rispondere con una riforma che non si limita a ritocchi o a una rotazione di nomi, ma punta al cuore del sistema: la gestione degli arbitri di Serie A (e Serie B) non farebbe più capo all’Aia, almeno per la parte decisiva, quella delle designazioni e del controllo dei direttori di gara di vertice.
Il punto principale è questo: la Federazione vuole portare “il più in fretta possibile” in Consiglio federale una riforma strutturale, spinta dalle pressioni dei club, che da settimane chiedono un intervento immediato. Secondo l’impostazione descritta, la Figc proporrà la creazione di una società partecipata al 100% dalla Federazione, governata da un Cda composto da 3 membri. Sarà quel Cda a nominare due figure chiave: un responsabile amministrativo e un responsabile tecnico. Ed è qui che si capisce perché, nel mondo arbitrale, la parola “riforma” suona come “esproprio”.
Il responsabile tecnico sostituirebbe di fatto il designatore: avrebbe il potere di scegliere gli arbitri per la Serie A, togliendo all’Aia il controllo su quella funzione e quindi sulla cabina di regia del sistema. Tradotto: la nomina del designatore di Serie A e B non sarebbe più in mano all’Associazione italiana arbitri. La Federazione si prenderebbe la regia, l’Aia resterebbe a bordo, ma senza la leva più pesante.
Dietro la spinta riformatrice, c’è anche un contesto interno che la Figc considera ormai indifendibile. L’idea, messa nero su bianco nella ricostruzione, è che il criterio di selezione debba essere “spogliato” da logiche clientelari che negli anni avrebbero pesato sulle carriere. Il punto principale, qui, è la critica al meccanismo di promozione: secondo questa lettura, il futuro dei direttori di gara sarebbe dipeso troppo dalle dinamiche interne e dai presidenti di sezione, con correnti più influenti del talento. La riforma nasce per recidere quel legame: meno politica interna, più catena professionale, più responsabilità diretta della Federazione.
Ma questa accelerazione non arriva nel vuoto. Anzi, si incastra in una fase di tensione che, nelle ultime ore, si è fatta istituzionale. Poche ore prima che il presidente dell’Aia Antonio Zappi vedesse confermata in appello una sospensione di 13 mesi, Gabriele Gravina ha inviato una lettera di diffida al vice vicario Francesco Massini. Non è un dettaglio: è un gesto formale, protocollato, che certifica un rapporto in cui la diplomazia è ormai un esercizio di stile.
Il casus belli, in questo caso, è un comunicato Aia del 5 febbraio. L’Associazione arbitri aveva attaccato la magistratura ordinaria, accusandola di non aver trattato adeguatamente i responsabili di violenze contro giovani arbitri. Nel comunicato, l’Aia arrivava a definire alcune richieste di archiviazione come parole che «offendono l’Aia e l’intero mondo dello sport». Gravina ha reagito diffidando Massini dall’utilizzo di espressioni simili. Punto principale: la Figc non contesta il tema delle aggressioni agli arbitri, ma il linguaggio e lo scontro frontale con la magistratura, considerato un terreno istituzionalmente pericoloso.
Eppure, nonostante il clima da resa dei conti, la Federazione non sembra voler imboccare la strada più drastica, quella che molti, a caldo, si aspettano sempre: il commissariamento dell’Aia. Anzi, nella ricostruzione emerge che la conferma della squalifica di Zappi non ha spinto Gravina a “mettere le mani” sull’Associazione. Il punto principale è un altro: la Figc punterebbe a cambiare il sistema per via normativa e organizzativa, non con un blitz politico. Per la decadenza di Zappi, inoltre, la linea descritta è attendista: si aspetterà il suo ricorso al Collegio di garanzia del Coni, ultimo grado della giustizia sportiva, prima di arrivare a un voto che ne sancisca l’uscita.
Nel mezzo c’è un dato che nessuno ignora: la riforma nasce “dopo una delle peggiori stagioni di sempre”, e la percezione di emergenza è diventata la giustificazione per spostare equilibri che, in tempi normali, sarebbero intoccabili. “Non si può più aspettare” è la frase che viene attribuita a Gravina nel ragionamento interno: una linea che mette insieme la necessità di rispondere ai club, la necessità di disinnescare un sistema percepito come autoreferenziale e la necessità di costruire un vero professionismo arbitrale, con una governance più simile a quella di una struttura aziendale che a quella di un’associazione.
Il punto, adesso, è capire come reagirà l’Aia a un impianto che la spoglia della sua leva principale. Perché la riforma non è un aggiustamento: è un cambio di proprietà del volante. E quando si cambia chi guida, nel calcio italiano, la partita più dura non è mai quella sul campo: è quella nei corridoi.