Attentato a Ranucci, il legale di Lavitola offerto ai presunti bombaroli: cosa emerge dall'inchiesta
Le intercettazioni dell'inchiesta sull'attentato al conduttore di Report fanno emergere nuovi dettagli. Le piste emerse dall’interrogazione segreta davanti alla Commissione Antimafia e il coinvolgimento (smentito) dei Servizi
Non solo la carta di credito per lasciare l'Italia e il denaro necessario a rendersi irreperibili in vista del blitz degli investigatori. Tra gli elementi che emergono dall'inchiesta sull'attentato contro Sigfrido Ranucci compare anche un'offerta destinata, secondo gli investigatori, a garantire una linea difensiva comune ai presunti esecutori materiali: i servizi professionali dello storico avvocato di Valter Lavitola.
È, scrive il Fatto Quotidiano, uno dei tasselli contenuti negli atti dell'indagine coordinata dalla Procura di Roma, che vede l'ex faccendiere ed editore Valter Lavitola indagato a piede libero con l'accusa di essere il presunto mandante dell'esplosione del 15 ottobre 2025 davanti all'abitazione del conduttore di Report, a Campo Ascolano, nel comune di Pomezia. Lavitola respinge ogni addebito e l'inchiesta è ancora nella fase delle indagini preliminari.
Le intercettazioni e il ruolo attribuito al factotum
La ricostruzione degli investigatori prende forma soprattutto dalle conversazioni intercettate nella primavera del 2026 tra quelli che vengono ritenuti i presunti esecutori dell'attentato: Saverio Mutone, Antonio Passariello, conosciuto come "o' Malessere", e Pellegrino D'Avino, figlio biologico dello stesso Passariello.
Secondo gli inquirenti, proprio dai telefoni degli indagati emergerebbe il ruolo di Gomes Clesio Tavares, collaboratore e uomo di fiducia di Lavitola, indicato come intermediario tra il presunto mandante e il gruppo incaricato di realizzare l'attentato. Sarebbe stato lui, secondo l'accusa, a mantenere i contatti con i presunti bombaroli, mentre ulteriori accertamenti sui dispositivi sequestrati dovranno chiarire definitivamente il coinvolgimento di Lavitola e il movente dell'azione.
Fino alla fine di maggio 2026, gli inquirenti ritenevano che il gruppo avesse agito "per favorire, dietro remunerazione, una compagine strutturata terza", con l'obiettivo di tutelare interessi economici condivisi. In questo quadro investigativo si inserirebbe anche la proposta di una difesa legale coordinata.
Ranucci, la bomba sarebbe costata 5mila euro. E spunta la foto del factotum di Lavitola con due degli arrestatiL'offerta dell'avvocato e la diffidenza dei presunti esecutori
Dalle conversazioni emerge che sarebbe stato Pellegrino D'Avino a fare da tramite tra Gomes Clesio Tavares e gli altri componenti del gruppo.
Mutone, stando alle intercettazioni, avrebbe mostrato una certa diffidenza. D'Avino gli avrebbe spiegato che il collaboratore di Lavitola non voleva incontrare personalmente gli altri componenti del gruppo, limitando i contatti al solo intermediario. Da qui il timore, espresso nelle conversazioni captate dagli investigatori, che la prospettata fuga all'estero potesse trasformarsi in una "imboscata".
Ancora più prudente sarebbe apparso Antonio Passariello. Parlando con il figlio, avrebbe manifestato la volontà di continuare a farsi assistere dal proprio avvocato di fiducia, chiedendo se fosse davvero obbligato ad affidarsi al legale indicato dagli intermediari.
È proprio in questo contesto che compare il nome dell'avvocato Sergio Cola, storico difensore di Lavitola.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il 14 aprile una telefonata registrata dalle microspie installate nell'abitazione di Passariello avrebbe fissato un appuntamento nello studio legale di San Giuseppe Vesuviano.
Contattato dal Fatto, l'avvocato Cola conferma l'esistenza di quel contatto ma precisa di non avere mai incontrato i potenziali clienti.
«Certo che ho lo studio a San Giuseppe Vesuviano», spiega il professionista. «Peccato che poi non si sia presentato nessuno. Altrimenti sarei stato ben contento di avere un altro cliente».
L'interrogatorio di D'Avino
Dopo gli arresti eseguiti a fine giugno, Pellegrino D'Avino è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari per l'interrogatorio di garanzia.
Ha confermato di conoscere Gomes Clesio Tavares, circostanza documentata anche da fotografie e contatti sui social network, ma ha negato di conoscere personalmente Valter Lavitola e persino Sigfrido Ranucci, sostenendo di non sapere che fosse un giornalista. Per tutte le altre contestazioni si è avvalso della facoltà di non rispondere.
L'audizione segreta di Ranucci davanti all'Antimafia
Tra gli atti dell'inchiesta compare, racconta Domani, anche la trascrizione dell'audizione secretata che Sigfrido Ranucci ha reso davanti alla Commissione parlamentare Antimafia nelle settimane successive all'attentato.
Davanti ai parlamentari il giornalista aveva ripercorso diverse possibili piste investigative.
Una riguardava il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Ranucci ha ricordato le polemiche seguite ad alcune anticipazioni di Report su una vicenda riguardante il padre della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, riferendo che Fazzolari si sarebbe preoccupato per la diffusione di materiale raccolto dalla trasmissione. Lo stesso Fazzolari aveva sempre respinto con fermezza quelle ricostruzioni, definendole in passato «deliri».
Nel corso dell'audizione Ranucci ha anche escluso di avere rapporti con appartenenti ai servizi segreti, precisando che tutte le informazioni pubblicate erano frutto esclusivo del lavoro della redazione di Report.
Le altre piste: eolico, balneari e cantieri navali
Davanti alla Commissione, il giornalista aveva richiamato anche altre possibili motivazioni dell'attentato.
Tra queste, un'inchiesta sulle concessioni balneari di Ostia, un'altra sul settore dell'eolico e quella relativa ai cantieri navali di Adria, dove Report aveva documentato il ritrovamento di una mitragliatrice.
Sono piste che gli investigatori hanno approfondito nei mesi successivi, arrivando però – secondo quanto emerge dagli atti – a non trovare riscontri concreti. Anche la cosiddetta pista dell'intelligence è stata verificata attraverso l'audizione dell'ex generale della Guardia di Finanza Giancostabile Salato, che ha dichiarato di non sapere nulla dell'attentato, spiegando di averne appreso l'esistenza soltanto attraverso le notizie pubblicate sui media.
Il mistero dell'orario comunicato alla scorta
Tra i passaggi più significativi dell'audizione davanti all'Antimafia c'è anche un dettaglio temporale che continua a interrogare gli investigatori.
Ranucci racconta di avere comunicato alla propria scorta soltanto all'ultimo momento l'orario del rientro a casa, con un semplice messaggio inviato mentre stava ancora lavorando da remoto a un'inchiesta di Report.
«Ho mandato un sms alla scorta dicendo che sarei partito alle 21 da casa. È abbastanza singolare», ha spiegato ai commissari.
Proprio questa circostanza alimenta uno degli interrogativi ancora aperti dell'indagine: come abbia fatto il commando ad attendere il giornalista proprio nel momento del suo rientro.
La "catena del silenzio"
Secondo la ricostruzione investigativa, i quattro uomini dell'area nolana ritenuti gli esecutori materiali rappresenterebbero soltanto l'ultimo anello della catena.
Un gruppo di piccoli criminali, dediti – secondo gli atti – soprattutto allo spaccio e ai fuochi d'artificio illegali, che avrebbe agito su incarico di soggetti collocati a un livello superiore dell'organizzazione.
Sopra di loro gli investigatori collocano Gomes Clesio Tavares, ritenuto l'intermediario operativo, e infine Valter Lavitola, indicato come il presunto ideatore dell'attentato.
Al momento, tuttavia, nessuno dei principali protagonisti dell'inchiesta ha fornito una ricostruzione completa dei fatti agli inquirenti. Gli arrestati hanno scelto in larga parte il silenzio, mentre Lavitola continua a respingere ogni accusa.
L'indagine prosegue per chiarire se gli elementi raccolti finora saranno sufficienti a sostenere l'impianto accusatorio anche nelle fasi successive del procedimento.