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07/07/2026 ore 12.41
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Attentato a Ranucci, Lavitola accusato di strage con metodo mafioso. Il giornalismo sotto attacco e il ricordo di tempi bui

L’imprenditore ed ex editore è considerato dagli investigatori uno dei mandanti. La pesante intimidazione subita dal conduttore di Report riporta alla mente la storia di tanti cronisti uccisi per aver avuto il coraggio di rincorrere la verità

di Redazione Cronaca
Sigfrido Ranucci

Volevano eliminare Ranucci. A qualsiasi costo. Ma perché? Perché faceva paura a qualcuno. Forse qualcuno molto in alto.

La memoria torna indietro a qualche decennio fa: Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Mino Pecorelli, Walter Tobagi, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Beppe Alfano. Tutti assassinati. Tutti giornalisti coraggiosi e in cerca della verità.

La Procura di Roma contesta a Valter Lavitola il reato di strage con metodo mafioso, ritenendolo il presunto mandante dell’attentato dinamitardo compiuto nell’ottobre scorso davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report. Un mese prima dell’attentato fece un sopralluogo davanti ad abitazione.

Attentato a Ranucci, indagato l’imprenditore Valter Lavitola: per gli investigatori è lui il mandante

Si tratta di un’ipotesi accusatoria di eccezionale gravità, ovviamente ancora tutta da dimostrare nel corso del procedimento. Lavitola, come ogni indagato, è presunto innocente fino a un’eventuale condanna definitiva.

Ma non è soltanto una delle tante inchieste giudiziarie. Si tratta di una vicenda che riporta alla memoria una stagione della storia italiana che si sperava definitivamente chiusa: quella degli attentati, delle intimidazioni e dei delitti contro chi faceva informazione. E uno come Ranucci fa paura a molti, perché le sue inchieste possono scoprire cose che dovevano rimanere nascoste. Ed è successo più volte, e Ranucci troppo spesso è stato lasciato da solo.

Eppure, già oggi questa vicenda pone interrogativi che vanno oltre le aule di giustizia.

Il primo riguarda il movente. Perché colpire Ranucci? Perché arrivare, secondo l’ipotesi della Procura, a progettare un attentato con un ordigno esplosivo contro uno dei giornalisti d’inchiesta più conosciuti del Paese? È Lavitola il vero e solo mandante? Cosa c’è dietro a tutto questo?

Sono domande terribili alle quali occorre dare assolutamente una risposta. Gli investigatori mantengono il massimo riserbo e proprio il movente sembra rappresentare uno degli aspetti più delicati dell’indagine.

Ma chi è Valter Lavitola? Basta sfogliare le cronache di un tempo per scoprire cose che fanno tremare i polsi. Ex editore de L’Avanti!, imprenditore e mediatore d’affari, negli ultimi vent’anni è comparso in alcune delle più controverse vicende politico-giudiziarie della Seconda Repubblica. Dalla compravendita dei senatori per ottenere la caduta del governo Prodi, alla contorta vicenda della casa di Montecarlo, fino alla condanna definitiva per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. E poi ci sono le vicende legate ai finanziamenti pubblici all’editoria. Una figura che per decenni ha incrociato politica, imprenditoria, potere, inchieste giudiziarie. Tante le ombre. Tanti i misteri.

È anche questa storia a rendere ancora più inquietante il procedimento aperto dalla Direzione distrettuale antimafia.

Naturalmente sarà la magistratura ad accertare se l’impianto accusatorio troverà conferma. Ma quando un giornalista diventa bersaglio di un attentato, la memoria del Paese corre inevitabilmente ai tanti cronisti che hanno pagato con la vita il loro lavoro. Momenti bui per il Paese che è bene non dimenticare.

Il primo nome è quello di Mauro De Mauro, scomparso a Palermo nel 1970 mentre stava lavorando a un’inchiesta delicatissima e mai più ritrovato. Due anni dopo venne assassinato Giovanni Spampinato. Nel 1978 fu ucciso Peppino Impastato, che attraverso Radio Aut denunciava il potere mafioso. Nel 1979 caddero Mario Francese, cronista del Giornale di Sicilia, e Mino Pecorelli, direttore di OP - Osservatore Politico, protagonista di uno dei delitti più misteriosi della storia repubblicana, ancora oggi avvolto nel mistero più profondo.

Nel 1980 venne assassinato Walter Tobagi, firma importante del Corriere della Sera. Nel 1984 la mafia uccise Giuseppe Fava, fondatore de I Siciliani. L’anno successivo la camorra assassinò a soli ventisei anni Giancarlo Siani, cronista de Il Mattino, che raccontava gli intrecci tra clan, politica e affari. Nel 1988 fu la volta di Mauro Rostagno, mentre nel 1993 Cosa nostra eliminò Beppe Alfano, cronista di Barcellona Pozzo di Gotto.

Sono storie diverse, maturate in contesti differenti. Sarebbe improprio stabilire paralleli con l’inchiesta che oggi riguarda Ranucci.

Ma tutte raccontano una stessa verità: il giornalismo può fare paura. E quando scava, denuncia, fa inchieste approfondite, c’è sempre qualcuno tenta di metterlo a tacere.

Quando viene colpito un giornalista, viene soffocato il diritto dei cittadini a essere informati.

È proprio questo che rende il caso Ranucci così delicato. Se l’ipotesi della Procura dovesse trovare conferma, ci troveremmo davanti a un salto di qualità inquietante: non una semplice intimidazione, ma un progetto che, secondo gli inquirenti, avrebbe potuto provocare conseguenze ben più gravi.

Per ora, tuttavia, restano soltanto domande. Cosa c’è dietro questa vicenda? Perché fernao Ranucci fino a ucciderlo? Gli inquirenti non lo hanno ancora chiarito e ogni conclusione sarebbe, oggi, prematura. Occorre attendere.

Una certezza, però, c’è già. Questa non è soltanto una semplice indagine. È una vicenda che riguarda la libertà di stampa e la capacità dello Stato di proteggere chi svolge un’inchiesta giornalistica. Ma qui si tratta anche della tenuta stessa della democrazia.