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17/02/2026 ore 07.18
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Board of Peace per Gaza, Tajani: «Italia osservatore come la Commissione Ue». Meloni non conferma la missione Usa, Merz rinuncia

Il ministro degli Esteri: presenza “opportuna” ma senza adesione piena. Palazzo Chigi confronto tra premier e vice, con Meloni che non conferma la missione americana e chiede al ministro di essere pronto a rappresentare il Paese

di Luca Arnaù

L’Italia ci sarà, ma con il freno tirato. E, soprattutto, con una definizione precisa: “osservatore”. Antonio Tajani mette in fila parole e paletti sul Board of Peace per Gaza, il Consiglio voluto da Donald Trump, spiegando che Roma parteciperà alla riunione “come osservatore” e non “come membro”, perché l’articolo 9 dello Statuto sarebbe “in contrasto con la Costituzione”. Una scelta che, nella ricostruzione del ministro degli Esteri, segue una logica doppia: restare dentro il perimetro politico del dossier – “vogliamo essere protagonisti” – senza varcare un confine giuridico che il governo definisce invalicabile.

La formula dell’osservatore non è un dettaglio burocratico. Tajani la mette sullo stesso piano della Commissione europea: “Vogliamo essere protagonisti ma come osservatori, come lo sarà la Commissione Ue”. È un modo per rivendicare presenza e al tempo stesso ridurre l’esposizione, soprattutto in un passaggio che si preannuncia ad alta temperatura parlamentare. Il ministro lo dice durante la conferenza stampa successiva al bilaterale con l’omologa canadese Anita Anand, ma la frase rimbalza subito in Italia, dentro una giornata già segnata da un vertice a Palazzo Chigi e dalla preparazione delle comunicazioni in Parlamento.

Il nodo politico è semplice, e proprio per questo delicato: esserci o non esserci in un organismo che, per definizione, nasce con l’impronta americana e con un obiettivo dichiarato – la stabilizzazione di Gaza e la “costruzione di pace” – mentre il quadro internazionale resta complesso e l’opposizione è pronta a incalzare.

Tajani prova a anticipare il terreno, sostenendo che la presenza italiana ha una motivazione concreta e, nelle sue parole, anche un bilancio già scritto: “Lo facciamo perché abbiamo già dato molto per Gaza e continueremo a farlo, siamo tra i Paesi al mondo che ha dato di più”. Poi elenca il campo d’azione: “Siamo pronti a formare la nuova polizia gazawa e quella palestinese, siamo pronti a incrementare i nostri carabinieri a Rafah”. In mezzo, la ragione strategica: “C’è un interesse diretto, la stabilità del Medio Oriente, e per la costruzione di pace”.

Ma se Tajani marca la linea, a Palazzo Chigi si ragiona sul come. La premier, al momento, non conferma la missione americana. Anzi, secondo quanto riferito, avrebbe allertato il ministro degli Esteri chiedendogli di tenersi pronto per rappresentare l’Italia al summit. È un segnale che pesa: la scelta dell’osservatore, per quanto definita, non basta a sciogliere il nodo della presenza politica al livello più alto. E infatti la questione viene affrontata in un vertice di governo con Giorgia Meloni, Tajani e Matteo Salvini, convocato nel pomeriggio alla vigilia delle comunicazioni del ministro in Parlamento.

Il passaggio istituzionale è scandito da un calendario serrato. Alla Camera l’appuntamento è alle 13.30, quando le opposizioni – si prevede – si presenteranno unite per dire no al Board. Poi, alle 16.45, Tajani è atteso davanti alle commissioni Esteri e Difesa, in un’audizione confermata dal presidente del Senato Ignazio La Russa. La Russa chiarisce anche la cornice procedurale: l’audizione si terrà in commissione perché la settimana era stata riservata ai lavori delle commissioni e il calendario non prevede sedute d’aula nella giornata di martedì. Tradotto: il confronto politico ci sarà, ma nel formato tecnico-istituzionale che consente domande puntuali e, prevedibilmente, risposte altrettanto calibrate.

Sul tavolo, oltre al “come”, c’è il “perché”. Tajani insiste sul principio di opportunità: partecipare è “opportuno” perché l’Italia vuole contare, e perché – nella narrazione del governo – ha un ruolo già riconosciuto sul terreno, dalla cooperazione agli assetti di sicurezza, fino al presidio e alle missioni collegate. Il punto di rottura resta però lo Statuto. La formula “osservatore” diventa la soluzione politica a un problema giuridico: partecipare senza “prendervi parte come membri”, perché quello – secondo il ministro – sarebbe incostituzionale. E la Costituzione, in questa dinamica, viene presentata come la linea che rende l’Italia presente ma non vincolata.

In parallelo, si muove un tassello europeo che aggiunge complessità al quadro. Friedrich Merz ha fatto sapere che non andrà a Washington. È un elemento che si incastra nel racconto della prudenza: mentre l’Italia valuta una rappresentanza e non ha ancora la conferma della missione della premier, la Germania registra un passo indietro netto, almeno sul viaggio. Non significa, di per sé, un disimpegno sul dossier, ma manda un segnale di cautela nella gestione dei rapporti con l’iniziativa americana e nella scelta di esporsi o meno in prima persona.

Dentro questa cornice, la politica interna prepara lo scontro. Le opposizioni parlano già la lingua del “no” e vogliono trasformare il Board in un punto di attacco al governo, accusato di appiattirsi su un’iniziativa americana o di entrare in un meccanismo dai contorni controversi. La maggioranza, al contrario, mette avanti trasparenza e pragmatismo: stare dove si decide, ma con le mani libere e con la copertura costituzionale dichiarata. È una partita che non si gioca soltanto sul Medio Oriente, ma anche sul modo in cui l’Italia si presenta: potenza diplomatica che vuole “essere protagonista”, o Paese che partecipa con prudenza per evitare ricadute interne e giuridiche.

Da qui l’equilibrio comunicativo: Tajani usa formule che uniscono ambizione e cautela, Meloni mantiene la riserva sulla missione e prepara un piano alternativo di rappresentanza, Salvini entra nel confronto di governo per tenere compatta la postura dell’esecutivo, e il Parlamento diventa il teatro dove il Board of Peace sarà tradotto in una domanda politica secca: quale mandato ha l’Italia, e con quali limiti?

Per ora, l’unica certezza è la definizione ripetuta più volte: osservatore. Tutto il resto – partecipazione piena, livello della rappresentanza, tenuta politica in Aula, reazioni internazionali – passa dalle prossime ore, e da quel confine che il governo ha scelto di mettere al centro del discorso: lo Statuto del Board e la sua compatibilità con la Costituzione.

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