Bronzo, lacrime e microfono: perché Laegreid non riconquisterà la fidanzata tradita in mondovisione
Il biatleta norvegese confessa il tradimento davanti a mezzo mondo. Romanticismo? Più probabile egocentrismo olimpico
C’è chi vince una medaglia olimpica e ringrazia la mamma. Chi dedica il podio al nonno, al cane, al fisioterapista. E poi c’è Sturla Holm Laegreid, che conquista un bronzo nella 20 km individuale di biathlon e decide che il momento perfetto per parlare al mondo non è la fatica, non è la gara, non è l’avversario battuto di 3 decimi. È il tradimento. Il suo.
Non un accenno, non una frase buttata lì. Una confessione completa, dettagliata, cronometrata: sei mesi d’amore, tre mesi fa l’errore più grande, la settimana peggiore della mia vita, ho occhi solo per lei. Il tutto con la medaglia al collo e il microfono puntato in faccia. Se l’amore è un fatto privato, lui ha scelto la modalità megafono.
Sono infinite le ragioni per cui questa confessione pare sbagliata e sospettosamente inefficace. La prima è che non si tratta affatto di un suicidio sociale, come ha suggerito lui, ma di un atto di egocentrismo da podio. E l’egocentrismo, nel 2026, funziona benissimo. Anzi, è moneta corrente. La medaglia di bronzo lo avrebbe reso protagonista per un giorno. La confessione lo ha trasformato in trending topic internazionale. Missione mediatica compiuta.
Resta da capire l’altra missione, quella sentimentale. Immaginiamo la scena. Una ragazza in Norvegia, sei mesi di relazione, una settimana di tormento dopo la confessione privata. Forse sta cercando di metabolizzare. Forse è indecisa. Forse è arrabbiata ma ancora legata. Poi arriva la gara olimpica. Lui è lì, in mondovisione. Vince una medaglia. Lei si alza dal divano, abbraccia un’amica, magari trattiene un sorriso orgoglioso. Forse, per un attimo, pensa: “Vediamo, parliamone”.
Poi il microfono. E lui, invece di dire “grazie”, invece di dire “ho dato tutto”, invece di limitarsi a un sobrio “dedico questa medaglia a chi mi è vicino”, decide di ribadire pubblicamente che l’ha tradita. Non una volta in salotto, non in una telefonata notturna. Davanti a milioni di persone. Trasformando la crisi di coppia in spettacolo post-gara.
Non è romanticismo. È un flash mob emotivo. E qui nasce l’equivoco. Perché Laegreid ha definito quella scena una dichiarazione d’amore. Ma una dichiarazione d’amore, di solito, rende felice chi la riceve. Non la espone in piazza. Non la costringe a leggere migliaia di commenti ironici, meme, analisi psicologiche improvvisate. Non la trasforma nella “fidanzata tradita del bronzo olimpico”.
Già in privato sentirsi dire “ti ho tradita ma così ho capito quanto ti amo” non è esattamente il massimo del romanticismo. Gridarlo al mondo intero, mentre la persona coinvolta non può neppure scegliere se esserci o no, ha qualcosa di vagamente performativo. Come se l’amore avesse bisogno di un pubblico. E c’è un dettaglio non secondario: lui ha fatto sapere che la scena era preparata. Non un’esplosione di adrenalina. Non un lapsus emotivo. Un piano. Aveva deciso di farlo comunque, indipendentemente dal risultato. Il che apre scenari surreali: se fosse arrivato quarto, avrebbe chiesto un microfono lo stesso? Se avesse sbagliato al poligono, avrebbe parlato di cuore infranto davanti alla telecamera della zona mista?
Il punto non è giudicare il tradimento. Gli errori sono umani, le relazioni complicate, i perdoni imprevedibili. Il punto è la cornice. L’idea che il gesto pubblico amplifichi la sincerità. Che più persone assistono, più l’amore diventa vero. È una strana equazione, tipica dei tempi social: se non è condiviso, non esiste.
Ma l’amore non è una conferenza stampa. La ragazza, secondo indiscrezioni, sarebbe “scocciata” e avrebbe fatto sapere che è “difficile perdonare”. Una reazione che suona quasi monumentale per misura. Nessuna scenata, nessuna replica via social, nessuna contro-intervista. Solo una frase sobria. Un contrasto elegante con l’esuberanza mediatica del fidanzato.
E allora viene il dubbio più semplice: se a lui piace fare la figura del romantico disperato davanti al mondo, perché ha pensato che potesse piacere anche a lei? Perché trasformare una ferita privata in un trailer emotivo? Il gesto aveva una logica narrativa perfetta: l’atleta che capisce di aver perso la vera medaglia della vita. Ma le relazioni non sono sceneggiature olimpiche. Non prevedono applausi finali garantiti. Non c’è la giuria che assegna punti per il coraggio.
Forse Laegreid tornerà a vincere altre medaglie. Forse questa storia finirà con un perdono. O forse no. Ma una cosa è certa: la mondovisione non è un consulente di coppia. E il podio non è un luogo neutro. Se l’obiettivo era riconquistarla, la strategia appare quantomeno azzardata. Perché l’amore, a differenza del biathlon, non si vince colpendo venti bersagli. A volte si perde proprio quando si decide di sparare l’ultimo colpo davanti a tutti.