Brusca: «Pensammo di usare le stragi per aiutare Berlusconi». La famiglia del Cavaliere: «Parole ridicole»
Il pentito racconta in aula l’ipotesi maturata tra i mafiosi dopo gli attentati: attribuirli alla sinistra per agevolare il Cavaliere. Barbara Berlusconi: «Da 30 anni si inseguono teoremi»
Dare ai partiti di sinistra la colpa delle stragi mafiose del '92-'93 per aiutare lo sbarco in politica di Silvio Berlusconi e Forza Italia.
Giovanni Brusca, oggi collaboratore di giustizia ma sanguinario boss di Cosa Nostra ha rievocato, da teste al “processo Baiardo” di Firenze, le discussioni fra i capimafia di Palermo. Tra le ipotesi - un depistaggio rimasto nelle intenzioni - circolò quella di sfruttare le stragi del 1992 e del 1993 come 'arma' politica a favore del Cav. Parole alle quali replica duramente la famiglia.
«Da 30 anni lancia accuse senza prove su mio padre» dice Barbara Berlusconi mentre il legale Giorgio Perroni sottolinea come sia «già stata accertata» in diverse sentenze «l'inattendibilità di Brusca».
«Nelle discussioni con Bagarella - ha detto Giovanni Brusca, in videocollegamento con l'aula fiorentina da una località protetta - ci dicevamo di usare le stragi come strumento politico, come se gli attentati ci fossero stati suggeriti dalla sinistra, in modo» da agevolare «Berlusconi, in modo tale da orientare la sua entrata in politica».
«Eravamo nel 1994», fase successiva a quella in cui Cosa Nostra aveva già portato l'attacco allo Stato. Si parlava di dare il sostegno di Cosa Nostra all'attività politica del Cav. Ma serviva farglielo sapere e per arrivare a Berlusconi, è sempre la versione di Brusca, fu ingaggiato Vittorio Mangano. «C'è un incontro per dargli l'incarico», «Mangano ci fece sapere che aveva avuto un contatto, il quale lo aveva riferito a Berlusconi o tramite Dell'Utri o altri canali. E ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato» del sostegno «e che quanto prima ci avrebbe dato una mano». Tuttavia Brusca, proseguendo nel racconto, ha anche detto che al Cavaliere «mandammo anche una minaccia velata» cioè «che se non ci avesse dato una mano avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà».
Arrivare a Berlusconi era dunque la chiave per il riposizionamento politico della mafia sfaldati i partiti della Prima Repubblica. E ad individuare la figura di Mangano, dice ancora Brusca, «fu Stefano Bontade».
«Io scoprii che era lo stalliere di Arcore solo da un articolo de L'Espresso». Brusca, alla domanda se Mangano avesse mai fatto il nome di Dell'Utri, ha risposto che lui diceva di «poter arrivare a Berlusconi tramite un imprenditore delle pulizie che lavorava in Mediaset».
Invece sui rapporti tra i fratelli Graviano, latitanti al Nord, e Berlusconi, Brusca ha detto: «Non ho mai saputo nulla di incontri fra Graviano e Marcello Dell'Utri» ma ha ricordato una partita a poker, a Dattilo (Trapani), nel 1995 in un incontro di boss dopo l'arresto di Bagarella. «Messina Denaro ci disse che Giuseppe Graviano aveva visto al polso di Silvio Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. Questa è la prima volta che io sento di questo contatto dei Graviano con Berlusconi».
Brusca, così dice lui, non aveva da tempo contatti coi Graviano, scappati al Nord dopo l'attentato a Borsellino e i rapporti si erano congelati. Ma gliene parlava Messina Denaro. «Ho saputo da Messina Denaro che facevano la bella vita», ha detto Brusca, «Messina Denaro al nord era stato ospite dei fratelli Graviano, in ville affittate».
Parole contro le quali si scaglia Barbara Berlusconi: «E' intollerabile che, ancora oggi, inverosimili e ridicole affermazioni di persone macchiatesi dei delitti più efferati vengano utilizzate per alimentare l'ennesima damnatio memoriae contro mio padre», che «non può più difendersi». Per questo «continueremo a farlo noi ogni volta che sarà necessario». «Da oltre 30 anni - aggiunge la figlia del Cavaliere - si inseguono teoremi, suggestioni e sospetti alimentati dalle solite procure.
Le prove, invece, continuano a mancare. Il processo Baiardo si è trasformato in un processo bis sulle stragi del '93-'94, riesumando accuse contro Berlusconi e Dell'Utri già archiviate».
Il legale della famiglia Berlusconi, l'avvocato Giorgio Perroni, sottolinea che «l'inattendibilità delle dichiarazioni di Brusca su Dell'Utri e Berlusconi è già stata accertata in precedenti sentenze: le sue parole sono state scartate dai giudici per la loro 'fortissima ambiguità', le nettissime contraddizioni con altri incontrovertibili dati processuali, e sono state definite 'del tutto inconsistenti ai fini probatori'».