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09/02/2026 ore 22.35
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Calenda fuori dagli schieramenti: «Né con Meloni né con Schlein. Costruisco un partito liberale europeo»

Il leader di Azione rilancia l’idea di un centro decisivo, aperto a riformisti del Pd, Forza Italia, PiùEuropa e area popolare. Condivide l’agenda liberale di Marina Berlusconi, boccia Green Deal e campo largo, e avverte: senza una svolta europeista l’Italia resta ferma

di Luca Arnaù

Carlo Calenda sceglie di uscire dal gioco delle etichette e delle alleanze forzate. Lo fa senza ambiguità, in un'intervista concessa al Corriere della Sera, in cui prende le distanze tanto dalla destra di Giorgia Meloni quanto dal centrosinistra guidato da Elly Schlein, rivendicando un progetto politico che non si riconosce in nessuno dei due poli. «La nostra posizione è sempre la stessa», chiarisce subito. «Costruire un fronte per un’Europa federale che diventi una grande potenza, armata e indipendente. Quello che ha chiesto Draghi».

È da qui che Calenda fa partire tutto. Non da tatticismi elettorali, non dalle prossime alleanze, ma dalla politica estera e dall’Europa. Un terreno che, a suo giudizio, dovrebbe unire mondi diversi, «tanto i liberali quanto, teoricamente, Forza Italia e i riformisti del Pd». Ma proprio questa collocazione autonoma, sostiene, è ciò che dà più fastidio. «La verità è che per i media è inaccettabile che esista un partito liberale, nato al centro contro i populismi, indipendente dai due poli, che resta coerente su questa posizione da sei anni».

Calenda rivendica i numeri e il peso politico di quella scelta. Ricorda che, in coalizione al centro, alle ultime elezioni politiche quel progetto ha raccolto l’otto per cento dei voti. E spiega perché, con l’attuale legge elettorale e due blocchi molto vicini, quel risultato non è marginale: «Vorrebbe dire decidere l’agenda del prossimo governo». Una frase che suona come una sfida, ma anche come una dichiarazione di metodo: non fare da stampella a nessuno, bensì provare a essere decisivi.

Quando il discorso si sposta sulle alleanze future, il leader di Azione non cambia registro. Anzi, alza il tiro. «Il mio consiglio a Forza Italia e al Pd è di non farsi ingabbiare in alleanze che rischiano di non reggere alla prova della politica estera», avverte. Per Calenda, la linea di frattura non passa più – o non passa solo – su temi economici o sociali, ma sulla collocazione internazionale dell’Italia e sull’idea stessa di Europa.

È in questo quadro che rilancia apertamente l’idea di allargare il centro liberale. “Certo che vogliamo allargarlo”, dice, e poi elenca con precisione l’area a cui guarda: «A tutti coloro che come noi vogliono un’Europa federale ora: liberaldemocratici, riformisti del Pd, a partire da Gualmini, Gori, Malpezzi e Picierno, PiùEuropa di Hallisey e Magi, i popolari come Ruffini». Non un’operazione di piccolo cabotaggio, ma l’ambizione di costruire quello che definisce «​​​​​​un fronte dei volenterosi centrale, che cambi la politica in Italia».

In questo contesto si inserisce anche il riferimento, tutt’altro che casuale, a Marina Berlusconi. Calenda rivendica di leggere con attenzione i suoi interventi pubblici e di trovarvi “un’agenda liberale ed europeista che condivido completamente”. Un’affermazione che rompe schemi consolidati e che spiega perché il leader di Azione continui a essere visto come una figura “inclassificabile” nel panorama politico italiano.

Alla base di questa fiducia, secondo Calenda, c’è anche un dato elettorale che i partiti faticano a leggere. «Tutti i sondaggi rilevano una ripresa fortissima dell’europeismo nell’elettorato”, osserva. E aggiunge che “in mezzo alle guerre e alle follie di Trump la gente capisce quanto è importante avere un’Europa unita e potente». È su questa domanda latente, sostiene, che si gioca la partita dei prossimi anni.

La distanza dal centrosinistra, però, è netta. Calenda non usa mezzi termini nel descrivere quello che chiama “campo largo”. Ricorda che “Conte e Avs votano contro le armi all’Ucraina, contro la difesa europea” e che, insieme alla Schlein, sostengono “quella follia del Green Deal”, mentre secondo lui bisognerebbe «cancellarlo e investire su un grande piano per l’energia nucleare». L’accusa è di incoerenza strategica e di irresponsabilità politica.

Il j’accuse continua sul terreno dei fatti. «Nessuno dei leader del campo largo è mai stato in Ucraina in quattro anni», afferma, «​​​​​​si oppongono al riarmo europeo, sono contro il Jobs Act e poi chiedono di spendere miliardi in pensioni, in un Paese da cui i giovani scappano per i salari». È una critica che va oltre il singolo provvedimento e investe l’idea stessa di crescita. «Non riescono a fare un discorso di crescita del Paese», dice Calenda, sottolineando che questo è «un grave deficit» che, peraltro, imputa anche all’attuale governo.

Nel racconto del leader di Azione, il clima politico si è ulteriormente avvelenato. «Nel mentre fanno un post in cui si dice che se io voto, come effettivamente voto, Sì al referendum, sono un fascista», denuncia. E aggiunge: «Da tre anni non riescono a mettersi seduti e dire: questi sono i punti cardine di un’alleanza di governo». L’esempio che porta è emblematico: quando il 24 febbraio, anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, arriverà al Parlamento europeo il provvedimento per destinare 90 miliardi a Kiev, «​​​​​​il M5S voterà contro come la Lega». «Quella non è un’alleanza», conclude, «ma un guazzabuglio populista».

Neppure il centrodestra, però, trova spazio nel perimetro di Calenda. La critica a Giorgia Meloni è altrettanto dura sul piano europeo. “Il centrodestra ha una linea euroscettica che è quella di Meloni”, afferma, accusandola di non voler «cambiare neppure il diritto di veto in Consiglio europeo» e di finire, di fatto, per «fare campagna elettorale per Orbán». Quanto alla Lega, la previsione è fosca: «Senza Vannacci si spingerà sempre più a destra e farà fibrillare il governo». E aggiunge, con realismo politico: «Alla fine Meloni dovrà riprendere Vannacci perché anche quel due per cento le servirà».

La conclusione non è un appello, ma una proposta di sistema. Calenda immagina una legge elettorale proporzionale, con coalizioni e indicazione del premier, ma con una soglia chiara: “Solo se si supera il 50 per cento si ha diritto al premio di maggioranza”. In caso contrario, «​​​​​​ci si trova in presenza di un proporzionale puro e si fanno gli accordi sulla base di ciò che si intende fare».

È qui che il suo discorso si chiude coerentemente con l’inizio. Non alleanze identitarie, non fronti costruiti contro qualcuno, ma accordi fondati su programmi e collocazione internazionale. In un panorama politico sempre più polarizzato, Calenda prova a ritagliarsi lo spazio di chi non sceglie il campo meno scomodo, ma insiste nel voler costruire un campo diverso. Che piaccia o no, è una scommessa che continua a sfidare le geometrie della politica italiana.

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