Caso Delmastro, l’assist (involontario) di Meloni a Conte: la maggioranza gli restituisce il terreno della legalità
Il voto della Camera sull’inchiesta che sfiora l’ex sotto segretario offre al leader M5s un nuovo terreno di scontro: legalità e trasparenza tornano al centro della sfida al governo e gli danno la possibilità di rafforzare la sua narrazione
L’ennesimo scontro sul caso Andrea Delmastro rischia di trasformarsi in un autentico regalo politico per Giuseppe Conte. Non perché il leader del Movimento 5 Stelle abbia cambiato strategia o proposto una nuova agenda, ma perché è la stessa maggioranza a offrirgli l’occasione di tornare al centro del dibattito pubblico nel ruolo che gli riesce meglio: quello del difensore della legalità e della trasparenza istituzionale.
Il voto con cui la Camera ha negato l’autorizzazione all’acquisizione delle comunicazioni nell’ambito dell’inchiesta su Delmastro ha inevitabilmente alimentato il sospetto che il centrodestra abbia scelto la strada della protezione politica anziché quella della piena collaborazione con la magistratura. Al di là del merito giuridico della decisione, la percezione pubblica è spesso più importante delle motivazioni tecniche. Ed è proprio su questo terreno che Conte si è inserito con efficacia.
Caso Delmastro, giornata surreale alla Camera: respinta la richiesta della Procura sulle chat con il ristoratore Caroccia«Faccio un appello a Meloni: rimangiatevi questo voto vergognoso. Non possiamo consentire che amici e amichetti di partito siano scudati». Con queste parole il presidente del Movimento 5 Stelle ha trasformato immediatamente il voto parlamentare in un caso politico, riportando il tema della legalità al centro dello scontro.
Per il leader pentastellato è stato sufficiente riproporre un messaggio semplice e coerente con la storia del Movimento: chi governa dovrebbe essere il primo a favorire ogni accertamento, senza offrire l’impressione di voler alzare scudi istituzionali. Un messaggio che intercetta una parte dell’elettorato sensibile ai temi della legalità, anche al di fuori del tradizionale bacino del M5S.
La vera difficoltà per Giorgia Meloni non è tanto la gestione parlamentare del caso, quanto il rischio di incrinare quell’immagine di rigore e di distanza dalle logiche della vecchia politica che ha rappresentato uno dei principali punti di forza della sua leadership. Ogni volta che il governo appare impegnato nella difesa dei propri esponenti anziché nella tutela della trasparenza, offre all’opposizione un argomento difficilmente neutralizzabile.
Conte ha colto l’occasione per rincarare la dose: «Questo è diventato il governo blocca Italia. Il governo si ferma addirittura per proteggere gli amichetti di partito». Una formula destinata a diventare uno degli slogan dell’opposizione nelle prossime settimane.
Per il leader del Movimento, la vicenda arriva nel momento più favorevole. Dopo mesi in cui il dibattito era stato dominato da temi economici e internazionali, il ritorno di una questione simbolicamente legata all’etica pubblica gli consente di recuperare centralità politica senza particolari sforzi. È un terreno sul quale Conte continua a essere riconoscibile e competitivo.
Il paradosso è evidente: un caso nato per difendere un esponente della maggioranza rischia di rafforzare proprio il principale avversario che da anni costruisce la propria narrazione sulla richiesta di trasparenza e responsabilità della classe dirigente. Non a caso Conte ha chiuso l’affondo con un’accusa che punta direttamente alla credibilità della destra: «Smettano di dire che si ispirano a Borsellino, hanno perso la faccia».
Se l’obiettivo della maggioranza era archiviare rapidamente la vicenda, l’effetto politico potrebbe essere stato esattamente l’opposto: aver restituito a Giuseppe Conte il terreno sul quale, più di ogni altro leader dell’opposizione, sa muoversi con efficacia. Una vittoria che, questa volta, sembra essergli stata consegnata su un piatto d’oro.