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22/07/2026 ore 07.01
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Da Hitler a Putin, fino a Trump: quando il potere senza limiti diventa il nemico delle democrazie

Non tutti sono dittatori, ma la storia insegna che il culto del capo, la propaganda e il disprezzo delle istituzioni sono segnali da non ignorare. Un'analisi sul rapporto tra potere assoluto e democrazia. Con un campionario di esempi da non seguire

di Redazione Politica

Proviamo a leggere questi nomi uno dopo l’altro, e a capire a cosa ci rimandano. Caligola. Nerone. Attila. Gengis Khan. Hitler. Mussolini. Stalin. Mao Zedong. Pol Pot. Slobodan Milošević. I responsabili del genocidio in Ruanda. Vladimir Putin. I talebani in Afghanistan. Xi Jinping. Netanyau, Donald Trump.

Nomi diversi, lontani nel tempo, diversi per ideologia, contesto e forma di potere. Eppure legati da un medesimo veleno: il delirio di onnipotenza. L’idea che il potere non debba rispondere a nulla e a nessuno. La convinzione che la legge sia un ostacolo, il dissenso un crimine, la realtà un dettaglio da piegare alla volontà del capo.

È questo il filo rosso che attraversa la storia delle tirannie: il potere assoluto che si trasforma in abuso assoluto. Non sempre con la stessa forma, non sempre con la stessa intensità, ma quasi sempre con lo stesso esito: repressione, guerra, persecuzione, morte.

Parliamo di epoche lontane, alcune consegnate alla storia antica, altre ancora aperte nella memoria del presente. Ma la domanda è sempre la stessa: che cosa accade quando il potere si concentra nelle mani di un solo uomo? E come si ferma chi si crede al di sopra delle leggi?

La risposta la offre la storia, che non è mai stata neutrale. Le grandi catastrofi non nascono soltanto dalle armi o dalle strategie militari. Nascono prima, molto prima: quando un leader si convince di essere infallibile, indispensabile, scelto dal destino; quando il culto della personalità sostituisce le istituzioni; quando il capo pretende obbedienza totale; quando il dissenso diventa tradimento e la propaganda prende il posto della verità.

È in questa logica che si riconoscono alcuni dei regimi e dei protagonisti più devastanti della storia.

Naturalmente, non tutti i nomi appartengono alla stessa categoria. Alcuni sono stati dittatori responsabili di genocidi e stermini di massa; altri hanno guidato o guidano sistemi autoritari; altri ancora sono stati eletti democraticamente ma hanno mostrato, secondo numerosi osservatori, una crescente tendenza alla personalizzazione del potere e alla delegittimazione delle istituzioni. Mettere tutto nello stesso sacco sarebbe un errore. Ma ignorare la continuità dei segnali sarebbe ancora peggio.

Nell’antica Roma, Caligola e Nerone incarnarono il volto più cupo del potere personale. Caligola trasformò il governo in arbitrio, umiliazione e terrore. Nerone fece della repressione uno strumento politico e del sospetto un metodo di governo. In entrambi i casi, l’autorità smise di essere limite e divenne capriccio.

Nel V secolo Attila diffuse il proprio dominio attraverso la guerra e la distruzione. Il suo nome divenne sinonimo di devastazione. Qualche secolo più tardi Gengis Khan costruì il più vasto impero terrestre della storia, ma lo fece lasciando dietro di sé una scia immensa di morte e annientamento.

Il Novecento portò questo schema all’estremo.

Adolf Hitler costruì il Terzo Reich sul mito della superiorità razziale e sul culto del Führer. La Shoah sterminò circa sei milioni di ebrei, insieme a milioni di rom, oppositori politici, persone con disabilità, omosessuali e prigionieri di guerra. La Seconda guerra mondiale devastò il pianeta e provocò decine di milioni di vittime.

Benito Mussolini distrusse lo Stato liberale italiano, soffocò le libertà fondamentali, impose la dittatura, introdusse le leggi razziali e trascinò l’Italia nella rovina della guerra.

Stalin trasformò l’Unione Sovietica in un sistema fondato sul terrore: purghe, deportazioni, carestie, Gulag, eliminazione degli oppositori. Mao Zedong, con il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione culturale, scatenò una delle più grandi tragedie umane del secolo, con decine di milioni di morti tra fame, persecuzioni e repressione.

In Cambogia, Pol Pot tentò di rifondare la società cancellando tutto ciò che non rientrava nell’ideologia dei Khmer rossi: intellettuali, medici, insegnanti, religiosi, professionisti, perfino chi portava gli occhiali. Il risultato fu lo sterminio di circa un quarto della popolazione.

La fine della Guerra fredda non ha chiuso l’epoca degli orrori. Nei Balcani, il nazionalismo criminale alimentato dal regime di Slobodan Milošević ha contribuito a guerre sanguinose, pulizie etniche e al genocidio di Srebrenica. In Ruanda, nel 1994, l’odio etnico si è trasformato in genocidio: circa 800mila tutsi e hutu moderati massacrati in cento giorni. Una delle pagine più rapide e brutali della storia contemporanea.

E il presente non offre alcun motivo di sollievo.

La Russia di Vladimir Putin si è trasformata in un regime autoritario sempre più feroce, che reprime il pluralismo, soffoca la libertà di stampa e cancella ogni reale opposizione. L’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022 hanno riportato la guerra, ancora in corso, nel cuore dell’Europa, con centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati.

La Cina di Xi Jinping resta uno Stato a partito unico, fondato sul controllo capillare della società, sulla sorveglianza tecnologica e sulla repressione delle minoranze nello Xinjiang e delle libertà a Hong Kong. Il potere non si limita a governare: sorveglia, seleziona, punisce.

In Afghanistan, il ritorno dei talebani ha riportato il Paese dentro una teocrazia brutale, in cui le donne vengono espulse dalla vita pubblica e i diritti civili vengono ridotti a zero.

Diversi Paesi del Medio Oriente continuano a vivere sotto regimi che comprimono il pluralismo, soffocano il dissenso e considerano la libertà un lusso da concedere o da negare secondo convenienza. E poi c’è Netanyahu con la cultura della cancellazione dei nemici e lo sterminio dei palestinesi che in molti chiamano genocidio.

Diverso è il caso degli Stati Uniti. Donald Trump non è un dittatore e non guida un regime totalitario. Ma il tratto politico che lo accompagna — personalizzazione estrema della leadership, attacchi alla stampa, delegittimazione degli avversari, la guerra e una forte aggressività in politica estera, una retorica polarizzante — mostra quanto una democrazia possa essere logorata dall’interno quando il capo si pone come unico interprete della volontà popolare. Uno dei momenti peggiori per la democrazia americana.

La storia, in fondo, dice sempre la stessa cosa. Le grandi tragedie non iniziano con i campi di sterminio, con le guerre o con i genocidi. Iniziano prima: quando un uomo si convince di essere indispensabile; quando il culto della personalità sostituisce il confronto democratico; quando il dissenso diventa tradimento; quando la propaganda schiaccia la verità; quando le istituzioni vengono svuotate della loro autonomia.

Per questo le democrazie si reggono su pochi principi non negoziabili: separazione dei poteri, indipendenza della magistratura, libertà di informazione, pluralismo politico, controllo dei cittadini. Quando questi argini cedono, il potere smette di essere legittimo e scivola rapidamente nella dittatura.

Ogni volta che il potere pretende di non avere limiti, la storia presenta il conto. Cambiano i volti, cambiano le bandiere, cambiano le ideologie. Ma il delirio di onnipotenza resta una delle forme più pericolose di autodistruzione politica. E quasi sempre, dietro la promessa di grandezza, lascia solo macerie.