Da Pucci a Venezi, da Insegno a Barbareschi e Petrecca: l’egemonia culturale che inciampa sempre nello stesso copione
Dal caso del comico che rinuncia a Sanremo alle nomine “meritocratiche” finite in polemica: la guerra culturale della maggioranza sembra più una sit-com che una strategia
C’è una forma di eroismo che non prevede medaglie, ma solo comunicati stampa indignati. È l’eroismo di chi decide di conquistare l’egemonia culturale senza avere la minima intenzione di leggere un libro, ascoltare una critica o accettare un dissenso. È una scalata romantica e un po’ scomposta, condotta con l’ardore dei rivoluzionari e l’attrezzatura di chi ha dimenticato i ramponi a casa.
L’ultimo capitolo si chiama Pucci-gate. Un comico viene invitato a Sanremo, scoppia la prevedibilissima polemica social (perché il Festival è un generatore automatico di indignazione a prescindere dal contenuto), e lui decide di fare un passo indietro. Stop. In qualunque altro Paese sarebbe finita lì. In Italia no. In Italia diventa una questione di libertà, democrazia, censura, persecuzione ideologica e, volendo, pure di sovranità nazionale.
Titoli a nove colonne: “Censura rossa”. “Purghe democratiche”. “Non si può più ridere”. Il governo mobilitato come se fosse stato dichiarato l’assedio all’Ariston. La presidente del Consiglio riflette sulla “deriva illiberale”, il ministro Tajani avverte che è “vietato ridere”, Ignazio La Russa telefona in solidarietà. Una mobilitazione istituzionale che, per intensità, ricorda la crisi di Sigonella. Solo che qui l’oggetto del contendere non è la geopolitica, ma una battuta.
La scena è quasi poetica: un comico che si sfila da una serata e un intero impianto narrativo che si attiva per spiegare che è colpa della sinistra. Sempre e comunque. Una sinistra talmente potente da poter decidere il cartellone di Sanremo e allo stesso tempo talmente irrilevante da perdere tutte le elezioni.
Il paradosso è questo: la destra italiana rivendica da anni la necessità di conquistare la “fetta di egemonia culturale” che, a suo dire, le sarebbe stata sottratta per decenni. E fin qui nulla di illegittimo. La cultura non è un condominio con posti assegnati. È uno spazio aperto. Ma l’egemonia non si dichiara. Si costruisce. E, soprattutto, non si improvvisa.
Invece l’impressione è quella di un Risiko giocato con la fretta: nomina in quota, annuncio trionfale, polemica, scivolone, accusa alla sinistra, vittimismo, reset. È diventato un format. Prima di Pucci c’era stato Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport, protagonista di telecronache olimpiche che hanno lasciato il pubblico nel dubbio se stesse guardando un evento sportivo o un quiz sulla memoria a breve termine. Confusioni, nomi sbagliati, riferimenti casuali. Ma guai a parlare di preparazione: è sempre un attacco ideologico.
Poi la vicenda di Beatrice Venezi, direttore d’orchestra che preferisce essere chiamata “il direttore” in nome di una battaglia linguistica che ha finito per oscurare qualsiasi discussione sul merito artistico. Le proteste di tecnici e musicisti? Non sono critiche professionali, sono frutto dell’egemonia rossa. È diventato un riflesso automatico: se qualcuno obietta, è un complotto.
E come dimenticare il capitolo televisivo con Pino Insegno e il suo ritorno in grande stile, seguito da ascolti minuscoli? O il caso di Luca Barbareschi? O la nostalgia permanente di una Rai che dovrebbe incarnare la nuova stagione culturale ma fatica a superare la prova dell’audience? Ogni inciampo si trasforma in una questione ideologica, mai in una domanda di competenza.
Il capolavoro narrativo resta comunque l’epopea dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano. Un romanzo, una saga sentimentale parallela, una trama che ha superato qualsiasi fiction del sabato sera. E anche lì, anziché interrogarsi sul perché la narrazione fosse sfuggita di mano, si è preferito evocare l’ostilità dell’ambiente culturale.
Il vero nodo, però, è un altro. L’egemonia culturale non è una conquista amministrativa. Non si ottiene per decreto. Non si assegna con una nomina. Non nasce dalla sostituzione di un nome con un altro. Nasce da un tessuto, da un lavoro lungo, da una credibilità riconosciuta. È lenta, organica, stratificata. È l’opposto della reazione impulsiva.
E invece la guerra culturale si combatte come una campagna elettorale permanente. Ogni episodio diventa una prova generale di martirio. Ogni critica è censura. Ogni flop è sabotaggio. È una narrazione che si alimenta da sola e che, a forza di gridare al complotto, finisce per non vedere il problema reale: l’autorevolezza non si impone, si conquista.
Il caso Pucci è emblematico proprio per questo. Nessuno gli ha vietato di esibirsi per legge. Nessuno ha imposto un bavaglio istituzionale. È stato un corto circuito mediatico e una scelta autonoma. Ma trasformarlo in un atto di repressione sistemica serve a tenere in piedi una trama più ampia: quella di una maggioranza accerchiata, costretta a difendere la libertà contro un nemico culturale onnipresente.
La realtà, meno epica, è che l’egemonia culturale non si costruisce con la polemica ma con la qualità. E la qualità non ha bisogno di vittimismo. Quando c’è, si vede. Quando manca, si sente.
Nel frattempo la rivoluzione promessa assomiglia sempre più a una sit-com involontaria. Si entra in scena con l’aria di chi sta per cambiare il corso della storia e si esce con un comunicato stampa contro “l’intellighenzia rossa”. Si parla di merito e poi si scivola sulle competenze. Si invoca la libertà e si reagisce a ogni critica come fosse un attentato.
L’ironia finale è che, nel tentativo di demolire un presunto monopolio culturale, si è finiti per creare una caricatura della propria alternativa. Non un nuovo modello, ma una versione speculare e polemica di quello che si contesta. La famosa egemonia diventa così una battaglia simbolica combattuta sui social, mentre il mondo reale continua a chiedere qualcosa di molto più semplice: professionalità, credibilità, serietà.
Forse l’errore è pensare che la cultura sia un territorio da occupare. Non lo è. È un terreno su cui si cammina. E se si inciampa ogni volta nello stesso punto, prima di accusare qualcuno di aver teso il filo, bisognerebbe controllare le proprie scarpe.
Per ora la rivoluzione culturale resta sospesa tra ambizione e imbarazzo. E l’unica cosa davvero egemonica sembra essere la sensazione che, a furia di gridare alla censura, si sia perso il senso del ridicolo.