Forza Italia cerca facce nuove, al via il casting tra curriculum e selezioni come ai provini del Grande Fratello
Il vero nodo non è più Barelli, ormai archiviato, ma la caccia ai nuovi volti (ma per dire cosa?) da lanciare nel partito berlusconiano del dopo fondatore. Scelta affidata all’amministratore delegato di Mediaset
Più che un semplice vertice politico, è sembrato un provino. Non nel senso alto e quasi austero con cui, in teoria, un partito dovrebbe selezionare la sua futura classe dirigente, ma in quello molto più contemporaneo, mediatico e spietatamente televisivo del termine: curriculum sul tavolo, nomi da testare, facce da valutare, profili da capire se possano funzionare oppure no. E in fondo non sorprende neppure troppo che tutto questo accada proprio a Cologno Monzese, nel luogo simbolico di un sistema che da decenni vive di immagine, riconoscibilità, confezione del messaggio e capacità di stare davanti a una telecamera senza sembrare fuori posto.
Il dato più interessante del vertice tra Antonio Tajani, Marina e Pier Silvio Berlusconi, Gianni Letta e Danilo Pellegrino non è nemmeno più la vecchia partita interna sul dopo Paolo Barelli. Quella fase è già stata archiviata dai fatti, con Costa diventato nuovo capogruppo. Il punto vero, adesso, è un altro e probabilmente molto più rivelatore della fase che sta attraversando Forza Italia: il partito sta cercando facce nuove. Le cerca con cautela, ma anche con una certa urgenza. Le cerca non soltanto per riempire caselle, ma per provare a costruire una nuova immagine di sé. E a quanto pare il compito di fare scouting, vagliare i curriculum e individuare i profili da valorizzare è stato affidato proprio a Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest.
Il casting del dopo Berlusconi
Questo dettaglio, da solo, racconta moltissimo.
Perché quando una forza politica arriva al punto di organizzare una selezione dei propri possibili volti futuri quasi come se stesse allestendo una nuova stagione di palinsesto, significa che ha capito una cosa semplice: non basta più sopravvivere di rendita grazie al nome Berlusconi, né limitarsi alla gestione ordinata e prudente garantita da Tajani. Quella fase è servita, eccome, perché ha evitato il tracollo immediato dopo la morte del fondatore. Ma oggi non è più sufficiente. Per continuare a esistere davvero, Forza Italia ha bisogno di rinnovarsi. E il primo segnale di quel rinnovamento, in un partito nato e cresciuto dentro la cultura della comunicazione televisiva, non può che essere visivo: servono volti.
È qui che il paragone con i provini del Grande Fratello smette di essere una battuta e comincia a diventare quasi una chiave di lettura. Naturalmente la politica è un’altra cosa, o almeno dovrebbe esserlo. Ma il meccanismo che si intravede è simile: non basta esserci, non basta candidarsi, non basta avere un curriculum discreto. Bisogna “funzionare”. Bisogna risultare presentabili, riconoscibili, compatibili con il marchio, abbastanza nuovi da sembrare freschi ma non così autonomi da diventare ingestibili. Bisogna piacere, o almeno non disturbare. Bisogna saper occupare una scena senza rubarla del tutto a chi la dirige.
È un meccanismo brutale, ma molto berlusconiano nel profondo. Perché il berlusconismo, prima ancora di essere una cultura politica, è stato una gigantesca macchina di costruzione del consenso attraverso la confezione del volto giusto, del tono giusto, del personaggio giusto. E allora non stupisce che anche oggi, nel tentativo di dare un futuro a Forza Italia, il problema venga affrontato prima di tutto come una questione di facce, di spendibilità pubblica, di capacità di stare in scena.
Volti nuovi, ma per dire cosa?
Il punto, semmai, è capire che cosa si intenda davvero per “facce nuove”. Perché in politica il nuovo è una parola meravigliosa da vendere e molto ambigua da praticare. Nuovo può voler dire giovane, certo. Ma può anche voler dire semplicemente meno consumato, meno compromesso, meno divisivo, più fotogenico, più televisivo, più obbediente. E allora la domanda vera diventa inevitabile: Forza Italia sta cercando una nuova classe dirigente o soltanto nuovi interpreti per recitare meglio una parte già scritta?
La presenza di Pellegrino in questo lavoro di scouting rafforza proprio questa impressione. La selezione, almeno da come emerge, sembra orientata non tanto alla costruzione di un nuovo pensiero politico, quanto alla ricerca di figure capaci di rappresentarlo in modo convincente. È una differenza enorme. Perché trovare un volto è molto più facile che trovare una visione. E trovare qualcuno che sappia stare bene in tv, parlare senza sbavature e dare l’idea del rinnovamento non significa automaticamente aver costruito una leadership solida, autonoma, radicata.
Tajani lo sa benissimo. Sa che il partito non può restare fermo, sa che la semplice amministrazione dell’esistente non basta più, sa che prima o poi il tema del ricambio si sarebbe imposto. Ha tenuto insieme Forza Italia in una fase in cui molti immaginavano una lenta liquefazione del partito, e questo gli va riconosciuto. Ma tenere insieme non equivale a rilanciare. Governare la transizione non significa ancora aver risolto il problema del futuro. E il futuro, in questo caso, passa dalla capacità di mettere in campo una generazione di dirigenti che non sappia di museo, di repertorio, di permanenza per anzianità.
Il rischio, però, è altrettanto chiaro. Quando la selezione si concentra troppo sull’involucro, sulla faccia, sul profilo spendibile, si finisce per confondere il rinnovamento con il maquillage. Si cambia il volto senza cambiare il racconto. Si mette in vetrina qualcuno di più fresco, ma per dire le stesse cose, nello stesso modo, con la stessa logica di dipendenza da un marchio familiare che continua a pesare come un cielo basso sopra tutto il partito. Continua a leggere su La Capitale.