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19/08/2026 ore 14.32
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Green Boots può tornare a casa: verrà recuperato il corpo congelato rimasto per trent’anni in bella vista sull’Everest

Per decenni gli alpinisti diretti alla vetta hanno incontrato il corpo congelato di Green Boots nella “zona della morte”. L’India lo identifica oggi come Dorje Morup e cerca una squadra capace di liberarlo. Ma prima serviranno il permesso della Cina e almeno sei sherpa

di Luca Arnaù

A 8.500 metri non esiste più un confine netto tra il sonno e la morte. Il corpo smette di produrre calore, i pensieri si fanno lenti, ogni passo domanda uno sforzo sproporzionato. In quella parte dell’Everest, appena 350 metri sotto la vetta, l’aria contiene circa un terzo dell’ossigeno disponibile al livello del mare. Gli alpinisti la chiamano “zona della morte” perché nessun essere umano può restarvi a lungo senza cominciare a spegnersi.

È lì, in una piccola nicchia di roccia lungo la cresta nord-est, che per quasi trent’anni ha atteso Green Boots. Rannicchiato su un fianco, il volto nascosto da un indumento rosso, sembrava essersi fermato soltanto per riposare. Dai pantaloni spuntavano due scarponi Koflach color verde brillante. Non aveva più un nome, una storia o una famiglia. Era diventato un punto della montagna.

«Siamo arrivati a Green Boots», comunicavano via radio gli scalatori al campo base. Voleva dire che la cima era vicina. Voleva dire anche che la montagna aveva appena mostrato il prezzo che poteva chiedere.

La notte in cui l’Everest si prese Dorje Morup

Il 10 maggio 1996, mentre una delle tempeste più terribili nella storia dell’Everest travolgeva le spedizioni sul versante meridionale, un’altra tragedia si consumava quasi in silenzio sul lato tibetano.

Tre uomini della polizia di frontiera indo-tibetana – Tsewang Smanla, Tsewang Paljor e Dorje Morup – continuarono a salire quando quattro compagni avevano già deciso di tornare indietro. Nel pomeriggio annunciarono via radio di aver raggiunto la vetta, anche se non è mai stato chiarito se fossero arrivati davvero sul punto più alto o si fossero fermati poco sotto. Poi arrivarono il buio, la neve e il vento. Nessuno dei tre fece ritorno.

Quando il corpo con gli scarponi verdi apparve nella nicchia, si pensò che appartenesse a Paljor. La certezza, però, non arrivò mai. La montagna aveva conservato l’uomo, ma gli aveva tolto l’identità. Per quasi trent’anni il mondo lo ha chiamato semplicemente Green Boots. Ora un documento dell’Indo-Tibetan Border Police indica un nome diverso: Dorje Morup, 48 anni al momento della morte. Le autorità indiane sostengono che l’identificazione sia stata confermata attraverso una precedente procedura di verifica, senza tuttavia rendere pubblici i dettagli.

La missione per riportare Green Boots a casa

L’India ha aperto una gara per affidare il recupero a una squadra specializzata. Non sarà una normale spedizione alpinistica, ma un’operazione nella quale raggiungere Green Boots rappresenterà soltanto l’inizio.

Il corpo potrebbe essere ormai saldato alla montagna da una massa di neve e ghiaccio. Per liberarlo serviranno ore di lavoro a temperature che possono scendere sotto i 30 gradi, mentre il vento cancella la visibilità e l’ossigeno insufficiente indebolisce i muscoli e confonde la mente.

Un corpo congelato, irrigidito dagli abiti e dall’attrezzatura, può arrivare a pesare fino a 200 chili. Continua a leggere su La Capitale.