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27/05/2026 ore 07.27
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Hamas decapitata a Gaza: Israele elimina il nuovo capo militare dopo 10 giorni, Hezbollah sotto pressione in Libano

Idf e intelligence israeliana continuano nella strategia di impedire la riorganizzazione del movimento. Raid contro il gruppo sciita nel Paese dei cedri: il ministero della Salute parla di 28 morti. La tensione nell’area complica la tregua Usa-Iran

di Redazione Esteri

L’intelligence israeliana e l’aviazione dell’Idf hanno colpito ancora al cuore la struttura militare di Hamas. In un raid mirato condotto a Gaza City è stato ucciso Mohammed Odeh, nominato solo pochi giorni fa alla guida dell’ala armata del movimento palestinese dopo la morte del suo predecessore.

La notizia, rilanciata dal quotidiano israeliano Ynet, conferma la strategia israeliana di eliminazione sistematica dei vertici operativi del gruppo islamista nel tentativo di impedirne la riorganizzazione.

Odeh aveva assunto il comando della struttura militare di Hamas appena dieci giorni prima, dopo l’uccisione di Izz ad-Din Haddad, considerato da Israele uno dei principali pianificatori del massacro del 7 ottobre. La sua leadership è stata stroncata prima ancora che potesse consolidarsi, in una fase che gli analisti militari descrivono come una delle più critiche per l’organizzazione palestinese dall’inizio della guerra.

Ma il fronte di Gaza è solo una parte di uno scenario regionale sempre più esteso. Nelle ultime ore Israele ha intensificato anche l’offensiva nel sud del Libano, superando il fiume Litani e la cosiddetta “Linea Gialla”, con l’obiettivo dichiarato di allontanare Hezbollah dalle aree di confine e ridurre la minaccia dei droni esplosivi a corto e medio raggio, capaci di colpire fino a trenta chilometri dentro il territorio israeliano.

Secondo Ynet, l’Idf ha colpito oltre 190 depositi di munizioni e infrastrutture militari del movimento sciita. Il bilancio umano continua però a diventare sempre più pesante. Il ministero della Salute libanese parla di 28 morti e 104 feriti nelle ultime 24 ore, numeri che si aggiungono alle 31 vittime registrate nei bombardamenti più recenti nel sud del Paese, tra cui quattro bambini e tre donne. Solo nella località di Burj al-Shamali, vicino Tiro, si contano 14 morti.

Dal riavvio delle ostilità, lo scorso marzo, i raid israeliani in Libano avrebbero provocato complessivamente 3.213 morti e 9.737 feriti. Parallelamente Tel Aviv ha ordinato l’evacuazione immediata di 19 villaggi del Libano meridionale, imponendo alla popolazione civile di spostarsi a nord del fiume Zahrani.

Benjamin Netanyahu, dopo un vertice del gabinetto di sicurezza, ha rivendicato il consolidamento della fascia di sicurezza nel nord di Israele e lo sviluppo di nuove tecnologie anti-drone. Il premier israeliano ha avuto anche un colloquio telefonico con Donald Trump, mentre dagli Stati Uniti sarebbe arrivata la richiesta di evitare operazioni nell’area di Beirut per non compromettere i delicati negoziati indiretti con Teheran.

Il conflitto, infatti, continua a intrecciarsi con la crisi nel Golfo Persico. Nella notte gli Stati Uniti hanno colpito installazioni missilistiche e basi nel sud dell’Iran. Il Pentagono ha definito l’operazione una misura di “autodifesa”, negando che si tratti di un atto di guerra, nonostante i raid siano avvenuti mentre a Doha erano in corso colloqui diplomatici.

Resta intanto altissima la tensione sullo Stretto di Hormuz. Il Wall Street Journal ha riferito del ritorno delle missioni di scorta della Us Navy alle navi commerciali, citando il supporto fornito a una superpetroliera greca carica di due milioni di barili di greggio. Una versione però smentita ufficialmente dal Centcom, che sui social ha negato l’attivazione del cosiddetto “Project Freedom”.

Nelle stesse ore l’agenzia britannica Ukmto ha segnalato il danneggiamento di una petroliera al largo dell’Oman dopo un’esplosione vicino alla linea di galleggiamento. L’incidente ha provocato una perdita di carburante ma non avrebbe causato vittime tra l’equipaggio.

Sul fronte interno iraniano, invece, si consuma uno scontro politico sulla gestione del cyberspazio. Dopo settimane di blackout quasi totale della rete, iniziato con l’escalation del 28 febbraio, il vicepresidente Mohammad Reza Aref aveva annunciato un parziale allentamento delle restrizioni internet. Ma la magistratura iraniana, attraverso il sito Mizan, ha sospeso il Quartier Generale Speciale per il Cyberspazio istituito dal presidente Masoud Pezeshkian per coordinare la riapertura della rete.

Nel frattempo la Guida Suprema Mojtaba Khamenei continua ad alzare i toni contro Washington, avvertendo che la regione “non farà più da scudo alle installazioni americane”. Eppure lo stesso Pezeshkian, parlando con l’emiro del Qatar, avrebbe manifestato disponibilità a un’intesa diplomatica “dignitosa” per fermare il conflitto.

Da Washington, il segretario di Stato Marco Rubio insiste sulla possibilità di un accordo, ma pone una condizione ritenuta irrinunciabile: la piena riapertura della navigazione nello Stretto di Hormuz. Teheran, invece, continua a minacciare ritorsioni “oltre i confini regionali” in caso di nuovi attacchi, rivendicando anche l’abbattimento di un drone americano.

Nel mezzo resta la catastrofe umanitaria di Gaza. Da Castel Gandolfo è intervenuto anche Papa Leone XIV, che ha lanciato un appello alla comunità internazionale per garantire soccorsi immediati e avviare la ricostruzione della Striscia, devastata dai bombardamenti e ormai priva dei beni essenziali per la sopravvivenza civile.