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11/03/2026 ore 20.36
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Hegseth, il segretario “Uccidete tutti” tra salmi e linguaggio militare: chi è il ministro della Guerra di Trump

Veterano di Iraq e Afghanistan e già commentatore Fox, Pete Hegseth è oggi uno dei volti più discussi dell’amministrazione americana. Tra operazioni speciali, satire tv e gaffe sulla sicurezza, incarna la linea dura del Pentagono

di Redazione Esteri

Ex soldato, volto televisivo e oggi capo del Pentagono, Pete Hegseth – il ministro della Guerra di Donald Trump – è una delle figure più controverse dell’amministrazione americana. Durante una conferenza stampa al Dipartimento della Difesa ha annunciato che “Oggi sarà, ancora una volta, il giorno di attacchi più intenso in Iran“, promettendo “più aerei da combattimento, più bombardieri, più intelligence”. Poi, davanti ai giornalisti, ha recitato il Salmo 144: “Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla guerra. Possa il Signore dare forza incrollabile e rifugio ai nostri guerrieri”. Conclusione: “Amen”.

Hegseth e l’operazione “Uccidete Tutti”

Il gesto riassume bene il personaggio: un politico che alterna retorica religiosa, linguaggio militare e una forte teatralità comunicativa. Non a caso è diventato bersaglio della satira americana. Il comico Colin Jost, volto del “Saturday Night Live”, lo ha trasformato in una caricatura ribattezzandolo il segretario alle “Operation Kill everybody” (Operazione Uccidete Tutti, ndr). Un soprannome nato dopo un episodio controverso: secondo il Washington Post, in un’operazione contro narcotrafficanti in mare, l’ordine sarebbe stato “Kill everybody”, salvo poi attribuire la responsabilità a un generale.

Per Hegseth, veterano delle guerre in Iraq e Afghanistan e per anni commentatore militare su Fox News, tutto questo rientra in quello che lui stesso definisce “l’ethos del guerriero”. Un’impostazione che lo accompagna anche da segretario alla Difesa, alla guida di un apparato gigantesco: il Pentagono, con circa tre milioni di dipendenti e un bilancio da oltre 800 miliardi di dollari.

Quando il Congresso ha votato la sua nomina, un anno fa, la conferma arrivò solo all’ultimo momento grazie al voto decisivo del vicepresidente JD Vance. Pesavano le accuse di violenza sessuale e di alcolismo sollevate da un’ex cognata. Hegseth rispose così: “Non sono perfetto - si difese lui smentendo le accuse - ma la redenzione esiste”.

La gaffe sulla sicurezza in chat

Il quarantacinquenne “redento” non ha però smesso di far discutere. A marzo ha condiviso su una chat non protetta informazioni sensibili su un attacco contro gli Houthi nello Yemen. Tra i destinatari, oltre a familiari e collaboratori, compariva anche una giornalista di The Atlantic. Il Pentagono ha poi riconosciuto che la leggerezza aveva messo a rischio i militari sul campo.

Il rapporto con Donald Trump resta comunque saldo. Il presidente lo ha richiamato pubblicamente senza rimuoverlo, segno di una fiducia costruita negli anni, fin da quando Hegseth era opinionista militare e consigliere nella campagna del 2016.

L’ex ufficiale della Guardia Nazionale, che durante la missione a Samarra aveva svolto anche ruoli di mediazione con i leader locali, oggi si presenta invece come il teorico di una strategia più muscolare. Sempre impeccabile nel completo blu — e costretto perfino a smentire la notizia di uno “studio per il trucco” accanto all’ufficio — ha assicurato che l’operazione contro l’Iran “non è ancora finita” ma non diventerà una guerra interminabile “come in Iraq dopo il 2003”.

Il segretario è anche il secondo capo del Pentagono più giovane della storia dopo Donald Rumsfeld. E proprio il ricordo delle guerre in Iraq e Afghanistan aleggia come un precedente ingombrante: quando le cose andarono male, Rumsfeld liquidò tutto con una frase diventata celebre, “Stuff happens”. Succede.

La domanda, ora, è se anche per Pete Hegseth — tra retorica biblica, ethos del guerriero e operazioni dal nome epico — la storia finirà per ripetersi.