Sezioni
Edizioni locali
28/01/2026 ore 07.32
Italia Mondo

Ice alle Olimpiadi, la guerra fredda della sicurezza: Sala sfida il Viminale e chiede certezze su chi entra a Milano

Milano si spacca sull’ipotesi di uomini dell’Immigration and Customs Enforcement in città. Il sindaco: «Non sono i benvenuti» e chiede un «no a Trump». Le opposizioni incalzano: chiarezza, carte, catena di comando

di Luca Arnaù

La parola che manca, in questa storia, è “certezza”. Non è un dettaglio lessicale: è il punto politico. Perché l’ipotesi della presenza a Milano di agenti dell’Immigration and Customs Enforcement durante le Olimpiadi invernali – comunque la si voglia chiamare, missione, supporto, tutela di delegazioni – ha già prodotto l’effetto tipico delle vicende poco chiarite: proteste, raccolte di firme, prese di posizione a valanga, una città che comincia a ragionare per sospetti e un conflitto istituzionale che si mangia tutto il resto.

Il sindaco Giuseppe Sala, in diretta a Rtl 102.5, non ha usato il bisturi ma l’accetta. Non ha chiesto “spiegazioni”, ha messo in discussione la cornice stessa del dibattito. «Non sappiamo nemmeno se l’Ice verrà davvero a Milano durante le Olimpiadi, e già questo è un problema», ha detto. E poi l’affondo più pesante, indirizzato al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «Io, da italiano prima ancora che da cittadino milanese, non mi sento tutelato da Piantedosi, che dice che se anche dovessero venire ‘che problema c’è?’. Questa è una milizia che uccide».

È la frase che segna lo spartiacque: da un lato chi parla di prassi di sicurezza legata alle delegazioni americane, dall’altro chi vede un corpo estraneo, un modello incompatibile con le regole italiane e con l’idea europea di ordine pubblico. Sala non si è fermato lì. Ha descritto l’Ice con immagini che, in un sindaco, hanno il peso di un atto politico: «È una milizia che entra nelle case della gente firmandosi il permesso. È chiaro che non sono i benvenuti a Milano”. E poi la domanda che trasforma la questione tecnica in scelta di campo: «Io mi chiedo, possiamo dire per una volta no a Trump? Gli agenti dell’Ice non devono venire in Italia perché non sono allineati al nostro modo democratico di garantire la sicurezza».

Che cosa c’è, allora, dietro questa miccia? Il meccanismo è quello classico delle grandi manifestazioni internazionali: le delegazioni si muovono con un apparato di tutela e controllo, e gli Stati ospitanti devono tenere insieme due esigenze che spesso si strofinano fino a fare scintille. La prima è garantire la sicurezza degli ospiti. La seconda è ribadire che, sul territorio nazionale, comanda una sola catena: ministero, prefetture, questure. Ed è proprio su questo crinale che, nel giro di poche ore, le dichiarazioni si sono incastrate l’una nell’altra producendo un corto circuito.

Il detonatore è stato l’ammettere, da parte del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che uomini della polizia anti-immigrati sarebbero arrivati in Italia per occuparsi della sicurezza del vicepresidente J.D. Vance e del segretario di Stato Marco Rubio. Da quel momento, le voci si sono moltiplicate e il tema è esploso ben oltre l’ambito olimpico: perché l’Ice non è un nome neutro, e non lo è nemmeno il clima politico americano evocato da chi contesta la sua presenza. Nel racconto che circola tra proteste e raccolte firme, l’agenzia viene descritta come una “milizia trumpiana” sotto accusa negli Stati Uniti per episodi violenti, e la polemica milanese si alimenta proprio su quella reputazione.

A quel punto è intervenuto il Viminale con una smentita che, letta in filigrana, dice due cose insieme: che non esistono accordi formalizzati e che non esiste la possibilità, in Italia, di una sicurezza “in deroga”. “Si smentisce che Ice Usa opererà in Italia. Non ci sono ad oggi accordi di collaborazione sottoscritti per le Olimpiadi. Ogni attività di ordine e sicurezza pubblica in Italia è gestita, senza possibilità di deroghe, dal Ministero dell’Interno e dalle articolazioni territoriali, ovvero prefetture e questure”. È una frase pensata per chiudere la partita con un timbro: qui non si entra.

Piantedosi, poco dopo, ha provato a spegnere l’incendio: «È una polemica sul nulla, perché in questo momento gli americani non hanno comunicato elenchi di presenze che saranno qui in Italia al seguito delle delegazioni. Ma preciso: qualsiasi sarà la comunicazione, Ice in quanto tale non opererà mai sul territorio italiano».  Anche qui, il punto è nel dettaglio: «Ice in quanto tale». Il linguaggio istituzionale sceglie i perimetri con precisione, e proprio questa precisione, per Sala e per l’opposizione, non basta.

Perché la domanda che resta sul tavolo è semplice e brutale: se non “opererà”, che cosa farà? Sarà solo un supporto interno alle delegazioni? Avrà funzioni di collegamento? Sarà un pezzo del dispositivo di tutela, ma sotto il coordinamento italiano? La politica vive di sfumature, e le sfumature qui diventano sostanza. Non è un caso che, nonostante le smentite, l’inquietudine non si sia spenta: chi contesta l’ipotesi Ice non chiede un comunicato, chiede una fotografia completa della catena di comando.

In mezzo, si inserisce anche il tentativo del ministro degli Esteri Antonio Tajani di ridimensionare e normalizzare. «Il problema non è che arrivano le SS». E poi: «Il problema non è che arrivano quelli coi mitra con la faccia coperta, vengono dei funzionari. Vengono loro perché è il reparto deputato all’antiterrorismo». È una difesa che prova a spostare il baricentro: non immigrazione, non raid, non immagini di strada, ma protocolli antiterrorismo e routine diplomatica.

Qui si innesta l’altra parte del racconto, quella che spiega perché il tema non muore. La presenza dell’Ice, “sulla carta”, rientra nel dispositivo che accompagna abitualmente le delegazioni ufficiali americane all’estero. Gli uomini dell’Ice fanno parte del Diplomatic service, il servizio che segue e tutela i rappresentanti Usa durante missioni e grandi eventi internazionali. È la normalità diplomatica che entra in collisione con la percezione pubblica di un’agenzia “controversa”. E quando normalità e percezione si scontrano, il risultato è quasi sempre lo stesso: nessuno riesce più a parlare soltanto di logistica.

Anche perché i target indicati non sono marginali. Vance e Rubio sono figure che muovono apparati imponenti. E se il primo, viene ricordato, è affidato alla vigilanza del Secret service, il secondo risulta direttamente coinvolto nell’apparato di sicurezza di cui fa parte l’Ice. In questo intreccio, Milano scopre che il punto non è solo “chi arriva”, ma “chi accompagna chi”, e con quali sigle. Il conflitto, così, diventa istituzionale prima ancora che operativo. Sala non sta soltanto dicendo “non li voglio”, sta dicendo: io non accetto che la sicurezza di Milano venga raccontata come un dettaglio, o come un fastidio politico da archiviare con un’alzata di spalle. «Non sono i benvenuti» è una frase di chiusura, ma è anche un invito a mettere tutto sul tavolo: accordi, ruoli, limiti, responsabilità.

E in questa zona grigia, dove il Viminale parla di “polemica sul nulla” e il sindaco parla di “milizia”, la partita vera è quella delle carte e delle definizioni. Perché se davvero «non sappiamo nemmeno se verranno», come dice Sala, allora il problema non è solo l’Ice: è il modo in cui una città olimpica viene informata su chi potrà circolare accanto alle delegazioni più protette del pianeta, dentro una metropoli già attraversata da tensioni politiche e sociali. Milano chiede una risposta che non sia una formula. E per ora, quella risposta non è ancora arrivata.

?>