Il delitto di Garlasco diciannove anni dopo: uno specchio deformante della giustizia italiana
Da una parte c’è una sentenza definitiva: Alberto Stasi condannato a 16 anni. Dall’altra una nuova indagine della Procura di Pavia riporta al centro Andrea Sempio e riapre vecchie ferite
Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco è tornato a essere molto più di un fascicolo giudiziario. È diventato uno specchio deformante della giustizia italiana, dei suoi tempi, delle sue contraddizioni, delle sue verità processuali e delle sue ombre mai completamente dissolte. Da una parte c’è una sentenza definitiva: Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni per il delitto della fidanzata. Dall’altra c’è una nuova indagine della Procura di Pavia che ha riportato al centro Andrea Sempio, oggi unico indagato per omicidio aggravato. Due piani che convivono e si scontrano, alimentando una domanda inevitabile: se la verità giudiziaria è già stata scritta, perché la magistratura continua a cercare altrove?
I nuovi elementi contro Andrea Sempio
Secondo la Procura, il quadro su Sempio sarebbe composto da 21 elementi. Non una prova unica e definitiva, ma un mosaico costruito su impronte, Dna, telefonate, intercettazioni, presunte incongruenze, comportamenti ritenuti anomali e possibili depistaggi. Tra i punti indicati dagli inquirenti ci sarebbero la cosiddetta traccia 33, attribuita al palmo della mano di Sempio vicino alla zona della cantina dove fu trovato il corpo di Chiara, il Dna sotto le unghie della vittima, alcune telefonate a casa Poggi nei giorni precedenti al delitto e i movimenti dell’indagato attorno alla villetta dopo l’omicidio.
Uno degli aspetti più discussi riguarda gli audio registrati in auto dagli investigatori. Continua a leggere su LaCapitaleNews.it