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09/02/2026 ore 18.02
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Il Super Bowl che ha fatto impazzire Trump: l’America multietnica in mondovisione e la bile del presidente

Dai Green Day a Bad Bunny, lo show ha mostrato un’America che il presidente detesta: multiculturale, multirazziale, non allineata. Lui reagisce come sempre, insultando. Perché quello visto in mondovisione non è stato solo uno spettacolo: è stato un atto politico

di Luca Arnaù
Super Bowl (CHINE NOUVELLE/SIPA / ipa-agency.net)

Se qualcuno avesse ancora dubbi sul fatto che il Super Bowl non sia solo una partita di football ma uno specchio dell’America, l’edizione di quest’anno li ha dissolti tutti in una sera. Quello che è andato in onda non è stato semplicemente uno show dell’intervallo, né una sequenza di hit confezionate per non disturbare nessuno. È stato, molto più chiaramente, il ritorno in mondovisione di un’America che oggi esiste, ma che il potere cerca di rimuovere. Multietnica, multiraziale, contaminata, rumorosa, non allineata. Un’America che non chiede permesso. E che proprio per questo ha provocato in Donald Trump l’ennesimo accesso di bile.

La reazione del presidente è arrivata puntuale, come un riflesso pavloviano. «Uno spettacolo terribile, tra i più brutti di sempre, uno schiaffo all’America», ha scritto. Non un’analisi, non un giudizio estetico, ma l’insulto puro, infantile, rancoroso. Il linguaggio di chi non discute ciò che ha visto, ma lo rifiuta in blocco perché lo percepisce come una minaccia. E in effetti, lo è.

Perché il Super Bowl ha mostrato un’America che Trump non controlla, non rappresenta e non sopporta. Un’America che parla spagnolo senza chiedere scusa, che canta senza tradurre, che mescola identità, che non recita l’inno come un atto di obbedienza ma come una delle tante voci possibili. Non a caso, l’unica frase pronunciata in inglese durante l’halftime è stata “God bless America”. Tutto il resto è stato un viaggio dentro ciò che l’America è diventata e che una parte del Paese finge di non vedere.

A incarnare tutto questo è stato Bad Bunny, cittadino americano, portoricano, globale. Un artista che non ha “portato diversità” come concessione folkloristica, ma l’ha semplicemente messa al centro. Senza traduzioni, senza spiegazioni, senza didascalie. Come a dire: questa è l’America reale, prendetevela tutta. Ed è proprio questo che ha fatto male. Perché non si trattava di una provocazione esplicita, ma di una normalità mostrata senza filtri. Ed è sempre la normalità, quando non coincide con il potere, a diventare insopportabile.

Lo spettacolo è stato antitrumpiano? Assolutamente sì. Non perché qualcuno abbia pronunciato il suo nome, ma perché ha mostrato ciò che il trumpismo tenta di cancellare: un Paese che non è bianco, non è monolitico, non è nostalgico. Un Paese che non ha bisogno di muri per definirsi. Ed è significativo che questa rappresentazione sia passata proprio dal Super Bowl, il tempio dell’americanità tradizionale, il rito laico per eccellenza. Come se l’America avesse deciso di ricordare a se stessa chi è stata e chi potrebbe ancora essere.

Non è un caso che già prima dell’halftime fosse arrivato un altro segnale, più esplicito, più ruvido. I Green Day, durante lo show pre-partita, hanno urlato un “vaffa” che la NBC ha prontamente censurato. Un dettaglio tecnico, certo. Ma anche un gesto politico. Perché la censura preventiva, nell’America che si proclama patria del Primo emendamento, è ormai diventata una pratica silenziosa, quasi automatica, quando il dissenso rischia di arrivare troppo forte nelle case.

La stessa NBC aveva già “ripulito” l’audio dei fischi rivolti al vicepresidente JD Vance durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Un’abitudine che dice molto più di mille editoriali. Non è che l’America abbia smesso di protestare: è la televisione che prova a far finta che non stia succedendo. Ma il problema, come sempre, è che oggi nessuno controlla più il racconto. I video circolano, le clip esplodono, le versioni alternative emergono. E ogni tentativo di “gestione della narrazione” finisce per produrre l’effetto opposto: la perdita di credibilità.

Trump questo lo sa benissimo. Ed è per questo che reagisce come reagisce. Non entra nel merito, non discute lo spettacolo, non si confronta con il messaggio. Insulta. Squalifica. Riduce tutto a un’offesa personale. È la risposta tipica di chi si sente messo all’angolo da qualcosa che non può controllare. E il fatto che abbia sentito il bisogno di commentare uno show musicale durante una partita di football dice molto sulla fragilità del suo rapporto con l’immaginario culturale.

Perché quello che è andato in onda non era solo intrattenimento. Era una visione alternativa dell’America. Un’America che non ha bisogno di ribattezzare dottrine geopolitiche col nome del presidente in carica, né di intestarsi aeroporti, centri culturali e monumenti. Un’America che non urla “America first” perché non ha paura di ciò che viene dopo. Un’America che non ha bisogno di censurare un “vaffa” o di eliminare un fischio per sentirsi patriottica.

E allora sì, il Super Bowl di quest’anno è stato uno schiaffo. Ma non all’America. A una certa idea di America. A quella che vive di nostalgia, di confini rigidi, di identità semplificate. A quella che confonde il dissenso con il tradimento e la pluralità con il caos. Lo schiaffo non è arrivato da una canzone o da una coreografia, ma dall’immagine complessiva di un Paese che, nonostante tutto, continua a produrre cultura più avanti della sua politica.

Visto da Marte, forse, lo spettacolo non è sembrato una festa. Ma visto da dentro, da chi conosce la frattura che attraversa oggi gli Stati Uniti, è apparso per quello che era: un promemoria. L’America non è finita. Non è nemmeno perduta. È solo contesa. E per una sera, sul palco più guardato del mondo, ha ricordato a tutti - compreso il suo presidente - cosa potrebbe essere. E perché qualcuno ha così tanta paura che torni davvero a esserlo.

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