Iran, la strage degli innocenti in un Paese allo stremo: l’Occidente non può più tacere
Centinaia di morti, migliaia gli arresti e i feriti gravi. Protagonisti sono giovani e donne che chiedono libertà e dignità. Senza un sostegno internazionale deciso, la protesta rischia di trasformarsi in un massacro annunciato
L’Iran brucia. Brucia di rabbia, di dolore. Migliaia i morti per strada, decine di migliaia gli arresti, non si contano i feriti gravi negli ospedali ormai al collasso. Il regime spaventato ha ordinato una repressione brutale, violenta, una vera e propria strage degli innocenti. È il prezzo che il regime degli ayatollah sta facendo pagare a un popolo che chiede libertà, dignità, futuro.
Quella di queste settimane non è l’ennesima protesta destinata a spegnersi nel silenzio. É un incendio diffuso, una sollevazione di massa contro il terrore, contro chi governa con la paura, le impiccagioni e la repressione.
Va ricordato che l’Iran non è un paese arabo. Gli iraniani in grande maggioranza non appartengono al mondo arabo dal punto di vista etnico, linguistico e culturale. È un popolo con una storia millenaria, una cultura raffinata, uno sguardo da sempre rivolto all’Occidente, ai suoi valori di libertà, pluralismo, diritti civili.
Prima della rivoluzione islamica degli anni ‘70, l’Iran era un Paese aperto, moderno, in cui le donne erano protagoniste della vita sociale, culturale e professionale.
Poi arrivò il buio. Negli stessi anni Settanta, Ruhollah Khomeini venne esiliato dallo Scià – trovò rifugio in Francia. Da lì guidò l’opposizione con messaggi, appelli, al fine di preparare la rivoluzione. Tornò in Iran nel febbraio 1979, dopo la caduta dello Scià, e fondò la Repubblica Islamica. Da quel momento iniziò una lunga stagione di repressione, odio, violenza. Un terrore che durò fino alla sua morte nel 1989.
A succedergli fu Ali Khamenei, Guida Suprema del paese, governa ancora oggi con il pugno di ferro. È lui che ha ordinato di fermare nel sangue ogni manifestazione popolare. È lui il simbolo di un potere che non ammette dissenso e che considera il proprio popolo un nemico interno.
Negli ultimi quindici anni l’Iran ha conosciuto numerosi tentativi di cambiamento. Tutti repressi. Tutti spenti nel sangue. Oggi il rischio è lo stesso, forse peggiore. Senza un sostegno internazionale forte e chiaro, questa straordinaria protesta di civiltà e libertà potrebbe trasformarsi in un massacro annunciato.
I protagonisti sono i giovani. E soprattutto le donne. Donne che sfidano il regime a volto scoperto, che bruciano simboli dell’oppressione, che guidano cortei, che pagano con la vita il diritto di scegliere. Giovani cresciuti sotto le sanzioni, la crisi economica, l’isolamento internazionale, ma che non hanno rinunciato al sogno di una nuova era.
Il Paese è allo stremo. L’economia è in caduta libera. Le libertà sono schiacciate ogni giorno di più. La repressione non è più solo politica.
Per questo l’Occidente non può tacere. Servono pressioni politiche, sanzioni mirate contro i responsabili della repressione, più forte isolamento internazionale del regime.
Non possiamo lasciare soli questi ragazzi. Non possiamo ignorare il grido di libertà del popolo iraniano.